Nella ricostruzione dello storico e sistematico ridimensionamento che la Chiesa ha portato avanti contro le donne, vi è un capitolo particolarmente controverso e buio, per certi versi anche sorprendente, che deve essere dedicato al rapporto che le gerarchie ecclesiastiche hanno avuto con le proprie sante.

Si tratta di un rapporto, che al pari di altri, non è mai stato privo di problemi e contraddizioni. Così come per la creazione del culto mariano, la Chiesa ha dovuto trovare una strada per conciliare una misoginia strutturale con la necessità di una rappresentanza femminile che ispirasse le credenti.

Le sante sembrerebbero le candidate perfette per svolgere questo ruolo, ma questo in apparenza. In realtà, solo un certo tipo di santa risponde a questa esigenza: la santa martire, quella che va incontro ad ogni genere di sofferenza e di violenza per poi morire e rimanere quindi silenziosa.

La questione era semplice per le sante dei primi secoli, come ad esempio sant’Agata, morta nel 251 d.C. per aver rifiutato di abiurare la fede cristiana. La storia (o meglio la leggenda) di sant’Agata racconta che il proconsole Quinziano si invaghì di lei, che prima tentò di corromperne lo spirito in tutti i modi e poi, davanti alla sua incrollabile volontà, la condannò al taglio dei seni e ad una morte atroce, nuda sui carboni ardenti. Una storia molto efficace, evidentemente un genere di storia molto cara alla Chiesa, basti considerare i punti in comune con una santa recente come Maria Goretti. Ma non tutte le sante sono state altrettanto benvolute, per una serie di motivi, e la Chiesa ha tentato di ostacolarle come ha potuto.

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Illustrazione di Norma Nardi

Le profetesse

I primi veri problemi nacquero intorno alla fine del XII secolo, quando nel nord Europa e nelle Fiandre cominciarono a nascere dei movimenti religiosi autonomi rispetto alla struttura gerarchica della Chiesa, che prevedevano una libera adesione allo stile di vita monastico senza la necessità di prendere i voti. Una delle più note associazioni di questo tipo furono le beghine, termine ancora adesso impropriamente utilizzato in senso spregiativo per indicare le donne troppo rigide. Le beghine, come altri movimenti, in realtà incentivarono la mistica femminile, fino a quel momento non contemplata dalla Chiesa, e un crescente numero di donne cominciò a dire ad alta voce di avere rapporti diretti con Gesù.

Considerando che per secoli si era ritenuto che le donne fossero prede più facili per il diavolo, questo genere di comunicazione appariva oltremodo pericolosa. Non si può certo dire che la Chiesa abbia mai particolarmente amato il misticismo in sé: troppo irrazionale, troppo individualista e per certi versi controproducente in termini di proselitismo, e se non poteva essere amata una mistica maschile, figuriamoci una femminile. Le profetesse erano rischiose e la Chiesa si preoccupò costantemente di sminuirle e metterle a tacere.

Tra quelle che resero il compito più arduo va ricordata Ildegarda di Bingen (1098–1179), la cui storia è stata anche raccontata in un film intitolato Vision (2009). Ildegarda era effettivamente una visionaria sin dall’età di tre anni, ad otto anni venne mandata in convento e lì passò tutta la sua vita predicando.

Istruita com’era, Ildegarda sfidò a più riprese le gerarchie, non solo denunciandone apertamente la corruzione, ma sfidandole sul terreno della dottrina. Nel suo Libro delle sottigliezze delle creature divine, in particolare, Ildegarda fu tra le prime a perorare la “causa” delle donne, opponendosi a tutti i recedenti autori della Chiesa e affermando che non vi fosse alcuna predisposizione femminile al peccato e al vizio ed esaltandone alcune caratteristiche peculiari.

Ildegarda era incredibilmente sovversiva, poiché dimostrava che le donne potevano difendere la propria categoria, e non abbracciare acriticamente la misoginia ecclesiastica, pur rimanendo devote. La forza delle sue argomentazioni risiedeva nel fatto che, a sua detta, era stato proprio Dio a rivelarle i segreti dell’universo in una sola visione. Ildegarda non venne mai punita da viva, poiché legata a re Federico I (futuro imperatore Barbarossa), ma la Chiesa la ammonì in varie circostanze, ricordandole che il dono della profezia non la dispensava dall’obbedienza, e si vendicò di lei dopo la morte. I suoi scritti vennero censurati e il suo processo di canonizzazione si protrasse per secoli.

