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Farsi delle domande. Il romanzo “Niente̶...

Farsi delle domande. Il romanzo “Niente” di Janne Teller

Quando ho letto di cosa si occupava Janne Teller prima di diventare scrittrice a tempo pieno, me la sono immaginata elegante ed esausta dentro una poltrona d’albergo, in un angolo del mondo come potrebbe essere il Mozambico (luogo in cui ha effettivamente lavorato), con gli ingranaggi del cervello in attività incessante, a processare blocchi di pensieri di quelli con la P maiuscola – come m’immagino siano i pensieri di chi lavora per l’Unione Europea e le Nazione Unite in qualità di consulente politico-economico.

Passare il tempo a trovare soluzioni per i problemi di sviluppo dei paesi sembra proprio il tipo di impiego che può gratificare e dare soddisfazione sia a livello umano che professionale; e sembra anche il tipo di impiego capace di porti non di rado di fronte a Grandi Questioni, Grandi Problemi e Grandi Domande, ovvero quel genere di angosce che i comuni lavoratori bypassano di continuo per dedicarsi ad altre angosce più concrete e immediate.

Qualunque cosa potesse pensare Janne Teller in quella presunta poltrona, è probabile che in un dato momento abbia contribuito a metterla ad un tavolo e farla scrivere i suoi libri; perché se così non fosse, i suoi libri non verrebbero descritti come – citando dal suo sito – “always confronting the larger philosophical questions of life and modern civilization“. E probabilmente non sarebbero nemmeno stati censurati.

0174Niente è un libro uscito in Danimarca nell’anno 2000 ed è arrivato in Italia per la prima volta nel 2004 grazie a Fanucci, con il titolo L’innocenza di Sofie. Successivamente – anno 2012 – è stato ripubblicato da Feltrinelli diventando Niente. Un giorno di fine agosto l’alunno tredicenne Pierre Anthon sale un albero di susine e si rifiuta di fare qualsiasi cosa perché per lui –  ha scoperto – niente ha senso, e quindi “è meglio non far niente piuttosto che qualcosa”. Ma la decisione di lasciare tutto non piace affatto ai suoi compagni di classe, i quali vorrebbero farlo scendere dall’albero e soprattutto farlo star zitto.

Tacitamente, i compagni di Pierre Anthon iniziano ad interrogarsi sul senso e sul significato delle cose, ma soprattutto su quale sia il modo migliore per dimostrare l’esistenza di tale significato. Il significato in sé non viene in effetti nemmeno messo in discussione dalla classe, dal momento che tutti condividono a pieno l’idea di “diventare qualcosa, qualcuno”.

“Non volevamo vivere nel mondo che Pierre Anthon raccontava”, dice la voce narrante nel primo capitolo. Come a dire che non aveva importanza se c’era del vero in quello che veniva gridato dalla cima del susino; l’importante era non crederci. Non dare retta a Pierre Anthon, non dargli credibilità. Confutare, possibilmente con una prova tangibile. E trovare la prova tangibile che sconfigga la paura del non-senso è il motore che pian piano fa diventare Agnes e l’intera classe sempre più determinata e più spietata, fino a raggiungere le richieste più crudeli e impensabili.

Gli adulti in tutto questo non sono che comparse. Le regole del mondo così come le conosciamo vengono sospese o manipolate per dare pieno spazio alla storia. La quale, dal canto suo, evolve di capitolo in capitolo in un crescendo costante, capace di spostare di continuo il baricentro mentale del lettore. Ci si ritrova da subito in una situazione straniante, spiazzati proprio dall’offuscamento della realtà condivisa, e dall’assenza del giudizio morale che diventa insieme motivo di pregio per la storia e di disagio per il lettore. Si percepisce infatti un clima estremo, fuori dal tempo, nel quale tutto può succedere, e si procede nella lettura in un misto di incredulità, fascinazione, coinvolgimento, angoscia e curiosità.

In parte quel mondo-altro, è semplicemente il mondo di tutti i ragazzini. Selvaggio, ignoto e sconfinato nelle sue possibilità, positive o negative che siano. Un mondo che intimorisce (e forse è per questo che viene così spesso trasfigurato)  sia che lo si guardi con distacco da adulti, sia che lo si viva in prima persona. Specie in quella particolare fase descritta nel libro, a cavallo dell’adolescenza ma ancora troppo vicini all’infanzia, quando la sensazione preponderante è quella di procedere senza nessun tipo di coordinate utilizzabili.

 “Piangevamo perché avevamo perduto qualcosa e trovato qualcos’altro. E perché è doloroso sia perdere che trovare”

Se il passaggio dall’infanzia all’adolescenza è un meccanismo che procede lento e naturale, allora forse la storia di Niente nasce dall’incepparsi di tale meccanismo. Dal vivere una sorta di risveglio troppo brusco, derivato dall’improvvisa folgorazione di Pierre Anthon. Dal ritrovarsi immersi, da un giorno all’altro e proprio malgrado, nella problematicità della vita adulta e della vita in generale (ossia, nella storia, dal martellamento delle domande sul perché e per come di tutto).

