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Santa Maria Goretti: l’invenzione di un mito...

Santa Maria Goretti: l’invenzione di un mito cristiano

“Come accettiamo il matrimonio, così preferiamo la verginità.”

Nel Cristianesimo, le donne sono sempre state considerate delle portatrici di abiezione. Le parole di San Gerolamo (347-420 d.C.), Padre della Chiesa e propagatore dell’ideale monastico, rappresentano un esempio eloquente di quello che era l’ideale dei cristiani dei primi secoli e di quello che auspicavano per le donne: la verginità come valore essenziale, anteposta anche alla maternità a causa delle presunte “impurità” che questa implicava. Gesù, d’altronde, non si era mai sposato.

Proprio a partire dal V secolo ha cominciato ad essere sostenuto il dogma della verginità perpetua di Maria. A dispetto dell’incredibile diffusione del culto mariano a partire dal X secolo, Maria, vergine e madre, si presta paradossalmente ad incarnare soprattutto la misoginia della Chiesa, che alle donne ha sempre implicitamente chiesto condizioni contraddittorie tra loro. Si parla di una misoginia strutturale, un elemento caratterizzante della più potente e longeva istituzione, parte integrante di tutta la dottrina, che è sopravvissuta intonsa nei secoli, in ogni epoca, incurante dei cambiamenti sociali e culturali.

Nonostante gli innumerevoli scismi, niente ha davvero scalfito l’istituzione ecclesiastica per molto tempo. Solo nel XIX secolo, e ancora di più nel XX secolo, avvenne un processo di secolarizzazione compiuto, all’insorgere di fenomeni di massa che la Chiesa non poteva controllare, come l’industrializzazione o la nascita delle ideologie socialiste.

Illustrazione di Fiorenza Festa

Illustrazione di Fiorenza Festa

Proprio a cavallo di questi due difficili secoli, e precisamente il 16 ottobre 1890, nasceva a Corinaldo nelle Marche una bambina sfortunata il cui destino sarebbe stato quello di rinnovare, almeno parzialmente, gli antichi ideali della Chiesa nell’Italia del Novecento. Questa bambina si chiamava Maria Teresa Goretti, e la Chiesa si impadronì della sua vita e della sua morte.

Presumibilmente, la breve vita di Maria dev’essere stata un vero inferno. I primi sette anni lì passò in una minuscola casa di Corinaldo, con i suoi genitori contadini e con ben sei fratelli. All’epoca, un bambino su cinque moriva prima di aver compiuto i cinque anni; un individuo su due era analfabeta, ma questa statistica sarebbe più alta se si considerassero le donne. Le strade e le campagne erano pericolose e violente: nel decennio 1891-1900 ci furono ben 4000 omicidi volontari all’anno, e se si considera anche il decennio successivo i “fatti di sangue” arrivarono fino a due milioni.

A causa della miseria, i Goretti si spostarono a Paliano, nel Lazio, quando Maria aveva otto anni; lì avrebbero potuto lavorare presso il conte Attilio Mazzoleni. La nuova casa di Maria, una costruzione seicentesca chiamata Cascina Antica, si trovava in un territorio paludoso, malarico, umido e cupo, e per quanto fosse malmessa restava comunque un po’ più grande delle altre case circostanti, così i Goretti la dividevano con un’altra famiglia, i Serenelli.

Maria era ovviamente costretta a lavorare e dei suoi pensieri non si sa quasi nulla. Era solo una bambina come tante, che andava in giro a piedi scalzi in un mondo dove violenza, povertà ed ignoranza erano la normalità. Presumibilmente, della religione e del misticismo Maria non sapeva niente di più di quello che sapevano tutti gli altri bambini della sua età, cioè quasi niente. D’altronde, non è arrivata alcuna opinione di Maria ai posteri.

Tra i santini inquietanti che vengono fuori cercando su Google, questo è il vincitore.

Tra i santini inquietanti che vengono fuori cercando su Google, questo è il vincitore.

Il 5 luglio 1902, quando Maria aveva undici anni, uno dei figli dei Serenelli, Alessandro, provò per l’ennesima volta a molestarla. Era già accaduto in precedenza. Anche Alessandro era solo un ragazzo ignorante del suo tempo, a cui avevano insegnato l’inferiorità della donna praticamente da sempre e che tutti avevano abituato alla violenza – basti considerare le canzoni cantate dai contadini di quel periodo*, oltre alle ripetute e normalissime violenze domestiche.

Questo ultimo tentativo di violenza fu però più deciso degli altri, Maria reagì e Alessandro, frustrato e arrabbiato, finì per colpirla più volte con un punteruolo. La povera Maria morì il giorno dopo in ospedale per la setticemia.

Questa orribile storia, nella sua tragicità, non era molto diversa da tante altre che si sentivano nella palude, dove c’era anche una zona chiamata Femminamorta, in “onore” di una contadina morta di fame in quel luogo, insieme al figlio, dove si era nascosta per sfuggire al marito.

