Crea sito
READING

Parkour, o l’arte del non mollare mai

Parkour, o l’arte del non mollare mai

Ultimamente la mia filosofia di vita è questa: se corri un numero sufficiente di volte contro un muro cercando di scalarlo, prima o poi arrivi in cima. E non solo metaforicamente parlando.

Quando racconto alla gente che pratico parkour, ricevo puntualmente occhiate allucinate. Indi per cui, chiarifichiamo: io NON mi butto, NON salto fra i tetti dei palazzi né me ne esco con capriole aeree e salti carpiati doppi. Nessuna di queste cose rientra nei miei interessi. Quindi sveliamo finalmente il segreto, dissipiamo quest’aura mitologica: il parkour, se praticato come si deve, non è uno sport estremo, non include rompersi tutte le ossa del corpo e non significa essere spericolati.

Andiamo per ordine.
Wikipedia (riprendendo Americanparkour.com) ci dice che, a rigor di definizione, il Parkour

consiste nell’eseguire un percorso, superando qualsiasi genere di ostacolo vi sia presente con la maggior efficienza di movimento possibile, adattando il proprio corpo all’ambiente circostante, naturale o urbano, attraverso volteggi, salti, equilibrio, scalate, arrampicate, ecc.

“Efficienza” e “movimento” sono qui le due parole chiave. Tutto ciò che il parkour — anche chiamato “Arte del Movimento” (Art du Déplacement) — insegna è a muoversi in modo fluido ed efficiente nello spazio, utilizzando lo spazio stesso.

Ed è qui la grande differenza. Normalmente, quello che facciamo quando ci spostiamo è muoverci passivamente attraverso lo spazio, incuranti per lo più di quello che abbiamo intorno e perfino del nostro stesso corpo, su cui abbiamo pochissimo controllo effettivo. Nel parkour, l’ambiente che ci circonda diventa un parco giochi, un qualcosa con cui interagire, una sfida attiva con noi stessi e i nostri limiti. Una volta acquisito lo sguardo da traceur/traceuse (“tracciatore/trice”, i praticanti della disciplina), le possibilità diventano infinite.

252PKGIntlWomensDay150502-copy1-1024x683

Ho iniziato a praticare parkour, perché, come succede in gran parte dei casi nella mia vita, ne avevo sentito parlare in un libro. Per anni mi era rimasta la curiosità di provare, dopo aver letto suddetto libro, ma 1) non ne avevo mai avuto la possibilità; 2) non pensavo fosse qualcosa adatto a me. Suonava tutto troppo difficile, troppo duro, troppo assurdo. Avrei dovuto essere super in forma, super forte, super flessibile, super agile, super coraggiosa. Tutte cose che sapevo di non essere.

Poi il caso volle che, trovandomi in Erasmus a Madrid e cercando cose da fare che non includessero ubriacarsi a rumorose feste Erasmus, iniziai ad allenarmi con dei ragazzi molto simpatici che lo praticavano. Allora era una cosa così, piuttosto spontanea, però mi piaceva molto e mi teneva impegnata mentalmente e fisicamente.

Facciamo un salto a due anni e mezzo anni più tardi. Sono a Londra. Sono due anni che ho abbandonato l’idea del parkour: un po’ perché al ritorno dall’Erasmus, nel posto dove vivevo non c’era nessun gruppo decente, un po’ perché la mia vita è la cosa più lontana alla routine e dalla disciplina che ci sia (viaggiare in continuazione ha pure degli svantaggi).

Londra, tuttavia, è una città dalle mille e una notte, e quindi scopro con sorpresa che c’è una scuola di parkour molto importante (Parkour Generations) che organizza un sacco di corsi ufficiali per tutti i livelli e che hanno perfino un gruppo per sole donne con allenatrici donne. Sorpresa, dico, perché ero anch’io vittima del pregiudizio per il quale le donne hanno più difficoltà nel parkour e quindi sono molto poche.