D’altro canto potremmo anche dire che non c’è risveglio che non sia brusco quando si tratta di uscire dall’infanzia. Perdere le proprie certezze ed i propri riferimenti pervasi da un misto di voglio-non voglio, vivere situazioni/sensazioni nuove, capire di dover riprendere le misure più o meno di ogni cosa: è proprio la mancanza di coordinate di cui si diceva poco sopra. Per cui, da questo punto di vista, la Teller non fa altro che descrivere il passaggio infanzia–adolescenza così come sta: difficile, doloroso, spaventoso. Ma non solo.

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Janne Teller, l’autrice

Da donna adulta bianca mediamente nevrotica, mentre leggevo il libro continuavo a cercare allegorie, metafore, simboli e parallelismi. La mia prima istanza è stata subito quella di incasellare e spiegare. Mi sono appellata quindi A) ad alcune vecchie domande basiche, del tipo: ci rendiamo conto della natura delle cose dopo che le abbiamo perse? E B) a collegamenti più o meno probabili sorti spontanei, ad esempio la scena di Will Hunting in cui Robin Williams trova finalmente il modo per smontare Matt Damon dicendogli che la sua è tutta fuffa con poca sostanza, e – in breve – che conoscere qualcosa significa innanzitutto comprenderla a fondo e avere esperienza di essa. Forse l’ho pensata perché il livello di conoscenza delle cose che si ha a tredici anni è limitato. Anche se mi piace di più dire che il punto di vista che si ha sulle cose è diverso.

Il punto però è che mentre ancora pensavo a tutte queste cose, ho visto Janne Teller (di nuovo), e stavolta stava ridacchiando. All’improvviso mi sono resa conto che desiderare di chiarire e disaminare il suo romanzo mi rendeva un po’ simile ad Agnes e ai suoi compagni di classe nella ricerca del significato. Metterci mentalmente all’erta, destabilizzarci quantomeno per un lungo attimo, era probabilmente l’intento dell’autrice fin dall’inizio.

La cosa strana è che, per uno strano meccanismo darwiniano di autodifesa, fra i vari pensieri ho tralasciato, o meglio, quasi scansato il tema principale, quello sul significato. E presumo di averlo fatto non solo perché era troppo sotto il mio naso, ma anche perché è quel genere di argomento che, crescendo, impariamo a tenere sotto controllo, a maneggiare con cura, a tirarlo fuori, se lo tiriamo fuori, solo in particolari grandi occasioni.

Una gestione cerebrale che peraltro ritengo salubre: la fase esistenzialista della vita va vissuta, attraversata con annessi e connessi e infine, in un modo o nell’altro, va superata. E tale superamento molto spesso non consiste nell’ottenere risposte nette alle domande, bensì nell’imparare a gestire le domande stesse secondo quella che chiamerei Economia Del Significato: una cosa che introiettiamo pian piano, crescendo. Non potendo arrivare al Senso Della Vita cerchiamo di arrivare quanto meno ad una serie di obiettivi personali. Come a dire: sì, l’universo si sta espandendo ed io sono l’ultimo trastullo dell’ultima galassia, ma ciò nonostante ho una vasta gamma di problemi, sentimenti, impegni.

Niente non è un libro scandaloso per via della violenza (che nel libro, comunque, c’è). È un libro estremo che può spaventare, perché ricorda costantemente la fragilità delle persone e dei loro mondi. Un aspetto che può far paura, e spronare allo stesso tempo. Perché se è vero che la caducità può terrorizzare, che l’adolescenza non viene mai del tutto archiviata, che gli obiettivi della vita possono confondersi, e che di Pierre Anthon ne è pieno il mondo, è anche vero che hic et nunc siamo qui.

“When you’re dead, you’re dead, and until then there’s ice cream”, viene detto in una puntata di The Mentalist. Lo stesso sentimento viene espresso anche da Tilda Swinton in Only lovers left alive, quando rimprovera Tom Hiddleson per essersi lasciato andare:

This self obsession is a waste of living. It could be spend in surviving things, appreciating nature, nurturing kindness and friendship, and dancing.

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  1. elisabett

    20 febbraio

    Letto l’anno scorso, un libro che mi ha spiazzata e coinvolta. A posteriori, mi ricorda per certi aspetti “Il Nastro Bianco”, un film che ho visto poche settimane fa e che consiglio.

    Di base stimo a priori le autrici e gli autori che in qualche modo ci ricordano che “i bambini” non sono solo delle persone piccole, paffute e innocenti. Questa versione edulcorata dell’infanzia tende a sottovalutare i pensieri dei/lle giovanissimi/e e a dimenticare i drammi esistenziali che tutte/i abbiamo attraversato crescendo.

    Grazie per la tua recensione e le tue riflessioni!

  2. Skywalker

    22 febbraio

    Grazie per la condivisione. Mi segno il testo. Le citazioni di Mentalist e Tilda mi hanno fatto pensare al buddismo giapponese e al TAO, mi sa che venga proprio da li questo modo così rasserenato di vivere la vita.

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