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La rape culture e le sue premesse: come intervenir...

La rape culture e le sue premesse: come intervenire?

***Attenzione: questo articolo contiene riferimenti espliciti alla violenza sessuale***

 

Quando si parla dei modi in cui la violenza sessuale viene normalizzata all’interno della nostra società, si utilizza solitamente un’espressione assai eloquente: “rape culture”. Letteralmente, “cultura dello stupro”.
Da un lato, i corpi delle persone non ascrivibili alla categoria dell’uomo bianco ed eterosessuale vengono implicitamente considerati “a disposizione”, e quindi commentabili e, in molti casi, maneggiabili, come se si trattasse di oggetti. Dall’altro, la violenza viene spesso giustificata, mentre chi l’ha subita diviene oggetto di critica e pesante umiliazione.

La minaccia dell’uso della violenza nei confronti delle donne è un fenomeno diffusissimo, del quale si trova eloquente traccia online. Due casi recenti che hanno scosso la nostra redazione sono stati quelli di Anita Sarkeesian vs. Gamergate, e l’Italiano Medio vs. Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, ma non passa giorno senza che ci si imbatta in persone che, con tono più o meno “scherzoso”, augurano alle donne le peggior cose.
Tale osservazione informale è supportata da svariate ricerche che hanno indagato le dimensioni del fenomeno rape culture in diversi contesti. In Italia si fa solitamente riferimento ai dati ISTAT e alla nota ricerca del 2006, secondo la quale il 31,9% della popolazione femminile di età compresa tra i 16 e i 70 sarebbe stata vittima di violenza fisica e/o sessuale. Questo dato è particolarmente agghiacciante, soprattutto se consideriamo che la stragrande maggioranza di questi reati non vengono denunciati.

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La normalizzazione della violenza di genere, sfortunatamente, passa anche per la colpevolizzazione delle donne che si trovano impossibilitate a denunciare o segnalare chi ha commesso il reato che le ha colpite. Non è per niente raro che di fronte alla notizia di un omicidio presentato come “chiusura” di un lungo periodo di stalking, si arrivi a dare la colpa alla vittima. Quel “se l’è andata a cercare” è implicito in moltissime campagne contro la violenza di genere, il cui target finiscono spesso per essere le vittime e non i carnefici.

Parlare di violenza di genere è spesso molto scoraggiante, soprattutto quando i nostri interlocutori non sono bambini. Quando sono persone anziane, viene vilmente da dirsi che si tratta di gente di un’altra generazione, spesso irrecuperabile, ma destinata a fare un numero limitato di danni. Quando invece l’età si abbassa e a farci gelare il sangue nelle vene sono i nostri coetanei, è facile farsi prendere dallo sconforto.
“Come intervenire?”, ci chiediamo. Come mostrare loro ciò che è parte integrante delle nostre vite, ed invisibile ai loro occhi?

Il lavoro di tre ricercatrici della University of North Dakota, Sarah R. Edwards, Kathryn A. Bradshaw e Verlin B. Hinsz, può fornirci alcuni spunti da cui partire.
L’indagine delle tre studiose, comparsa in un numero recente della rivista Violence and Gender, è stata sviluppata a partire dalla premessa che non tutti gli stupratori potenziali si identificano come tali. Diversi studi hanno infatti mostrato che il modo in cui vengono poste le domande sulla violenza sessuale – descrittive o classificatorie – influenza sensibilmente i tassi di risposte affermative. La frequenza degli uomini che ammettono di “aver costretto una donna ad avere un rapporto sessuale” è più alta di quella degli uomini che ammettono di “aver violentato una donna”, nonostante la sostanza non cambi.

Edwards, Bradshaw e Hinsz hanno intervistato un gruppo di studenti universitari con l’intento di indagare quali possono essere i fattori che differenziano gli uomini che ammettono di essere potenziali stupratori e quelli che, invece, non si riconoscono come tali, ma che se sollecitati da una domanda descrittiva, ammetterebbero di poter costringere una donna ad avere rapporti con loro.

In entrambi i casi, i risultati della ricerca hanno mostrato che un fattore altamente correlato con l’essere un potenziale stupratore sono gli atteggiamenti da “dominatore” sulle donne, soprattutto in ambito sessuale. Nelle rappresentazioni di questi intervistati, le donne apparivano come oggetti passivi, e l’aggressione sessuale un’espressione legittima della propria mascolinità.

