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La figura femminile nei manga: Ranma ½

La figura femminile nei manga: Ranma ½

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Una delle mangaka più significative nella storia del fumetto nipponico di genere shōjo è Rumiko Takahashi. Nata a Nigata il 10 ottobre 1957, debutta all’età di soli venti anni con la storia breve Katte na Yatsura, che poi darà vita alla sua prima vera opera Lamù (Urusei Yatsura, 1978).

Definita “principessa del manga”, Takahashi, indipendente ed emancipata, è una autrice brillante e piena d’ironia.

Sono circa quattordici anni che svolgo questo lavoro, ma ora non saprei fissare il giorno esatto in cui ho debuttato in questo campo… L’unica cosa che posso dire con certezza è che non uso un nome d’arte come fanno molti.

Takahashi sviluppa uno stile tutto suo, che la porta a un successo senza precedenti e che la rende ancora oggi una delle donne più note in tutto il Giappone. Quello che davvero contraddistingue i suoi lavori è la creazione di un nuova figura femminile, evolutasi dagli anni ottanta in poi in modo del tutto anomalo rispetto a quella più psicologica ed emotiva dello shōjo classico o del mahō shōjo.

La figura femminile nelle opere di Takahashi sembra abbandonare completamente sia il vecchio romanticismo del Gruppo 24, sia l’atmosfera kitsch e fatata del mahō shōjo, per dare vita a un genere di protagonista decisamente spiritoso in una narrazione più satirica e farsesca.

In “Urusei Yatsura” era mia intenzione creare una serie fantascientifica a sfondo comico, quasi una farsa. All’epoca non erano molti i manga di questo genere, quindi pensai di iniziare io questo nuovo filone.

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Lamù

Nel lavoro di Takahashi, lo stesso concetto di eroina si sgretola per dar vita a un nuovo modello di protagonista, una figura femminile del tutto innovativa la cui grandiosità viene improvvisamente stemperata da un’atmosfera più canzonatoria e allegra.

Partendo dal suo debutto, la creazione della ragazza oni (demoni, orchi della tradizione giapponese, ndr) di nome Lamù è già un esempio lampante. Un’eroina demone in bikini tigrato è infatti una novità fumettistica da non sottovalutare, lontana da qualsiasi figura femminile shōjo più classica in divisa scolastica. Si dice che nome e costume derivino dalla modella sino-americana di bikini Agnes Lum, popolare negli anni settanta in Giappone.

Nell’opera successiva Cara dolce Kyoko (Maison Ikkoku, 1980) caratterizzazioni femminili variegate, dissimili e mutevoli come quella della casalinga rigorosa di Kyoko Chigusa, della madre irresponsabile di Hanae Ichinose o della ragazza “di dubbia moralità” di Akemi Roppongi (il cui personaggio anticipa stilisticamente e concettualmente la Ranma-chan di Ranma ½) arricchiscono di novità il genere.

Se le mangaka precedenti avevano “osato” dare alla donna un ruolo eroico e valoroso, ispirato sicuramente alla figura emblematica nella letteratura asiatica della guerriera Mulan Hua, Rumiko Takahashi rivoluziona nuovamente lo shōjo, sovvertendo qualsiasi linea narrativa classica o caratterizzazione femminile standardizzata.

Con il suo lavoro il genere femminile si riadatta alla normalità, concedendo sia vizi che virtù in un contesto più quotidiano. Quello che colora e contraddistingue le opera dell’autrice è una comicità nonsense tutta nuova sia nella storia dello shōjo manga che dello shōjo anime.

Nel 1987, Takahashi dà vita alla sua opera più conosciuta e più di successo, Ranma ½. Questo manga costituisce non solo l’opera di maggior successo di Takahashi, ma anche uno dei primi manga a dar vita a un nuovo genere à metà tra lo shōjo e lo shōnen (in giapponese “ragazzo”) genere di manga indirizzato a un pubblico maschile giovane.

ranma

Ranma Saotome è un giovane abile nelle arti marziali, che va in viaggio in Cina con suo padre Genma e, durante un allenamento, cade nelle sorgenti maledette di Jusenkyo. La sua vita cambia per sempre: dal quel giorno, ogni volta che entra in contatto con l’acqua fredda, si trasforma immediatamente in ragazza.

