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La rivoluzione del calendario Pirelli

La rivoluzione del calendario Pirelli

Sono passati 52 anni dalla prima edizione del calendario Pirelli. 52 anni e 44 edizioni piene di corpi femminili, volti e forme ritratti per lo più in contesti “esotici”. Nudi, vestiti, fasciati in bikini microscopici, ritratti come divinità pagane, dipinti, sporchi, bagnati. Ma pur sempre corpi, prevalentemente femminili, sempre di modelle.

La quarantacinquesima edizione, presentata a Londra lunedì 30 novembre, è stata affidata all’occhio e alle mani esperte di Annie Leibovitz (già creatrice dell’edizione del 2000), che ha rivoluzionato completamente l’estetica e i soggetti del calendario più esclusivo del mondo.

La fotografa, nota ai più per la sua lunga collaborazione con Rolling Stone e per aver ritratto – soprattutto per Vanity Fair e Vogue – ogni possibile esponente dell’establishment e della pop culture statunitensi, ha scelto soggetti femminili che hanno ben poco a che fare col mondo della moda. Donne dai 19 agli 82 anni, selezionate per i loro meriti sui campi sportivi, su Internet, nella musica, al cinema, in filantropia, in televisione: Serena Williams, Yoko Ono, Patti Smith, Ava Duvernay, Tavi Gevinson, Amy Schumer, Kathleen Kennedy, Mellody Hobson, Yao Chen, Agnes Gund, Fran Lebowitz, Shirin Neshat e Natalia Vodianova (unica modella di professione, selezionata per i suoi meriti filantropici).

Pirelli Calendar 2016

Ava Duvernay, Serena Williams e Amy Schumer

Il calendario Pirelli è un prodotto esclusivo, che finisce nelle mani di poche migliaia di eletti tra vip, affiliati all’azienda e personaggi importanti. Ciononostante, soprattutto grazie a Internet e alla pubblicazione di alcuni degli scatti più famosi (e dei dietro le quinte “esclusivi”) su magazine e giornali, è un prodotto che genera attesa e curiosità in tutto il mondo e che ogni anno riesce a cogliere un elemento importante della propria contemporaneità, usando il corpo delle modelle come tela per rappresentarlo.

Se il 2015 è stato rappresentato attraverso il tema del “fetish” e ha visto per la prima volta il coinvolgimento di una modella “plus-size” (Candice Huffine), nel 2011 Karl Lagerfeld ha messo in scena una mitologia in bianco e nero sofisticata e scultorea, mentre Steve McCurry ha vestito le sue modelle per gettarle in una caotica e coloratissima Rio De Janeiro e Terry Richardson… ha fatto Terry Richardson.

Gigi Hadid Pirelli 2015

Gigi Hadid, Calendario Pirelli 2015

“The Pirelli calendar, like it or not, is a reference point for where we as a society are at, in the ever-changing landscape of bodies, sex and desire”, scriveva a gennaio 2015 sul Guardian Jess Cartner-Morley, nello stesso articolo in cui definiva il calendario “un’istituzione soft-porn”.

“The 2016 Pirelli Calendar May Signal a Cultural Shift” titola un pezzo del New York Times pubblicato il giorno della presentazione della nuova edizione. Non a caso la scelta dei fotografi e delle modelle ricade sempre sui nomi più celebrati in un determinato periodo storico, scelti per fissare in 12 mesi un insieme di allegorie e canoni di bellezza che cambiano molto nel tempo.

Dando un’occhiata ad uno scatto dell’edizione realizzata da Sarah Moon nel 1972 o a Milla Jovovich che nel 1998 non troppo credibilmente imbianca casa davanti all’obiettivo di Bruce Weber, è evidente che quelle bellezze, quei volti e quelle situazioni avevano senso in un momento e ora fanno parte della memoria estetica di una precisa fase della storia. È la stessa sensazione che si prova quando si prende in mano un numero di Vogue o di Vanity Fair di qualche anno fa. Tutto ciò che ci è sembrato trendy o bello in un determinato anno, è spesso ridicolmente datato e anacronistico guardato con gli stessi occhi a pochi anni di distanza.

Sarah Moon Pirelli 1972

Foto di Sarah Moon per l’edizione del Calendario Pirelli 1972

Annie Leibovitz quest’anno ha scelto di mettere al centro del calendario il ruolo delle donne nella società e l’ambizione. L’oggetto del desiderio non è più il loro corpo, ma il loro potere, la creazione di un impero che porti il proprio nome, di un nome che rievochi immediatamente un mondo fatto di successi, sfide e riconoscimenti pioneristici.

