Qualche giorno fa, La Lettura del Corriere della Sera ha pubblicato la propria top 10 dei migliori libri del 2015 (stilata tramite votazione di un comitato): nessuno dei libri inclusi è stato scritto da una donna e questo ha scatenato una serie di reazioni da parte del pubblico, tra le quali l’hashtag #LeMieScrittrici2015.

I miei libri preferiti del 2015 sono divisi quasi equamente tra autori e autrici (quattro uomini, cinque donne, più un graphic novel scritto da un uomo e disegnato da una donna), ma non è stato sempre così. Anzi, è così solo da qualche anno, cioè da quando, più o meno alla fine del liceo – adesso ho ventisei anni – mi sono chiesta: ma dove sono tutte le scrittrici?

I programmi scolastici di Italiano, fino all’ultimo anno delle scuole superiori – ovvero il periodo in cui tutti gli italiani, di solito, frequentano e studiano – sono fagocitati da un gran numero di autori uomini. Questo deriva da storiche barriere all’accesso che fino a tempi recenti (considerando da quanto tempo esiste una letteratura italiana) impedivano al genere femminile di, non dico imporsi, ma almeno partecipare.

La lista incriminata

La lista incriminata

Usando come campione la redazione di Soft Revolution, composta da persone nate più o meno tra il 1985 e il 1995, ho scoperto che non è così inusuale che il programma di Italiano sia tutto al maschile e che le figure femminili siano relegate a tocchi di colore nelle vite degli uomini di lettere.

Il che significa che la popolazione italiana in toto viene esposta a una maggioranza schiacciante di autori uomini, dei quali può – si spera – leggere e apprezzare le opere, e poi continuare a esplorarle anche dopo la fine delle superiori, a prescindere dal proprio lavoro o corso di laurea (non tutte le persone che amano leggere scelgono di laurearsi in materie umanistiche).

Di conseguenza, quando si parla di leggere autrici, non è possibile appoggiarsi ai programmi scolastici; arrivati al diploma, gli studenti italiani potrebbero tranquillamente pensare che non ci siano mai state scrittrici e intellettuali o che siano state comunque trascurabili: è raro che qualcuno abbia insegnato loro il contrario.

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Un’opera a cui abbiamo pensato molto in questi giorni

Le autrici che ho affrontato durante le ore di Italiano in maniera approfondita (non certo ai livelli di Dante Alighieri, ma discretamente) nel corso di cinque anni di liceo classico sono Gaspara Stampa ed Elsa Morante. In classe avevamo nominato en passant figure come Maria Corti, Matilde Serao e Grazia Deledda (tuttora l’unico premio Nobel per la letteratura assegnato a una personalità italiana nota principalmente per i propri romanzi – a differenza dei vari Pirandello, Montale, ecc.), e anche una scrittrice di stampo commerciale come Carolina Invernizio.

Quando ho iniziato a domandarmi dove fossero le donne, non è stato immediato cominciare a leggere autrici. Per prima cosa, grazie appunto al carente programma delle scuole superiori italiane, non avevo la più pallida idea riguardo dove iniziare. Come in molte fiabe del ventunesimo secolo, la mia fata madrina è stata Internet. Ho iniziato a cercare su Google cose come “Nobel letteratura donne”, “migliori autrici”, “premi letteratura femminile” e similia.

Qualche anno fa (cinque/sette anni sono ere geologiche in termini di Internet) il femminismo non era ancora tornato a essere mainstream come adesso, ma c’erano già diversi elenchi utili. Quindi avevo trovato almeno un punto di partenza, ma dovevo scontrarmi con un nuovo drago: i miei pregiudizi personali, alcuni dei quali persistono sottotraccia anche oggi.

La me di qualche anno fa, di fronte all’opera di autrici varie, scartava a priori:

  • titoli di narrativa letteraria il cui titolo includesse la parola amore, cosa che normalmente era un attributo neutro quando si trattava di autori;
  • titoli di narrativa letteraria la cui trama rimandasse a sviluppi troppo sentimentali (colmo dell’ironia, ero la stessa persona che amava Fitzgerald ed Hemingway, forse due tra gli scrittori più sentimentali che esistano);
  • titoli di narrativa letteraria che parlassero dell’Essere Donna, perché volevo essere considerata una persona prima che una donna e quel genere di quarta di copertina mi irritava più che convincermi.

Tra i primi titoli che ho selezionato c’è stato Trilogia della Città di K. di Ágota Kristóf. Un romanzo (o tre) scritto da una donna, ma non sentimentale, senza amore nel titolo, i cui protagonisti erano due gemelli maschi. Mi era piaciuto molto. Qualche tempo dopo, mi capitò di parlarne con un conoscente che lo aveva altrettanto apprezzato.  Quando gli chiesi come mai, mi rispose: «Perché Ágota Kristóf scrive come un uomo». Quella considerazione, «scrive come un uomo», mi rimase impressa.