Tornati in Giappone, i due incontrano Soun Tendo, migliore amico di Genma, che deve far sposare una delle sue tre figlie con Ranma per assicurarsi un erede del dojo (il luogo dove si svolgono gli allenamenti alle arti marziali, ndr) di famiglia. Akane, la figlia più piccola, viene promessa a Ranma e deve subire le conseguenze della trasformazione con l’acqua fredda e riportarlo al suo normale aspetto con l’acqua calda.

Molti otaku e non tacciano Ranma ½ di sessismo per vari motivi. In primis, la trasformazione di Ranma da uomo a donna viene comunemente definita come una “maledizione” sia nel manga che nell’anime. Di frequente, Genma Saotome si riferisce a Ranma con frasi come “Figlio degenere!”, “Sei una vergogna!” o “Sei una femminuccia!”. Lo stesso Ranma definisce la sua “condizione” di ragazza spesso e volentieri “umiliante”.

Ma Ranma ½ non è da considerarsi così sessista e misogino. Al contrario, il manga costituisce un’opera topica nell’evoluzione dello shōjo da cui si scatena una forza femminile scoppiettante e dirompente, arricchita da una comicità carnevalesca inaspettata. Ed è proprio tramite questo nuovo tipo di comicità che Takashi costruisce la storia dando vita a una serie di buffe caricature maschili, parti di un teatrino di continue gag e sketch esilaranti, ridicolizzando così il maschilismo stantio della tradizionale società nipponica.

Sebbene spesso venga data a Ranma un’importanza assoluta nello sviluppo narrativo del manga o dell’anime, sono più che altro le figure femminili a tirare i fili della storia. Inoltre, come per le precedenti opere dell’autrice, la presenza varia e multiforme di diverse ragazze e donne dà origine a caratterizzazioni simboliche e rappresentative di un certo tipo di modello rispetto alla società nipponica dell’epoca.

 

Si parte da Kasumi Tendo, prima figlia di Soun Tendo, che incarna perfettamente il modello classico ideale della donna nipponica all’epoca: casalinga rigorosa e premurosa, dal carattere mansueto e pacato, sta sempre in cucina e solo lei bada alle faccende di casa.

Al contrario sua sorella Nabiki Tendo, venale e “stronzetta”, rappresenta la donna nipponica più volta al successo personale e alla carriera, che non si fa scrupoli e cerca sempre di ricavare profitto da qualsiasi situazione: sfrutta gli appuntamenti con l’altro sesso per mangiare gratuitamente e aiuta la famiglia solo se ripagata.

Infine Akane Tendo, terza figlia di Soun Tendo, è la co-protagonista del manga insieme a Ranma ed è “non-prototipo di donna nipponica”. Secondo la società dell’epoca, è un disastro su tutti i fronti: tomboy, ama le arti marziali, odia i ragazzi, adora combattere ma non sa cucinare né rammendare. Nonostante questo, i ragazzi la adorano, la corteggiano, la venerano. Per questo, sebbene Takahashi la caratterizzi come il cliché della donna forte perché mascolina, in verità la dota, paradossalmente, di un fascino più vero e autentico.

Nel primo tankōbon dal titolo “Arriva Ranma!”, Akane, ancora ignara della trasformazione, chiede a Ranma-chan (cioè ragazza) di combattere nel dojo. Quando Ranma-chan vince il combattimento, Akane gli confessa che è contenta che fosse una ragazza ad averla battuta poiché non avrebbe sopportato l’idea di essere battuta da un ragazzo

Queste prime tre figure rappresentano, come abbiamo già detto, diverse caratterizzazioni e interpretazioni della donna nipponica. Le figure femminili successive all’apparizione delle ragazze Tendo sono contrassegnate da un approccio piuttosto combattivo e da una sensualità esplosiva. Ognuna a modo suo, è battagliera e coraggiosa, seppur mentendo una certa “femminilità” e un certo istinto “casalingo”: le componenti classiche che fanno parte dello stereotipo femminile, come la cucina, il trucco o la danza, si uniscono in questo caso all’azione fisica e all’arte del combattimento.

