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Il problema con le popstar e la loro sessualità

Il problema con le popstar e la loro sessualità

Rihanna S&M

Qualche giorno fa, mentre mi perdevo come spesso accade tra mille articoli e post su Facebook, la mia attenzione è stata attirata da un pezzo di approfondimento condiviso dal sito che Fare. Si tratta di un articolo dal titolo “L’iper sessualizzazione della donna emancipata”, pubblicato originariamente da Carolina Bandinelli su Miti 2.0.

L’autrice sostiene che il modello della donna emancipata contemporanea proposto da pop culture, magazine femminili e best-seller sia quello di una donna iper-sessualizzata; ripercorrendo gli ultimi decenni individua una “sessualità morigerata” negli anni Cinquanta, una “sessualità liberata” negli anni Sessanta-Settanta e una “sessualità aumentata” contemporanea. Parla di una donna che è “estremamente consapevole della sua bellezza” e che “si racconta esplicitamente come soggetto sessuale, a volte in modo così estremo da risultare grottesco”.

A sostegno di questa tesi viene proposta un’analisi di un articolo di Cosmopolitan del giugno 2012 e di tre video musicali di tre famose popstar: I Kissed A Girl di Katy Perry, S&M di Rihanna e Call Me Maybe di Carly Rae Jepsen, che risalgono rispettivamente al 2008, 2010 e 2012.

Rihanna e Katy Perry

Cosmopolitan e la consapevolezza sessuale

L’articolo di Cosmopolitan in questione spiega come far raggiungere al proprio partner (uomo) un “orgasmo da sogno”, mantenendolo in uno stato di eccitazione controllata, portandolo al limite e poi rallentando. Bandinelli, spiegando il contenuto del pezzo, parla di un controllo esercitato dalla donna che risulta “appunto, molto controllato, lontano dalla violenza naturale che fa parte di certa sessualità. Si tratta di un controllo professionale”.

E qui, devo ammetterlo, ho iniziato a deglutire molto rumorosamente. Sono una lettrice abituale di Cosmopolitan, che apprezza alcuni aspetti di questo magazine e non ne condivide altri. Qualche anno fa ero alla ricerca di risposte, sul mio corpo, sul sesso e sul mio piacere e la consapevolezza che ci fosse un magazine su cui potevo trovare riferimenti chiari mi confortava. Mi faceva sentire al sicuro, anche se i consigli che cercavo erano spesso schiacciati in mezzo ad altri pezzi per me illeggibili o poco interessanti.

Sono stata abituata, per mancanza di stimoli opposti, a sentire il sesso interpretato da tanti autori uomini, ad ascoltare canzoni scritte e cantate da maschi, a vedere film scritti e diretti da loro. Non conoscevo un linguaggio che parlasse di sesso con le mie stesse parole e quando ho iniziato a sfogliare certi “femminili” ho iniziato, pian piano, a tirare un sospiro di sollievo.

Cosmopolitan non è il meglio sulla piazza, ma il fatto che dia spazio a donne che danno consigli pratici e utili per fare sesso è un fatto che diamo per scontato ma, che per tutta la storia dell’umanità fino a cinquanta anni or sono, nel mondo occidentale non sarebbe stato praticabile né, forse, legale. Tuttora, in alcune parti del globo, una donna che parli apertamente di sesso e sessualità, verrà additata come pazza, linciata, arrestata, accusata di blasfemia.

Il periodico ha tanti difetti: parla quasi sempre e unicamente di donne eterosessuali, privilegiate e cisgender, propone modelli di bellezza poco differenziati e molto patinati e affronta spesso l’emancipazione femminile solo sul piano economico e sessuale. Al tempo stesso, la sua lettura lega milioni di donne nel mondo, che cercano tra le sue pagine consigli utili che non saprebbero dove cercare altrove. La sua natura mainstream lo rende infatti trasversale: può raggiungere – almeno potenzialmente – tante donne diverse, a differenza di alcune realtà editoriali più piccole che faticano a uscire dalla loro nicchia di pubblico.

E qui veniamo al primo punto: non si parla mai abbastanza di sesso. O meglio: non ci sono mai abbastanza donne che parlano di sesso. La storia della letteratura, della saggistica, del giornalismo, è stata costellata da una rappresentazione della donna, del suo corpo, della sua sessualità, dei suoi gusti e delle sue perversioni, prevalentemente maschile. Per secoli abbiamo avuto accesso ad un racconto del sesso ad una sola voce (se non mi credete chiedetelo a Virginia Woolf). Idealizzato, demonizzato, esagerato, usato come simbolo, ossessivo, estremamente romantico.

L’analisi di recentissimi video musicali

L’autrice del pezzo continua la sua analisi prendendo ad esempio tre video pop, il più recente dei quali risale a tre anni fa. Nel 2015 Taylor Swift vende 50.000 dischi a settimana e ci sono artiste come Lorde, Beyoncé, Florence & The Machine e Adele che superano record di visualizzazioni, vendite e lacrime ad ogni nuova canzone, ma per qualche motivo vengono presi ad esempio dei video vecchi, che paiono anche leggermente sbiaditi rispetto ai prodotti che abbiamo visto di recente.

