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“Profumo di donna”: decostruire un film con Laura Mulvey

Nel 1973 Laura Mulvey ha poco più di trent’anni e riesce a fondere per la prima volta psicologia, teoria del cinema e femminismo. Nel suo saggio “Visual Pleasure and Narrative Cinema”, dopo aver riconosciuto l’impossibilità di creare nell’immediato un linguaggio alternativo a quello usato dal patriarcato, propone di usare una sua immediata estensione – la psicoanalisi – per trovare la chiave di lettura al medium audiovisuale.

Ciò che viene evidenziato da Mulvey è che il ruolo femminile è sì indispensabile per ogni film, ma che la sua presenza è un elemento disturbante per la trama, e agisce contro il normale flusso narrativo, gelando l’azione nel momento in cui si propone come oggetto di contemplazione erotica.

Parafrasando Budd Boetticher, creatore di numerosi western più pop del pop, nel cinema il personaggio femminile incarna amore e paure ataviche nutrite dall’eroe; lo provoca, spingendolo ad agire in maniera diversa da quella per cui è destinato a procedere.

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Queste considerazioni combaciano perfettamente con i ruoli visti nel film Profumo di donna di Dino Risi, anch’esso creatura degli anni ‘70 (se il nome vi solletica la memoria è perché probabilmente vi ricordate di un omonimo remake hollywoodiano).

La pellicola propone un sacco di spunti di riflessione se visto sotto la luce delle teorie esposte da Mulvey, anche se per la maggior parte è uno di quei capolavori del cinema che non va toccato. Il film insiste sull’importanza della percezione non visiva, dall’odore delle strade, a quello che distingue le donne cis dalle trans, a quello che annuncia un partner di conversazione per nulla interessante. Il messaggio che trapela è che, al di là del puro senso visivo, c’è un intero mondo che non viene percepito.

Sinossi: diventato cinico e insensibile in seguito ad un incidente che gli ha fatto perdere la vista, il capitano in pensione Fausto Consolo (interpretato da Vittorio Gassman) decide di intraprendere un viaggio attraverso la Penisola accompagnato dalla recluta appena diciottenne Giovanni Bertazzi (Alessandro Momo), a cui affibbierà il soprannome derisorio Ciccio. Dopo l’incontro con una prostituta a Genova e un’assoluzione spirituale quasi estorta al cugino prete a Roma, i due giungono a Napoli, dove vengono ospitati dalla famiglia di un amico del capitano.

E qui il punto dolente: mentre la trama pare inclinarsi verso un tragico epilogo, il capitano viene “distratto” da una presenza femminile, della quale percepisce principalmente il profumo. La conseguenza di questa “deviazione” è che il protagonista, destinato a ripetere azioni deplorevoli all’infinito tra insulti gratuiti e pretesti per mettere le mani addosso alle donne, viene salvato e riportato alla buona condotta da una figura femminile. La donna che lo redime è Sara (Agostina Belli), figlia dell’amico di Fausto, che riesce a subire umiliazioni e insulti di ogni tipo pur di conquistarlo.

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Il ruolo di questa ragazza, per quanto marginale se paragonato all’intera lunghezza del film, racchiude in sé una vasta gamma di motivi ricorrenti nella rappresentazione del genere femminile:

  1. l’infermiera: Sara cerca di accudire l’uomo che ama, ne subisce i soprusi e le numerose umiliazioni;
  2. l’Elettra: la donna viene attratta da un uomo della stessa età di suo padre;
  3. l’icona sessuale a metà tra una Lolita e una “casta diva”: perché l’erotizzazione della figura femminile sembra essere indispensabile alla trama, veicolando lo sguardo dello spettatore;
  4. la Penelope: ovvero, quella che attende pazientemente che l’oggetto del suo desiderio si accorga di lei.

Sara viene effettivamente dipinta come un elemento di disturbo per la trama, cosa che dimostra quanto detto da Mulvey, mettendo lo spettatore nella condizione di parteggiare per lo scostante militare. Non a caso entra in scena sempre in quei che sembrano essere i pochi preziosi momenti di spensieratezza del capitano, costringendolo ad un brusco impatto con la realtà.

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Non credo di spoilerare molto dicendo che alla fine trionferà l’amore, quasi a voler dire che se si è disposte a sopportare tutto questo, qualcosa di buono alla fine c’è sempre.

Facendo un breve paragone con la realtà, il film non sembra esserne una distorsione. La vocazione al martirio del genere femminile è stata sempre incoraggiata e mostrata come esemplare, tanto che quasi non riusciamo più a distinguere quando la incarniamo o di quando la vediamo tematizzata sotto i nostri occhi sotto forma di film, arte, letteratura. Per quanto sia forse superfluo parlare di un film con quarantuno anni di ritardo, l’esempio è stato calzante per introdurre brevemente la critica cinematografica femminista con un parallelo su un “prodotto” cinematografico del suo tempo, giusto per delineare quello che è stato il terreno di battaglia di quegli anni.

Laura Mulvey

Laura Mulvey oggi


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  1. Paolo

    22 settembre

    Ho visto solo il remake hollywoodiano dove non c’è il personaggio di Sara e ci si concentra quasi esclusivamente sul rapporto tra il colonnello Frank Slade (Al Pacino) e il suo giovane badante (Chris Sarandon) quindi non posso esprimermi nel merito ma pur avendo perplessità sulle teorie di Laura Mulvey ho letto l’articolo con interesse

  2. ILARIA

    27 settembre

    L’attore è Chris O’Donnell, non Sarandon.

  3. Paolo

    29 settembre

    hai ragione Ilaria. Chiedo venia

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