Tutte queste guerriere sono innamorate di Ranma, sebbene le dinamiche relazionali siano del tutto assurde. Infatti Ranma ½ è uno dei primi manga nella storia dello shōjo dove non è l’uomo a corteggiare la donna (eccetto il caso di Akane) ma sono le donne a corteggiare l’uomo. In realtà si tratta di una vera e propria caccia tra leonesse in cui Ranma funge solo da preda e, come tale, non ha alcun potere decisionale. In questo caso le ragazze da adolescenti pudiche e ingenue quali erano, mutano in femmes fatales combattenti secondo cui l’amore è un vero e proprio campo di battaglia.

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Ranma diventa dunque vittima dei loro giochetti, trappole, manipolazioni e combattimenti. La figura maschile è continuo oggetto di scherno, accentuato da un’azione di fuga costante. Le ragazze dominano il gioco: si contrastano, di tanto in tanto si spalleggiano e acquisiscono una consapevolezza che le porta ad agire secondo le proprie voglie e i propri desideri. Se ne fregano di dare una buona immagine di loro e proprio per questo non c’è limite al loro coinvolgimento.

È fondamentale sottolineare quanto lo stesso protagonista del manga sia di fatto “tutta fuffa”. Ranma è lo stereotipo maschile per eccellenza, il ragazzo forte e agile il cui unico interesse risiede nell’allenamento. Orgoglioso, testardo e determinato, non può permettersi di perdere alcuna battaglia proprio perché secondo il suo pensiero, un vero uomo è un uomo forte.

La virilità in questo caso è l’unica cosa che lo contraddistingue: nel settimo capitolo del tredicesimo tankōbon Ranma perde la forza a causa di un trucchetto escogitato da Happosai e cade in depressione quando tutti i suoi avversari sorprendentemente lo sconfiggono. Successivamente, nel primo capitolo del quattordicesimo tankōbon Ranma, rassegnato al suo destino, piange poiché non riesce a trovare un modo per riacquistare tutta la sua forza. Akane cerca di consolarlo dicendogli che per vivere non deve essere “forte”. E quando lui gli chiede quali altre qualità avesse secondo lei, Akane fa scena muta, farfugliando frasi a metà.

Inoltre il suo personaggio, seppur forte, non è affatto il tipico Don Giovanni: le sue spasimanti se le è conquistate solo ed esclusivamente grazie alle sue abilità nel combattimento. Il ragazzo ogni qualvolta si trovi in situazioni intime con una ragazza, balbetta, arrossisce, suda e trema. Non ha alcun tipo di esperienza e in campo sentimentale non è bravo come in quello di battaglia.

Nel saggio Gender as Seen through Rumiko Takahashi’s Ranma ½ di Arkaprabha Chakraborty, lo studioso sostiene per l’appunto che Takahashi, dando questo contorno di debolezze, insicurezze e timidezze al personaggio di Ranma a livello sentimentale, spezza in qualche modo il male type solido e virile dell’epoca.

Con Ranma Saotome, Takahashi chiede alla società quanto è disposta ad accettare da parte di un uomo con un cuore così grande, e quanto sono disposti a scusare un uomo con delle gelosie e insicurezze così infantili.

 

Non è solo Ranma quello che finisce per essere ridicolizzato: qualsiasi figura maschile è decisamente derisoria sotto ogni punto di vista. Soun Tendo non è altro che un ridicolo fifone, Genma Saotome si fa credere un grande esperto di arti marziali ma le tecniche di combattimento da lui messe a punto fungono solo come espedienti di fuga, il vecchio ha degli atteggiamenti da bambino, l’acerrimo rivale di Ranma Ryoga Hibiki non riesce mai a presentarsi a un torneo a causa del suo pessimo senso dell’orientamento.

Dunque è evidente che i personaggi maschili non sono dotati dello stesso charme battagliero che contrassegna quelli femminili; al contrario spesso si ritrovano in massa sull’orlo del baratro e la sola presenza della ragazza amata li fa andare fuori controllo. In poche parole se l’ascendente maschile su quello femminile rende le donne più risolute e reattive, quello femminile su quello maschile rende gli uomini ridicoli e impacciati.