11817279_1480780135553562_6183443825206071866_n

Ciò che trovai a lezione fu un altro mondo. Molto devo alle due fantastiche allenatrici (Shirley Darlington e Naomi Honey) che hanno cambiato non solo il mio modo di vedere questa disciplina, ma anche la percezione che ho di me stessa e delle mie possibilità come persona e come donna.

L’iniziativa si chiama She Can Trace (da traceuse) e si occupa di promuovere e diffondere il parkour fra le donne. Perché molto spesso noi siamo le prime a dubitare di noi stesse, a pensare che non è per noi, che non siamo abbastanza forti, flessibili o agili, tanto quanto gli uomini. Ma è davvero così? No. Parlando a lezione, ci siamo accorte che l’unico reale impedimento che le donne hanno nel fare parkour sono loro stesse: tendiamo a fare cose rischiose solo quando sappiamo di potercela fare.

Mi è stato detto: alla fine dei conti il parkour è un attento esercizio nel calcolare i rischi. E non è forse vero che rimanere nella propria comfort zone, senza mai neanche prendere in considerazione la possibilità del rischio (qualunque esso sia) non ci porta da nessuna parte?

Allenarmi con ragazzi non mi dispiace. Anzi, mi diverto sempre. Ma allenarmi con un gruppo di ragazze è tutta un’altra cosa. È difficile spiegare il perché senza appigliarsi a generalizzazioni o stereotipi. Le lezioni di Shirley e Naomi sono caratterizzate da una cosa in particolare: ogni sfida è individuale, ma riguarda tutte. Ogni successo è individuale e collettivo al tempo stesso. Ogni difficoltà, di una e di tutte. E ogni paura, si supera insieme.

Non c’è competizione, non c’è vergogna per essere cadute sul sedere davanti a tutte. Nessuna è lasciata a se stessa. La frase “non posso” non esiste. Succede sempre che a qualcuna riesca qualcosa che all’inizio non le riusciva, e allora parte un applauso spontaneo fra le altre. Mai mi sono sentita così appoggiata da una rete di persone che, alla fin fine, non conoscevo nemmeno più di tanto. C’è bisogno di fare allenamenti separati? No, non strettamente. Li preferisco? Sì, sì sì sì.

Poco a poco, i miglioramenti si vedono. È un allenamento costante nell’apprezzare i micro-passi avanti, nell’ascoltare il nostro corpo e nell’osare con la dovuta preparazione. Parkour mi ha insegnato che ogni muro, per quanto alto, è scalabile, è una progressione: si inizia da muri più bassi e si arriva a quelli più alti. E questo vale per tutto: dall’imparare una lingua a suonare uno strumento musicale. Costanza, pazienza, passione ed entusiasmo infagottati insieme; rischio e prudenza a braccetto.

Viviamo nell’era della gratificazione istantanea e ci dimentichiamo sempre di più che per vedere i risultati l’ingrediente fondamentale rimane il tempo. Parkour mi ha resa più forte fisicamente, certo, ma soprattutto mi spinge costantemente a confrontarmi con le mie paure e insicurezze.

Come potete immaginare, tornare da Londra è stato un bel trauma. Ma per la prima volta nella mia vita, non ho paura di venir meno alla promessa che ho fatto a me stessa (e alle allenatrici) di continuare ad allenarmi. Ogni esitazione, evaporata al sole. So di potercela fare. Perché ci sono poche altre cose che mi fanno sentire così semplicemente bene come una sessione di saltelli e corse contro i muri qua e là per la città.

Perciò, donne, vi esorto a dirigervi nei vostri centri di parkour locali e prenderne completo e immediato possesso. Fate sì che nessuno debba più meravigliarsi del fatto che tante ragazze ne prendano parte. E se vi sentite in soggezione a vedere tutti bravi e voi che non riuscite neanche a stare in equilibrio su una trave alta 50 centimetri e più larga del vostro piede, non vi preoccupate. Piuttosto, trovatevi un’amica e createvi il vostro personale sistema di cheerleading reciproco.
Rimarrete sorprese nel constatare quanto davvero funziona.


RELATED POST

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.