Nulla ci distrarrà dall’eccezionalità di queste donne, che hanno posato con i loro vestiti e poco makeup in uno studio nel Meatpacking District a New York. Non ci sono palme, non ci sono stereotipi “esotici” dal sapore colonialista né animali della savana. Ci sono solo loro, a ricordarci quanto le donne oggi hanno sempre meno un ruolo di mero oggetto di intrattenimento e sempre più una parte attiva nella società, quanto il mondo sia cambiato e quanto gli Stati Uniti in particolare siano ossessionati dalle donne di successo. Non è difficile accorgersene: basti sfogliare un qualunque magazine “femminile”, un teen magazine o dare un’occhiata ad un programma televisivo o ad una campagna pubblicitaria. Le donne forti sono sempre più al centro della scena, si snocciolano in continuazione preziosi consigli relativi alla propria carriera e al proprio personal branding e in particolare si fa rete.

Taylor Swift l’ha capito molto bene. Dopo anni trascorsi a cantare e suonare country diluito in un pop molto innocuo, ha cambiato genere, abbigliamento, makeup e comunicazione e ha proposto un nuovo modello di “femminismo pop”: fare squadra con le altre donne, mostrarsi unite, mostrare che si può fare rete invece di sentirsi in costante competizione, non farsi dividere dalla ricerca di approvazione o da un fidanzato che assorbe troppe energie. La sua “Girl Squad”, come è stata soprannominata, crea ansie da prestazione, depressione e un effetto à la Mean Girls a chiunque non abbia stuoli di amiche bellissime e intelligenti e famose, ma è comunque un cambio di rotta rispetto al passato.

La squadra scelta da Annie Leibovitz non è composta da modelle che rispettano ogni possibile canone di bellezza contemporaneo come quella di Taylor Swift: è una squadra che include donne col volto scavato dal tempo e dall’esperienza come Yoko Ono e Patti Smith. C’è anche Serena Williams, troppe volte ridotta a mero corpo in movimento, definito “grasso” da molti, decisamente fuori dagli schemi da tutti. I trionfi agonistici della Williams tennista vengono spesso messi da parte per concentrarsi sulla Williams come pezzo di carne. Viene additata come troppo mascolina quando è in campo e troppo femminile quando è sul tappeto rosso, in abito aderente e tacchi alti.

Quello di Serena è un corpo atletico, abbondante, muscoloso. Il corpo di una donna che non teme gli esercizi e il sollevamento pesi che le gonfieranno i muscoli. Il corpo di una donna nera, la prima atleta nera ad essere ritratta sul calendario Pirelli, una delle atlete più celebri e forti della storia. Serena viene deumanizzata, come accade spesso alle donne nere, atlete o no. Sono viste, osservate, giudicate, applaudite o disprezzate, solo in relazione alla propria apparenza fisica, indipendentemente dai successi ottenuti a livello professionale. Non basta essere la tennista più forte al mondo: se il tuo corpo non rispecchia certi standard, è lì che ogni commentatore, giornalista o critico cercherà di far cadere la discussione.

Molte tenniste, per paura di far aumentare troppo la propria massa muscolare, evitano certi esercizi fisici, come riportato dal New York Times in un articolo molto criticato, anche a costo di essere meno potenti delle altre. Maria Sharapova sostiene che sollevare pesi sia noioso e che vuole lavorare per essere sempre più magra e avere sempre meno cellulite. Gli sponsor ringraziano, visto che lei e altre colleghe sono ricoperte di sponsorizzazioni grazie al loro corpo longilineo, bianco e non dissimile da quello di molte top model. Le protagoniste del tennis agonistico lottano contro il demone rappresentato dai loro muscoli: un elemento cruciale per il loro mestiere e per le loro vittorie, che spesso le fa correre in terapia alla ricerca della propria autostima perduta.

La costante oggettificazione femminile ha delle conseguenze molto profonde. Che lo si voglia o no, una donna che faccia qualunque mestiere verrà giudicata anche in base al proprio aspetto fisico e questo giudizio costituirà sempre una forma di controllo esercitata da chi lo esprime. Un controllo espresso in commenti, battute, critiche e risate sul proprio abbigliamento e sulle proprie forme, che spesso si mescolano ai giudizi sul proprio operato strettamente lavorativo. Diventano talvolta penalizzazioni. O anche intimidazioni o molestie.

