di Ilaria Moretti

Sono inciampata in Annie Ernaux in un giorno di primavera di qualche anno fa. È accaduto in Rue du Plat, a Lione, in una piccola biblioteca inusuale che esiste ancora oggi, La bibliothèque pour tous. I libri vengono venduti a non più di tre euro, ogni giorno ci sono nuovi arrivi, affari imperdibili. Per la verità si trova anche molta paccottiglia, raccoltacce di racconti improbabili e saghe stellari di moda negli anni Settanta. Sta ai lettori curiosi scovare le piccole perle. Il libro attendeva paziente: in copertina, in primo piano, il vestito azzurro di una donna, un braccio baciato dal sole. Sullo sfondo una vecchia auto, un albero che cerca di regalare un poco d’ombra. Annie non sapevo chi fosse, non ne avevo mai sentito parlare.

Annie-Ernaux-Les-AnneesLes années è la storia di una vita. O meglio. Sono le immagini di una vita cucite insieme, un collage di ricordi e di riflessioni sull’esistenza di una donna che non viene mai nominata, ma che dopo poche pagine si scopre essere l’autrice, Annie Ernaux.

Questo libriccino tascabile, Edizione Folio, 254 pagine, non è il racconto più o meno romanzato della storia di una donna, quanto piuttosto il tentativo, disperato e impossibile, di descrivere attraverso il ricordo ciò che se ne andrà con lo scorrere del tempo.

La scrittura nasce da un’istantanea, da immagini ripescate dalla memoria, unico mezzo per ricostruire il clima dell’infanzia dell’autrice, gli anni post-bellici dopo la Liberazione, la povertà estrema e il senso di inquieta gaiezza che permeava le strade della provincia francese, defraudate di tutto, ma ansiose di ricostruirsi con una nuova identità.

Annie Ernaux traccia la trama della sua esistenza e in essa, la storia di tante donne come lei, ragazzine e poi madri, impigliate sovente in strade obbligate, necessitate dai bisogni primari: un lavoro, una casa, due figli come-numero-perfetto, un marito a cui preparare la cena.
Se da bambina, l’avvenire era troppo immenso affinché potesse immaginarlo, da adulta l’autrice si risveglia con un mestiere, quello di insegnante, cucito addosso, come un’imperfezione continua, un’impostura: “Essere prof. mi lacera”. È in momenti di sosta, di pausa dalla vita quotidiana, che si lascia spazio al ricordo, alla sospensione. L’incanto bussa alla porta, permette di far riaffiorare un’immagine di Annie studentessa universitaria, i suoi propositi impressi su di un vecchio quaderno di giovinezza: “Se a venticinque anni non avrò mantenuto la mia promessa di scrivere un romanzo, mi suiciderò”.

Ciò che alimenta la narrazione è dunque la necessità di trovare una forma alla propria esistenza, racchiudere da qualche parte lo stupore che ha attraversato gli anni giovani, il passato, i ricordi che a poco a poco si fanno sbiaditi, i visi che si confondono con altri.

Ricordare è un atto doloroso e dolce, senza grazia: affiorano immagini incomplete di una separazione, la spartizione dei mobili, la meschinità dell’accumulo e poi le promesse infrante. Annie Ernaux guarda e racconta, con gli occhi febbricitanti di passato, si mette a nudo quando parla di un giovane amante, lei sessantenne, lui ventinovenne. Quando fa l’amore su un materasso appoggiato al suolo gelato di un piccolo monolocale, lei ha l’impressione di recitare di nuovo vecchie scene della sua vita da studentessa, di riprodurre dei momenti che hanno già avuto luogo. È soltanto attraverso la ripetizione di quell’incanto perduto, che l’autrice riesce a rievocare – rendendola reale – la sua giovinezza, quell’aria da prima volta che accade soltanto in un’occasione, prima di sparire per sempre. Senza poesia, è come una polaroid scattata in fretta, per urgenza.

L'autrice, Annie Ernaux

L’autrice, Annie Ernaux (Ph: Olivier Roller)

Il senso è qui. Raccogliere, fermarsi a guardare, comprendere l’incanto delle pause e delle riflessioni e saperlo raccontare. Una vita non si può contenere, non esisterà linguaggio, parola, forma per restituirla alla posterità. Tutto passa e scivola via. Saremo dimenticati. È questo che ci vuole dire. Tutto sarà dimenticato. E allora eccola la formula per trattenere, per dare senso a un’esistenza vissuta, immagini appartenenti ad un passato che ora non è più.
L’unico modo per poter dire d’esser stati qui, d’aver lasciato una breve traccia, presto prosciugata dai venti, è quella di riflettere attraverso il ricordo. Arrestarsi. Incantar-si. Non si tratta di un lavoro di rimemorazione, come lo si intende abitualmente. Il segreto è catturare ciò che non ha nome, sensazioni, odori. Un costume da bagno scuro, il carrello del supermercato pieno di cibo, una donna dal cappotto rosso che attende un uomo, sul marciapiede. Un vecchio film. I lunghi pranzi della domenica.

Les années si conclude all’imperfetto, il tempo di un passato che non si è ancora chiuso, che vive ed abita il nostro presente, in costante comunicazione. È un libro da possedere foss’anche per la sola capacità al raccontare di me, di te e di tutta l’umanità fotografata nella propria fragilità, nella propria stupida ricerca di senso, nella debolezza del voler lasciare una traccia, anche quando non si è più.

Quando lei sognava di scrivere, nella sua camera di studentessa, in realtà desiderava trovare un linguaggio sconosciuto capace di svelare le cose misteriose. Non ha abbandonato questa ambizione, ma più di tutto, ora, lei vorrebbe cogliere la luce che bagna i visi oramai invisibili e che non ha mai cessato di depositarsi sulle cose vissute, una luce anteriore.