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Ronja, la figlia del brigante

Mentre Lovisa giaceva a letto, partoriva e cantava, (…), nella grande sala di pietra a pianterreno i briganti se ne stavano seduti accanto al fuoco, mangiavano, bevevano e strepitavano come le strigi. Dovevano pur fare qualcosa, mentre aspettavano, e tutti e dodici aspettavano quello che stava per accadere lassù, nella stanza della torre. Perché mai, durante tutta la loro vita di briganti, era nato un bambino a Castelmatteo. (…) – Non arriva mai, quel figlio di brigante – disse Zucca-per. – Eppure prima di andarmene mi piacerebbe proprio vederlo, l’erede del capo. (…) Lo aveva appena detto che la porta si aprì e Matteo piombò dentro di corsa, pazzo di gioia. – Sono diventato padre! Statemi bene a sentire: sono diventato padre!
– Di che cosa? – chiese Zucca-per dal suo angolo.
– Di una figlia di brigante, evviva! – strillò Matteo. (…)
– Posso tenerla per un poco? – chiese Zucca-per, e Matteo gli mise Ronja in braccio come se fosse stata un uovo d’oro. – Eccoti il nuovo capobanda di cui vai discorrendo da tanto tempo. Ma non perderlo, sta’ attento, se non vuoi arrivare subito alla tua ultima birra!

230275Ora che la rileggo da adulta, so che questa scena contiene un aprosdoketon, che è un modo da filologa per definire una brusca inversione delle aspettative del lettore. L’inversione non consiste nel fatto che a nascere sia una bambina, ma che il suo genere non faccia differenza. Matteo è un personaggio costruito per essere un’amplificazione di tutto ciò che è tradizionalmente maschile: è fortissimo, burbero, gigantesco e villoso, ma non c’è un solo istante in cui non veda in sua figlia un degno erede, e i suoi puzzolenti briganti fanno altrettanto.

Da bambina io avevo già visto Lady Oscar, quando lessi questo libro magnifico, ma non avevo ancora interiorizzato la normalità – la normatività – di certi schemi narrativi. Così, quando Astrid Lindgren mi disse che l’erede del capo brigante poteva essere una bambina, io ci credetti e m’immersi nel libro, senza neanche pensare che fosse straordinario.

A questo punto ci vuole una premessa: d’altronde, Astrid Lindgren firma sempre libri bellissimi e io ero una lettrice vorace, quindi perché dovrebbe essere degno di nota che io abbia amato Ronja? Il punto è che io, da bambina, cercavo sempre protagonisti maschi. Io non volevo essere Belle, volevo essere Simba; mi era piaciuto Matilde, ma morivo per Le Streghe. Eppure, nel mio Olimpo letterario Ronja, la figlia del brigante coraggiosa e testarda, entrò subito e senza rivali. Visti i livelli di misoginia interiorizzata della mia infanzia, mi sento di poter fare la rivoluzionaria affermazione che persino un bambino di sesso maschile potrebbe – ohibò – amare questo libro. Un messaggio per Mondadori a tal proposito: giuro, nell’ultima ristampa avreste anche potuto non inondare la copertina di rosa confetto. ENIUEI: di seguito, quattro ragioni per amare follemente Ronja.

Illustrazione di Anna Masini

Illustrazione di Anna Masini

1. La sua strategia contro la paura

Non sappiamo quanti anni abbia Ronja la prima volta che si avventura nel Bosco Matteo, la foresta che circonda il castello in cui è nata e cresciuta. Di sicuro, nel mondo della figlia del brigante non ci sono vie di mezzo: il giorno in cui le viene dato il permesso di uscire di casa coincide con la sua prima esperienza d’indipendenza completa, un giorno intero nel bosco in cui corre, ride, esplora e tocca tutto, per poi addormentarsi vicino al laghetto quando nuotare l’ha troppo stancata. Quando si sveglia è già buio, qualcosa che Ronja non teme. Tuttavia, appena strane creature la circondano e le sibilano oscure minacce, un terrore sconosciuto la invade.