Andò perfino un po’ peggio a Caterina da Siena (1347–1380), la quale dovette affrontare anche l’accusa di simulazione davanti a talune “stravaganze” ritenute scandalose dalla Chiesa, come ad esempio quella di bere il sangue dalle ferite dei malati con la convinzione di bere così il sangue di Cristo, oppure quella di mangiare solo verdure e pane per poi digiunare del tutto. I suoi detrattori si accanirono su di lei e i suoi dialoghi mistici, effettivamente prodigiosi se si considera che Caterina non era istruita come Ildegarda, vennero riscritti dopo la sua morte. La più sfortunata delle visionarie resta comunque la celebre Giovanna d’Arco (1412–1431), bruciata sul rogo come eretica e riabilitata dalla Chiesa solo cinque secoli dopo.

Nei confronti delle profetesse, la Chiesa utilizzò un’arma molto potente, quella della revisione. Laddove non risultava possibile la riduzione al silenzio, la revisione permetteva da un lato di edulcorare il messaggio, qualora risultasse troppo scomodo, dall’altra permetteva alla Chiesa di impadronirsi di alcuni validi contributi provenienti dall’intelletto delle donne. L’importante era che le donne non partecipassero attivamente alla costruzione del pensiero come soggetti autonomi, pertanto fu utile la codifica di una mistica che le riconducesse ad un ruolo subalterno. Nel 1153, quindi, venne inaugurata dottrinalmente da Bernardo da Chiaravalle la mistica sponsale, rendendo di nuovo così le donne delle spose, per quanto le spose di Dio.

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Illustrazione di Norma Nardi

La mistica sponsale

La mistica sponsale, che pure infiammò molti animi, fu quindi una risposta della Chiesa all’autonomia che le donne stavano dimostrando. Si fondava su un verso della Bibbia che recita: “Come una giovane sposa una vergine, così il tuo artefice ti sposerà, e, come il marito si rallegra della sua sposa, così il tuo Dio si rallegrerà di te”. Tuttavia, anche questa nuova scappatoia presentò presto dei problemi. Le innamorate di Dio erano un po’ troppo innamorate, mostravano troppo ardore e, per certi versi, questo amore era troppo simile all’amore romantico ed erotico.

Ve ne furono alcune assolutamente scandalose, come Christina di Markyate (inizio del XII secolo–1161). Christina, innamoratissima di Gesù, cominciò a dividere i sacerdoti della sua cerchia poiché rifiutava il marito che la famiglia aveva scelto per lei. Dopo la cerimonia, letteralmente scappò dal suo sposo. Un simile comportamento, per quanto dettato dalla fede, era in contrasto con i dettami della Chiesa, che voleva le giovani donne completamente assoggettate al volere del padre prima e del marito poi. Giunta in monastero, Christina cominciò ad avere “visioni” e a descrivere i suoi rapporti con Gesù in questi termini:

La giovane vergine, con un piacere incommensurabile, Lo serrò pure un certo istante sul suo seno virginale e vi fu un altro momento in cui lei poté sentire la sua presenza dentro di sé attraverso l’ostacolo della carne.

Un po’ troppo per la Chiesa. Infatti Christina non venne mai riconosciuta come autenticamente ispirata da Dio, come molte altre che apparivano troppo lascive nella loro estasi. I suoi scritti non vennero mai ripubblicati.

Una sola si salvò dalla censura e dal ridimensionamento, e parliamo di una santa di statura immensa, cioè di Teresa d’Avila (1515–1582). Figlia di ebrei spagnoli convertiti, Teresa abbandonò presto il latino e utilizzò il castigliano per i suoi testi, affinché fossero comprensibili al popolo, come aveva fatto in Germania Martin Lutero. Teresa sosteneva che attraverso la preghiera gli individui potessero aprire una via d’accesso immediata per arrivare a Dio: una tesi pericolosamente simile a quelle della Riforma. Inoltre, il suo vocabolario non era molto dissimile da quello di Christina, quando parlava dei suoi sentimenti per Gesù che, a suo dire, le provocava “piaceri” e “godimenti”.

Grazie alla sua irrefrenabile attività, Teresa era troppo amata dal popolo per combatterla apertamente (a pochi anni dalla morte era già stata canonizzata e nominata Santa patrona di Spagna), così la Chiesa si rivalse sui suoi maestri, che vennero giudicati e condannati come eretici dall’Inquisizione.

Questa breve panoramica mostra come la Chiesa abbia sempre avuto nei confronti delle sue sante un atteggiamento ambiguo. L’esaltazione della loro figura avveniva sempre dopo la morte e nascondeva l’ostilità e la diffidenza che invece avevano dovuto ricevere in vita, attraverso la manipolazione, la revisione e in alcuni casi la palese censura, se non la persecuzione. Alle donne che esprimevano punti di vista troppo sovversivi la Chiesa rispondeva sempre allo stesso modo: occupatevi dei poveri, dei malati, e anche lì non eccedete troppo. Non a caso, nel tempo la figura della mistica è poco a poco sparita dall’orizzonte spirituale dell’Occidente. Missione compiuta.