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La sentenza di Firenze: una vicenda incresciosa

La sentenza di Firenze: una vicenda incresciosa

Attenzione: questo articolo contiene riferimenti alla violenza sessuale


 

Una vicenda “incresciosa, non encomiabile per nessuno”.

Ecco, fermiamoci subito a questa prima frase. Con queste parole la Corte di Appello di Firenze ha assolto sei giovani, precedentemente condannati in primo grado, dall’accusa di stupro mossa da una ragazza, la cui denuncia è stata considerata contraddittoria e quindi non attendibile. Negli ultimi giorni, la vicenda ha provocato molto clamore mediatico.

Partiamo dal fatto che la Corte di Appello ha considerato questi sei ragazzi innocenti, poiché la vicenda non sarebbe “penalmente censurabile”. Se la vicenda non è penalmente censurabile, quale sarebbe il motivo per cui viene considerata “non encomiabile per nessuno”? E soprattutto, quale sarebbe l’autorità (e anche la logica) con cui un’istituzione considera un rapporto consenziente ma al tempo stesso “increscioso e non encomiabile per nessuno”? A cosa si riferisce, se non ad un giudizio morale?

Ad ogni modo, se i sei se la cavano con questo rimbrotto, va certamente peggio alla ragazza che ha denunciato e che, proprio ieri, ha scritto una lettera al blog Abbatto i Muri, per parlare delle enormi difficoltà psicologiche e sociali che ha dovuto affrontare in seguito a questa denuncia e per esprimere il suo sentire. Questo gesto è particolarmente importante poiché finalmente squarcia il velo su una realtà dolorosa circa la violenza sessuale: la colpevolizzazione, parziale o totale, della donna.

La Corte d’Appello ha ritenuto che la ragazza, denunciando, volesse “rimuovere quello che considerava essere un momento di debolezza e fragilità”, pur essendo al momento del fatto “presente a se stessa anche se probabilmente ubriaca”.

Tali deduzioni spericolate in realtà non dicono nulla della ragazza, la cui sessualità sembra argomento centrale al netto della violenza sessuale, ma dicono molto su quali siano i parametri e le interpretazioni utilizzate dalle istituzioni per giudicare la violenza sessuale. Sono interpretazioni paternaliste, normative, esprimono il più ampio moralismo che accompagna la sessualità delle donne, soprattutto quando questa non è immediatamente rispondente a canoni tradizionali eterodiretti.

Perché mai una ragazza, definita “disinibita”, “fragile ma creativa”, “in grado di gestire la sua bisessualità” (cosa vorrà dire?) dovrebbe aver pensato di averla fatta un po’ troppo grossa e quindi poi voler rimuovere l’accaduto con una denuncia, che inevitabilmente l’avrebbe riportato al centro della sua vita per anni? E poi perché tutti questi dettagli sulla sua vita e sulla sua personalità? Lo stesso episodio sarebbe stato giudicato diverso se a denunciare l’episodio fosse stata una ragazza eterosessuale senza predisposizione per le arti?

C’è la stessa logica alla base che porta i giornali a dedicare tanto spazio alla vita degli stupratori, anche quando sono praticamente rei confessi, sottolineando di quanto fossero dei “bravi ragazzi”. Quali sono i criteri per definire uno stupratore se non il fatto che commetta, ad un certo punto della sua vita, uno stupro? Quali sono i criteri per definire uno stupro se non la piena consensualità prima e durante il rapporto?

La Corte, in maniera involontaria, ha espresso tutte le pressioni culturali cui sono soggette le donne, interpretandole a proprio modo, ributtandole in faccia ad una persona che ha percepito se stessa come vittima di violenza, sottolineando comunque che quell’episodio fosse “non encomiabile per nessuno”.

A nostro avviso, non è encomiabile nemmeno per la Corte d’Appello di Firenze, poiché il leitmotiv sul non-commento delle sentenze non ci interessa. Soprattutto, non ci interesserà fin quando le istituzioni si faranno strumento di una cultura sessista e patriarcale, senza contribuire a chiarire il concetto di piena consensualità, come invece avrebbe il dovere di fare, ma preferisce utilizzare fumose formule di stigma sociale.


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  1. Paolo

    21 luglio

    le allusioni alla vita sessuale della vittima andrebbero bandite dai processi per stupro.
    quanto all’ubriachezza c’è differenza tra una persona alticcia un po’ brilla, non del tutto sobria, ma in grado di acconsentire al sesso e una persona semisvenuta perchè troppo ubriaca e quei ragazzi se ne erano certo accorti, si erano accorti che non era in grado di esprimere consenso (verbale o non verbale) quindi non capisco perchè assolverli

  2. giorgeliot

    21 luglio

    vi aspettavo.

  3. Annamaria Arlotta

    22 luglio

    Non possiamo ribaltare la sentenza. Possiamo però far sapere ai giudici cosa ne pensiamo, e possiamo offrire un aiuto alla ragazza, doppiamente vittima: di stupro e del giudizio moralistico sulla sua vita che ha portato all’assoluzione degli stupratori. Stamattina ho lanciato questa petizione:

    https://www.change.org/p/giudici-di-firenze-vergognatevi-della-vostra-sentenza?just_created=true

  4. Ena

    27 luglio

    Poichè per l’articolo 220 del codice penale sono vietate le perizie psicologiche su vittime e imputati, mi chiedo come abbiano potuto fare queste valutazione e, per giunta, possano essere state prese in considerazione dai giudici.
    Vergognoso.

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