Nell’analisi di I Kissed A Girl, “Katie Perry – famosa pop star britannica –” (lascerò a voi l’onere di un’eventuale breve ricerca su Google per scovare il doppio errore) viene paragonata ad un macho anni Cinquanta che oggettifica una ragazza per divertirsi e sperimentare un bacio saffico. Il primo singolo di successo di Katy Perry è sì problematico, ma forse, più che concentrarci su un’unica frase, sarebbe stato meglio analizzare tutto il prodotto nel suo insieme.

Il testo infatti risulta problematico perché inquadra il bacio saffico in un contesto eteronormativo, dove la bisessualità viene semplificata e quasi ridicolizzata come un gioco da cui si può sempre tornare indietro, un esperimento per il quale chiedere perdono al proprio ragazzo. Tutto torna alla normalità, i ruoli di genere tradizionali rimangono intatti e tutti sono felici e contenti.

 

 

Rihanna invece, in S&M, mette in scena un’acuta metafora del suo rapporto con i media. Frustini, collari e ball gags presenti nel video servono come simboli per raccontare il rapporto controverso e perverso che la stampa ha con Rihanna e viceversa. Il vestito bianco su cui sono stampati tanti sinonimi di “prostituta” a cui fa riferimento l’articolo, gli appunti maniacali dei giornalisti sui loro bloc notes e i post-it che gli stessi, travestiti da clown, le appiccicano sulla faccia nell’ultima scena, servono a zittirla. A non concederle di avere una sessualità e di esprimerla liberamente.

L’uomo portato al guinzaglio da Rihanna nel video non a caso è Perez Hilton, fondatore del sito di gossip tra i più famosi al mondo. Rihanna infatti, spiega che il suo rapporto con i media ha dei tratti in comune con il sadomaso, provoca sia sofferenza che piacere (e a tratti dipendenza). L’articolo cade quindi nella stessa trappola rappresentata dal video: invece di ascoltare Rihanna, di farla esprimere con le sue parole e il suo stile (sia lei che la regista del video, Melina Matsoukas, hanno spiegato S&M quasi fotogramma per fotogramma, qui e qui), si è fermato all’apparenza, andando a misurare i centimetri di carne nuda per proclamare un giudizio frettoloso e non approfondito.

Rihanna (e altre sue colleghe come Beyoncé) è una tra le prime popstar ad essere riuscita ad appropriarsi di un linguaggio che ha storicamente oggettificato le donne in modo passivo. Che da sempre valorizza i nudi e il sesso rappresentati dai maschi (“è arte!”) e che ha demonizzato le donne se provavano a raccontarsi da sole. Tutte le donne vengono sessualizzate prima o poi, che lo vogliano o no. Questa esperienza è esponenziale se si è un personaggio pubblico, una popstar, un’attrice. Appena escono dalla pubertà (se va bene) i media, i commentatori, i produttori, il pubblico, si sentono spesso liberi di comandare sulla loro immagine, condannarle appena qualcosa va storto, appena c’è un chilo di troppo o di troppo poco, un vestito troppo corto o troppo lungo.

Non a caso, sto commentando un articolo che parla di come le donne rappresentano la loro sessualità, non di come la società le vuole o le rappresenta. Non stiamo discutendo di alcuni testi sessisti e oggettificanti di Justin Timberlake, Eminem, Usher, Robin Thicke, Snoop Dogg o Pharrell. Non stiamo parlando dei culi che hanno arredato i loro video per anni. Stiamo puntando il dito contro chi decide autonomamente di mettersi in mostra, alle proprie condizioni.

Per chi non lo sapesse, Rihanna non è soltanto una delle donne di colore con il più grande potere mediatico di sempre ma è produttrice esecutiva del suo ultimo album Unapologetic, regista (ha diretto il video Bitch Better Have My Money insieme a Megaforce) e sta lottando per liberarsi contro la sessualizzazione passiva del personaggio che le avevano imposto quando è entrata nel mercato a sedici anni.

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Riri

Il presunto potere della “nicchia”

L’ipersessualizzazione c’è, esiste ed è un problema. C’è nei film, nei magazine, nei fumetti, nei videogiochi, sui cartelloni pubblicitari, nelle serie tv, in tanti video musicali. È un dato di fatto. Un dato di fatto costruito e sviluppato su fondamenta patriarcali e sessiste sedimentate in secoli di storia. Pretendere che il valore delle artiste donne si basi sulla quantità di carne che riescono a coprire non contribuisce a lottare contro il sessismo, anzi: fa luce sul double standard che prevede che gli uomini musicisti e le donne musiciste siano valutati in base a criteri molto diversi.