Non mi sembrava che Ágota Kristóf scrivesse come un uomo. Cosa voleva dire scrivere come un uomo? Gli autori uomini scrivono in una varietà di modi, dal distaccato all’emotivo, dal lineare al barocco. Più tardi, ho capito che questo conoscente intendeva dire che rintracciava nello stile di Ágota Kristóf alcune modalità espressive tradizionalmente associate al carattere maschile: una prosa senza fronzoli, un certo stocismo virile nei protagonisti, zero storie d’amore romantiche e addirittura una scena di sesso trasgressivo (bestialità, per i curiosi tra il pubblico).

Mi sembrava comunque una fallacia logica: moltissimi autori uomini si sono occupati di storie d’amore romantiche, moltissimi autori uomini hanno usato forme espressive ridondanti, moltissimi autori uomini hanno avuto protagoniste femminili. Nondimeno, di nessuno di loro si direbbe «scrive come una donna» e i loro romanzi sono considerati tra le vette della letteratura nazionale, se non mondiale.

In Nom De Plume, la critica e scrittrice Carmela Ciuraru tratta una serie di casi di autori che hanno scelto pseudonimi per pubblicare. I motivi sono i più vari, ma quando gli pseudonimi maschili erano utilizzati per celare identità femminili emergeva un chiaro leitmotif: autrici diverse e lontane nel tempo come George Eliot, Karen Blixen, le sorelle Brontë e James Tiptree Jr. utilizzavano nomi da uomo in modo che da poter essere più libere nel proprio lavoro e affinché le loro opere venissero prese sul serio, invece di essere relegate tra i ranghi della letteratura femminile (tanto carina, tanto ben fatta, ma per carità, niente di serio). Emblematico il caso di James Tiptree Jr., per quanto riguarda la fantascienza – lo scrittore Robert Silverberg, vincitore di numerosi premi Hugo, celebremente scrisse: «È stato suggerito che Tiptree sia una donna, una teoria che trovo assurda, poiché per me c’è qualcosa di ineluttabilmente mascolino nella sua scrittura». Così “ineluttabilmente mascolino” che James Tiptree Jr. è lo pseudonimo di Alice Bradley.

Un esempio più vicino a noi nel tempo e nello spazio: come saprete tutti, Elena Ferrante è un’autrice italiana di cui non si conosce il vero nome. Però c’è una differenza importante tra lei e le scrittrici che ho appena citato: Elena Ferrante nasconde la propria identità, ma non il proprio genere. Nonostante certa critica italiana ami trastullarsi con la domanda «E se Elena Ferrante fosse un uomo?», è possibile dire con relativa certezza che molto probabilmente no, Elena Ferrante non è un uomo. Gli autori uomini che concentrano la loro intera carriera su storie il cui perno sono personaggi ed esperienze femminili sono molto rari, innanzitutto.

In secondo luogo, Elena Ferrante non ha mai fatto mistero di certi aspetti della sua vita: è una donna, è legata alla città di Napoli, è entrata in contatto con il pensiero femminista almeno dagli anni ’70 (vi rimando a due interviste, apparse su The Paris Review e su Vanity Fair USA). È notevole come la critica italiana accolga il suo successo internazionale con sentimenti che variano dal disinteresse (a meno che non si tratti di speculare sulla sua identità) al free climbing di specchi (l’ultima: Elena Ferrante scrive male ma ha successo negli USA grazie a una buona traduzione).

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Torniamo all’origine: la classifica de La Lettura, che è un prodotto di tutte queste circostanze. Non posso dire di essere rimasta davvero sorpresa quando ho scorso quell’elenco. Leggere penne femminili non viene naturale.

C’è chi non ne legge perché non si pone proprio il problema.
C’è chi non ne legge perché “ha dei gusti diversi”, come se i libri scritti da autrici fossero un blocco unico, tutti caratterizzato dallo stesso stile, dagli stessi argomenti, dagli stessi personaggi.
C’è chi ne legge, certo, alcune, ma andando a indagare si scopre che si tratta di quei pochi nomi canonizzati (un esempio di moda nell’ultimo periodo: Joan Didion), che vengono poi utilizzati come paravento.
C’è chi ne legge, ma non le considera certo in competizione con i loro colleghi uomini, che invece hanno cose da dire, balene da cacciare, guerre da combattere.

Mi auguro che tra i propositi per il nuovo anno di tutte queste persone ci sia anche aprire gli occhi.