Infine di Ranma ½ dobbiamo sicuramente considerare un elemento innovativo che ne fa tutta la sua forza: quello infatti che lo ha reso un manga sia di pubblico shōjo che shōnen è la creazione di un protagonista uomo che diventa donna, di un semi-ermafrodito animato o addirittura di un primo possibile personaggio genderfluid nella storia del fumetto nipponico.

A proposito di Ranma 1/2, era da molto che pensavo di dar vita ad una serie con un ermafrodito come protagonista, e dato che la maggior parte dei miei precedenti lavori aveva come personaggio principale una donna, questa volta ho optato per un uomo.

Sebbene l’autrice sia stata sempre molto schiva nel dare spiegazioni o chiarimenti d’impegno sociale nella creazione di Ranma ½, rapportando semplicemente il suo personaggio a “un’idea divertente”, un’analisi più approfondita ci porta inevitabilmente a questioni sociali davvero rilevanti.

Ci sono diversi significati e interpretazioni che possiamo dare al personaggio di Ranma: il nome è già interessante da analizzare, il cui ideogramma in giapponese significa “confusione”. Takahashi a quanto pare trovava adeguato il nome in quanto adatto a una simile trasformazione. Il fatto che il nome Ranma sia utilizzato in Giappone indistintamente per femminucce e maschietti rende la scelta ancora più pertinente.

Di fatto, se all’inizio Ranma non riesce ad accettare la sua “condizione”, col tempo ne apprezza i vantaggi secondo una mentalità prettamente maschilista, sfruttando la trasformazione per farsi offrire gelati da altri uomini o ingannare gli avversari. Inoltre considerando il fatto che Ranma-chan, seppur donna, mantiene costantemente un atteggiamento da uomo (sottolineato dal fatto che porta sempre e solo boxer e non mette mai capi intimi femminili), allora la sua trasformazione è da considerarsi da un certo punto di vista solo come un cambiamento puramente fisico. Lo stesso Chakraborty scrive nel suo articolo: “Realizziamo che la maledizione di Jusenkyo è […] una trasformazione nel corpo e non nella mente”.

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Quindi, come sostiene l’autore, se concepiamo la Ranma-chan come una mera estensione del Ranma-san, in realtà il fatto che si senta più sensuale, bella e forte di Akane, rispecchia e rafforza il dislivello e la disparità dei sessi in Giappone. Il personaggio di Ranma-chan in questo caso assume un significato completamente diverso: se da un lato è da considerarsi una semplice maschera di Ranma-ragazzo in contrasto con Akane, da un altro può essere in qualche modo concepita come una proiezione dell’ideale di donna secondo l’uomo tradizionale nipponico. Infatti Ranma-chan, a differenza di Akane, vince sempre i suoi avversari, “ha seni più grandi e fianchi più stretti” e cucina piatti da urlo.

Questa battaglia per la parità dei sessi si protrae per tutto lo svolgimento del manga, finché nel capitolo finale Takahashi non ci regala l’uguaglianza: Ranma-chan dopo aver vinto il combattimento finale, guardando il cielo, dice:

Dopo tutto quello che è successo mi sono dimenticato della mia maledizione […] Non so quando ma ad un certo punto non me ne importava più. […] Penso che la mia parte femminile faccia parte di me e non devo curarla.

Insomma, Ranma ½ è uno dei manga più importanti nello sviluppo del genere shōjo. In questa opera Takahashi non solo dà vita a un nuovo genere di protagonista, riportandola a una naturalezza e spontaneità più autentiche e attuali, ma tramite l’uso di un nuovo approccio narrativo più comico e farsesco, racconta uno spaccato ben preciso del Giappone: la società tradizionale, conservatrice e maschilista, il sessismo galoppante, la disparità dei sessi e la lotta per il rispetto dell’identità di genere.

Per questo in una società come quella degli anni novanta in tutto il mondo, la comparsa di un anime con un “quasi-ermafrodito” protagonista e con una trasformazione continua da un sesso all’altro, seppur inconsciamente, ha favorito un’apertura, un’accettazione e una conoscenza più precoce e immediata di questioni essenziali che ci stanno a cuore oggi.


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  1. TENDO

    25 ottobre

    è stato piacevole leggere il vostro racconto riguardo il mondo di Ranma.

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