Secondo l’articolo pubblicato su che Fare (e come evidenziato anche da un precedente articolo scritto da Maria Sara Cetraro per Bossy), le eccezioni si troverebbero nelle nicchie. Nelle cantanti “alternative”. Cantanti che non sono mai riuscite ad arrivare per davvero alle masse, anche per tanto snobismo della critica e dei loro fan che le esaltano e le pretendono superiori perché i loro dischi non hanno decine di produttori alle spalle o le loro gambe sono coperte da tre centimetri di gonna in più. La teoria che equipara le nicchie all’unico ambiente dove le musiciste e cantanti donne si possono esprimere senza ipersessualizzazione cade davanti all’evidenza.

Lorde, Florence & The Machine, Grimes, Adele, sono cantanti decisamente mainstream e decisamente non ipersessualizzate, eppure la critica che vuole urlare che le donne si sessualizzano troppo sembra non vederle. Se vuoi essere brava, stai nella nicchia per favore. Non diventare troppo popolare, altrimenti ti giudicheremo in base ad altri standard.

In questo periodo seguo molte autrici attive soprattutto negli Stati Uniti e in Canada, una su tutte Fariha Róisín. Vive a Montreal e ho letto suoi pezzi soprattutto su Hairpin e Broadly, anche se è stata un’intervista a farmi perdere completamente la testa per lei. Quello che più adoro di lei, e di tante autrici più o meno sue coetanee come Arabelle Sicardi, Durga Chew Bose e Jenny Zhang, è che sono in grado di scrivere di cosmetici, fenomeni pop, corpo, femminismo intersezionale, reggiseni e Zayn (ex One Direction) con un piglio e una profondità che non ho mai trovato neppure in un reportage di guerra o in un qualche dettagliatissimo articolo di attualità.

Mi piace la loro capacità di valorizzare certi argomenti senza fermarsi neanche per un istante davanti allo stigma sociale che vuole che alcuni temi siano più frivoli di altri. Quando è uscito il nuovo video di Missy Elliott e un paio di giorni dopo Arabelle Sicardi ha pubblicato la sua intervista alla makeup artist ufficiale che ha lavorato per il video, ammetto che ho quasi pianto.

 

Missy Elliott Wtf

Seguo assiduamente queste autrici perché, a parte poche eccezioni come il sito su cui sto scrivendo, sento troppo spesso di avere pochi punti di riferimento che parlano la mia stessa lingua madre, l’italiano. Autori, autrici, giornalist* in grado di analizzare un video pop senza fermarsi alle apparenze, che pubblichino analisi di testi, video, mode, trend, senza portare avanti una crociata che impedisce una loro piena comprensione.

Pezzi come quello letto su che Fare sono scritti da persone ovviamente in buona fede che manifestano una scarsa conoscenza dei fenomeni pop e dei loro protagonisti, che hanno riferimenti poco attuali e che, visto il numero relativamente esiguo di realtà che si occupano degli stessi temi in maniera più critica e dettagliata, rischiano di passare come voci autorevoli in materia. L’articolo in questione chiude facendo un ultimo riferimento all’emancipazione, “che resta ritorta su se stessa, che non crea dinamiche dialogiche, un’emancipazione allo specchio. Uno specchio dietro il quale non sembrano celarsi tutte queste meraviglie”.

I testi delle canzoni di Rihanna, Carly Rae Jepsen, Beyoncé tante altre popstar come loro sono spesso interessanti, ricchi di significato e, perché no, di meraviglie. Basterebbe iniziare a leggerli, invece che continuare a fissare le mutande di chi canta.


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  1. Giulia

    23 novembre

    Non ho abbastanza mani per farti l’applauso che meriteresti.
    Il tuo articolo mi ha fatto venire voglia di andare a vedere qualche video, da quelli della mia “infanzia” (Britney Spears per capirci) a quelli più recenti, e quello che ho notato è che in quasi tutti i testi parlano di donne forti, (auto)determinate, con una gran voglia di rivalsa. Fino ad arrivare a Lady Gaga, anche lei accusata di essere: troppo nuda, troppo eccentrica, troppo brutta e così via… Senza che nessuno si curasse mai di guardare cosa stesse dicendo nelle canzoni o facendo nei suoi video… Per non parlare del video di Telephone, con Beyoncè, che personalmente trovo stupendo.

  2. Paolo

    23 novembre

    le accuse di iper-sessualizzazione fatte alla pop-culture (sopratutto su cinema e serial-tv) mi hanno quasi sempre lasciato perplesso e ho letto l’articolo con interesse. Aggiungo solo che esistono nella letteratura (e anche nel cinema) scrittori in grado di raccontare personaggi femminili credibili e scrittrici in grado di raccontare personaggi maschili credibili

  3. Giovanna

    24 novembre

    Bellissimo articolo, grazie per la condivisione, le riflessioni, avermene stimolate altre… mi confesso colpevole di non avere mai prestato tanta attenzione alla produzione di artiste pop, per una questione di gusti miei. Ma davo molta retta a tutto un filone di media e critica. Ora ci ripenso… mmm, ci lavorerò su. Grazie

  4. dILETTA

    24 novembre

    Questo articolo va stampato e piazzato in giro.

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