La differenza più significativa tra il gruppo degli studenti autoidentificatisi come potenziali stupratori e quelli che invece rispondevano positivamente solo al sollecito descrittivo, è risultata essere l’ostilità nei confronti delle donne. In effetti, diversi studi hanno mostrato come gli uomini più sessualmente aggressivi e violenti siano tendenzialmente portatori di odio o diffidenza generalizzata nei confronti del genere femminile, laddove gli uomini che possono arrivare a commettere violenza pur senza identificarsi come stupratori sono tendenzialmente portatori di “sessismo benevolo”.

Questa ricerca, che ci aiuta a fare luce sulle premesse della violenza di genere, si conclude evidenziando la necessità di interventi preventivi diversificati, volti a raggiungere pubblici che si percepiscono diversamente. Gli uomini che ritengono accettabile l’uso della forza per ottenere rapporti sessuali, ma che non si identificano come stupratori, difficilmente saranno ricettivi alle campagne indirizzate apertamente a questa categoria. Le autrici suggeriscono, invece, interventi orientati alla diffusione della cultura del consenso, oltre che alla forte condanna dell’uso della forza.
Per quanto riguarda gli stupratori che si idenficano come tali, invece, sottolineano l’importanza di interventi che agiscano sull’ostilità e la rabbia nei confronti delle donne, e che riguardino quindi in primis l’ambito degli affetti e la gestione delle proprie emozioni.

Nel nostro piccolo, essendo consapevoli dell’estenzione della rape culture e dell’impatto che essa ha sulle vite di tutt*, accogliamo con favore le ricerche che vanno in profondità, oltre il dato per scontato che domina il discorso sulla violenza di genere. Crediamo infatti che sia importante sviluppare azioni efficaci a livello locale (es. attività nei centri sociali) e nazionale (es. l’introduzione sistematica dell’educazione all’affettività nelle scuole). Speriamo insomma che questi messaggi giungano anche al magico mondo istituzionale delle Pari Opportunità e lascino un segno.

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Fonti:
Sarah R. Edwards, Kathryn A. Bradshaw, Verlin B. Hinsz (2014), Denying Rape but Endorsing Forceful Intercourse: Exploring Differences Among Respondents. In “Violence and Gender”, 1(4)
Koss MP. (1998), Hidden rape: sexual aggression and victimization in a national sample in higher education. In “Rape and Sexual Assault”, Vol. II, AM Burgess, ed.


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  1. Paolo

    26 gennaio

    il consenso (che non è necessariamente espresso verbalmente), un uomo lo capisce quando c’è, quando può esserci e quando non c’è e non ci potrà mai essere quindi se decide di ignorarlo la colpa è solo sua

  2. Chiara CApraro

    31 gennaio

    Sai di dov’erano gli studenti intervistati? Una ricerca su piu’ di 10.000 uomini in Asia ha trovato che 1 su 4 ha ammesso di avere stuprato e che il motivo principale era ‘sexual entitlement’,hanno anche trovato correlazione tra abuso in eta’ infantile e prpbabilita’ di commettere stupro in eta’ adulta.

  3. Daniele

    7 febbraio

    Io credo che la questione sia molto discussa perché siamo in un momento di transizione culturale rispetto alle relazioni tra generi. Nessuno si sarebbe sognato, anche solo vent’anni fa, di definire “stupro” un atto di costrizione sessuale da parte di un ragazzo nei confronti della sua fidanzata, e tuttora sono molto pochi quelli che lo fanno. Ora le definizioni stanno cambiando, e chi si interroga su come le cose possono andare diversamente si scontra con i retaggi culturali di un passato neanche troppo lontano.

    L’infografica su “cos’è il consenso” è molto bella, ma tutt’altro che scontata nell’attuale contesto sociale, e forse anche un po’ semplificatoria. Il nostro modo di vivere le relazioni sentimentali si basa largamente su sottintesi e non detti. Io personalmente non credo che sia una brutta cosa, lo trovo un bel modo per testare la complicità che c’è con l’altra persona. Idealmente mi piacerebbe che fossimo educati (soprattutto noi maschietti) non solo al confronto diretto verbale, ma anche ad una maggiore sensibilità, che ci faccia capire, al di là dei “sì” e dei “no”, tutta quella serie di sfumature intermedie che rendono il confronto sull’intimità ricco e appassionante.

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