Il costante bombardamento di modelli di bellezza inarrivabili crea un confronto reso straziante dal fatto che un corpo, un viso, un paio di tette, fanno tanto parte della superficie di una persona quanto di quei tratti che difficilmente si possono imitare, salvo fare ricorso alla chirurgia estetica, che non garantisce sempre i risultati sperati.

La creazione di prodotti che abbiano come obiettivo la costante soddisfazione del “male gaze” (lo sguardo maschile ed eterosessuale) aumenta la competizione tra donne anche nella vita di tutti i giorni. Crea il bisogno, in tante donne, di sentirsi in forma non per se stesse ma per gli altri. Di vestirsi in un certo modo solo perché lo fa quella modella di cui vorremmo tanto avere le gambe lunghe e sode. Di bere i suoi frullati insapore solo perché li beve lei, per sentirsi un po’ lei.

Tavi Gevinson nel calendario Pirelli 2016

Tavi Gevinson nel calendario Pirelli 2016

Se nel calendario più esclusivo al mondo il modello femminile a cui aspirare è quello lavorativo, è quello di un ruolo di potere e di influenza nella cultura e nella società, l’attenzione (e l’invidia) almeno per una volta si sposterà dal corpo, i vestiti, il nudo e gli sguardi ammiccanti al ruolo delle donne nel mondo, indipendentemente dall’approvazione dello sguardo maschile. Le donne selezionate sono esempi vincenti in un mondo dove tante altre non ce la fanno, a causa di condizioni economiche meno favorevoli, discriminazioni, assenza di tutele in caso di maternità, razzismo, sessismo, condizionamenti culturali e familiari e via dicendo.

In una cultura così ossessionata dall’immagine, si deve pur sempre trovare qualcosa da immortalare e far entrare nel mito. Anche se a sua volta è un altro standard per molte inarrivabile, è pur sempre più concreto e reale della mera apparenza fisica. Se la bellezza perde un po’ di importanza a favore di esempi che possano ispirare su un piano molto più profondo, forse è il caso di accettare che le modelle nude non siano più il modello più originale cui aspirare. Per citare Jennifer Zimmerman, Global Chief Strategy Officer dell’agenzia McGarryBowen che ha commentato il nuovo calendario Pirelli sul New York Times, nessuno usa più i calendari, quindi tanto vale che cambino obiettivo e funzione.

Chi invidierà, d’ora in poi, i pochi fortunati che ricevono ogni anno “The Cal”? Persone che aspireranno ad avere potere abbastanza per mettere mano a questo oggetto esclusivo o persone che stimano più le donne ritratte nel calendario che i suoi possessori? Forse una risposta c’è già nelle parole di Sammy Nickalls, che ha chiuso il suo articolo su Hello Giggles relativo al Pirelli 2016 così: “Yeah, we’d love to have that hanging on our walls forever, please”. Non un’edizione qualunque, non potere abbastanza per avere tra le mani un Calendario Pirelli. Quel calendario, quello di Annie Leibovitz.


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  1. Paolo

    4 dicembre

    E’ verissimo che l’aspetto fisico delle donne riceve commenti inopportuni in contesti nei quali non centra assolutamente, è una cosa che va denunciata. Detto questo, quasi tutti noi badiamo al nostro aspetto estetico e alla forma fisica per noi stessi e per il prossimo, anche questo fa parte della nostra libertà.
    Un uomo e una donna che fanno palestra la fanno perchè vogliono farla, non sono vittime passive di modelli sbagliati, lo stesso vale per i vestiti.
    Quanto a Maria Sharapova, scusate se mi ripeto, ha tutto il diritto di ritenere i pesi noiosi e di essere fiera del suo fisico e di coltivarselo come la Williams ha tutto il diritto di fare i pesi, di essere fiera del suo fisico e coltivarselo (l’articolo esprime chiaramente più ammirazione verso Serena Williams in quanto più “fuori dagli schemi” o almeno così pare, io invece credo che siano ammirevoli tutte e due, che si tratti di due brave atlete che sono anche donne affascinanti, belle in modi diversi e entrambe autentiche in campo e fuori, per inciso: lasciatemi dire che chi definisce “grassa” la Williams o è scemo o è in malafede)

  2. pixelrust

    18 dicembre

    GO HOME PAOLO, YOU’RE DRUNK

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