E in effetti, per un po’, non ci fu particolare clamore: Alessandro venne arrestato e condannato quasi subito, Cascina Antica divenne meta di curiosi e a Maria venne concessa poca attenzione dalla cronaca. I primi ad interessarsi del caso di Maria furono i passionisti, e subito dopo il commendatore cattolico Carlo Costantini, che si occupò di dare risalto mediatico alla vicenda, utilizzandola contro la dissolutezza degli ideali anticlericali.

Nel 1929, cioè quasi trent’anni dopo la sua morte, ci fu però una svolta. Padre Aurelio Verticchio scrisse un’improbabile biografia di Maria e iniziò ad essere esaltata la spiritualità della bambina, assurta a simbolo di virtù. La difesa più che naturale di Maria davanti al tentativo di violenza venne interpretata come incrollabile volontà di mantenere intatta la sua verginità.

A Maria venne regalato un nuovo volto, compito abbastanza facile poiché non vi erano foto. Per l’Italia fascista la possibilità di creare un’icona contadina, pura e virtuosa, era un’occasione imperdibile. La piccola Maria, che aveva solo undici anni al momento della morte, era malnutrita, piccola di statura e affetta da malaria, venne rappresentata come una bella ragazza adolescente, bionda ed in salute, dal pittore Giuseppe Brovelli-Soffredini, il quale per evitare di sbagliare, dipinse ben cinque ritratti diversi di Maria. Il ritratto prescelto venne successivamente anche riadattato con l’ausilio di una piccola modella dodicenne, costretta a firmare una dichiarazione di non aver mai posato per quel dipinto.

Maria Goretti nella versione di Giuseppe Brovelli-Soffredini

Maria Goretti nella versione di Giuseppe Brovelli-Soffredini

Nei vari processi di beatificazione e canonizzazione a Maria venne attribuita un’identità completamente diversa, affinché rispondesse alle esigenze della Chiesa, abbastanza in linea con le istituzioni fasciste. Maria avrebbe detto, durante l’aggressione, che “Dio non lo vuole”, frase udita solo ed esclusivamente dal suo assassino, completamente assoggettato ai voleri della Chiesa dopo ventisette anni di carcere.

Avrebbe anche detto “sì, sì”, come precedentemente dichiarato da Alessandro (le sue dichiarazioni sono state molte e spesso contraddittorie), forse un tentativo disperato di salvarsi la vita, che venne invece interpretato come l’accettazione del martirio. Si è molto insistito sul fatto che Maria avrebbe perdonato Alessandro prima di morire, poiché le venne chiesto di farlo proprio dal prete che le diede l’unzione, al quale rispose, allo stremo delle forze, “perdono tutti”.

Maria Goretti “la santa” è sostanzialmente un mito inventato ad uso e consumo di una Chiesa in difficoltà, che ha reagito alla modernità rifugiandosi in un suo antico caposaldo, la verginità. Questo e solo questo poteva offrire la bambina Maria come “valore” ad un’istituzione complessa e stratificata, che ha strumentalizzato la sua terribile morte per limitare ulteriormente le menti delle giovani come lei, instillando un sentimento di repulsione sessuale e indegnità.

Un anno fa, Papa Francesco e il vescovo emerito Joseph Ratzinger si sono trovati d’accordo nel nominare Maria Goretti come santa protettrice delle donne vittime di violenza, insieme a santa Dinfna, una quindicenne irlandese del VII secolo, uccisa brutalmente dal padre che voleva stuprarla. La memoria di queste due bambine, inconsapevoli del mondo, è indissolubilmente legata ad un’istituzione che “preferisce la verginità” e che vede nella trasgressione sessuale provocata dalle donne l’archetipo di ogni trasgressione.

 


* Tra le canzoni cantate dai contadini possiamo trovare:

“In corpo alla mia madre incominciai
a non aver mai bene in vita mia, e nelle fasce dove m’infasciai
erano piene di malinconia”

Questo spiega bene quanto fosse terrificante il mondo, praticamente per chiunque, all’epoca. C’è poi:

“Si benedetto chi l’ha fatto il mondo
ché chi l’ha fatto l’ha saputo fare,
che fece la donna per contentare l’uomo
chi non fa all’amore è un animale,
io per parte mia lo fo di cuore”

Questo può essere un esempio di come venisse “insegnata” la grande subalternità delle donne. Infine, ancora più esplicito:

“Voglio farmi un coltello scannellato
non me curo pagarlo uno scudo.
T’ammazzo e me ne vado carcerato”.

Molti sceglievano quasi volontariamente di andare in carcere, dove presumevano ci fosse più agio che nella palude.

Potete leggere anche:

Povera santa, povero assassino. La vera storia di Maria Goretti di Giordano Bruno Guerri, 1984, seconda ristampa 2008, RCS libri

Le quattro donne di Dio. La puttana, la strega, la santa, l’oca, di Guy Betchel, 2000, casa editrice Plon


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  1. Eugenio

    7 luglio

    Non ho parole, solo tanta tristezza.

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