Quella notte la salverà Matteo, ma la lezione che le impartirà non contiene neppure l’ombra di un rimprovero. Le creature del bosco, le dice, si nutrono della paura; se non ne provi, non possono nulla contro di te. Una morale del genere impedisce di fare i gradassi: la mancanza di paura dev’essere genuina, e Ronja sa che lei di paura ne ha parecchia, adesso. Ed ecco che elabora un piano: teme di cadere nel fiume? E allora salta sulle pietre del fiume finché la paura non le passa. Teme di cadere nella Bocca dell’Inferno, un crepaccio profondissimo? Allora salta da una parte all’altra del crepaccio finché la paura non le passa. E così via. Portatevi dietro questa lezione nell’adolescenza e nella vita adulta, e ditemi se Ronja non ha ancora un sacco da insegnarvi.

 

2. L’intensità selvaggia dei suoi molti amori

Ronja adora suo padre, così tanto che – quando la vita li mette in contrasto – quell’amore si trasforma in voragine. Quando nella sua storia entra in scena Birk, il figlio del capobanda rivale di suo padre, il disprezzo iniziale si trasforma in un amore fraterno che informa di sé tutte le giornate dei due, muovendosi su tutta la gamma dei sentimenti positivi: dalla gioia chiassosa di ridere insieme a quella più quieta di prendersi cura dell’altro, dalla lacerazione delle separazioni alle aperture benefiche del ritrovarsi.

Lovisa, la madre di Ronja, è una roccia incrollabile alla quale lei guarda come a un faro o alla stella polare: dalla dolcezza con cui a notte intona la Canzone dei lupi, alla perentorietà con cui fa filare tutti i briganti ivi compreso Matteo, Ronja la ama con la visceralità di una passione finalmente semplice. Quest’uragano di sentimenti si unisce in Ronja all’amore per il bosco, la primavera, il latte appena munto, la vita. Se al chiudere questo libro non vi sentite colmi della gioia elementare di essere al mondo, fossi in voi, mi farei due domande.

 

3. Essere adulti restando bambini

Quando l’inimicizia tra Matteo e Borka, capobanda odiato e padre di Birk, minaccia di rendere tutto insostenibile, Birk e Ronja vanno a vivere da soli nel bosco. C’è naturalmente una dimensione fantastica nel grado totale d’indipendenza di cui, bambini, arrivano a fare esperienza, ma ogni porzione di quest’autonomia è conquistata con concretezza e realismo. Ronja e Birk riescono a pescare un salmone, ma al quarto giorno anche l’odore dà loro la nausea. Addomesticano due puledri selvaggi, ma solo al prezzo di frustrazioni e capitomboli. La notte si scaldano vicino al fuoco, ma la ninnananna che cantava la madre di Ronja le si blocca in gola e la malinconia, allora, fa a botte con la libertà.

Non c’è traccia della facilità senza scosse con cui le cose accadono in certe fiabe. Ronja e Birk fanno gli adulti, ma non fingono mai di non esser bambini. Una linea narrativa che avrebbe potuto essere di pura evasione diventa invece misura di ciò che anche un bambino può essere in grado di fare, se non rifugge la frustrazione, rimane costante e conserva la fiducia, in sé stesso e negli altri.

L'autrice, Astrid Lindgren

L’autrice, Astrid Lindgren

4. Il suo grido di primavera

“È una mattina presto. Splendida come la prima mattina della terra.
Ecco i pionieri della Grotta degli Orsi che camminano lentamente nel bosco, circondati dalla bellezza della primavera. In tutti gli alberi, dentro tutte le acque, in tutti i verdi cespugli c’è la vita, c’è un canto, c’è un sussurro, un ronzio, un cinguettio, un mormorio e ovunque risuona la fresca e selvaggia canzone della primavera.
E poi tornano alla loro grotta in quel posto selvaggio. Tutto è come prima, tranquillo e sicuro, il fiume che scroscia in basso, i boschi nella luce del mattino, non è cambiato niente. La primavera è nuova, ma non è cambiata.
– Non ti spaventare, Birk – dice Ronja. – Adesso arriva il mio grido di primavera!
E grida come un uccello, sempre più forte, un grido di gioia che arriva lontano, nel bosco.”


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  1. Stefano

    22 febbraio

    In questo periodo a Stoccolma c’è a Stadsteatern/Kulturhuset una versione splendida di Ronja
    http://kulturhusetstadsteatern.se/Teater/Pjaser/2014/Ronja-Rovardotter/

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