facciablu

Illustrazione di Silvia Carrus

Ho la faccia blu. O almeno, questo è quello che dice il mio ragazzo quando mi vede col volto chino verso lo schermo dello smartphone mentre tengo sotto controllo le notifiche di Pinterest, Twitter, mentre scrollo il feed di Instagram o controllo se mi sono arrivate nuove proposte di lavoro/collaborazione via mail.

Mi piacerebbe usare lo schermo solo per svago, per riuscire a completare la seconda stagione di Orange Is the New Black e guardare qualche puntata di My So-Called Life, prenotare vacanze, scrivere ad amici lontani. Invece lo schermo, gli schermi, fanno parte della mia quotidianità più di ogni altra cosa.

Lavoro con e sui social media: per il momento circa 4 ore al giorno, fino a settembre scorso tra le 8 e le 10 ore al giorno, da lunedì a venerdì e ogni tanto nei weekend. Preparo strategie per i clienti più disparati, preparo scalette per corsi, scrivo post per blog, faccio ricerche, riempio cellette di fogli Excel, mi documento sugli aggiornamenti relativi ai social più importanti, leggo tantissimo, catalogo letture in board private di Pinterest e su Pocket. Non so come potrei stare dietro a tutto questo mondo se questo stesso mondo non mi offrisse strumenti utili a catalogarlo in una biblioteca virtuale e privata.

Forse non l’ho ancora detto, ma lavoro da remoto. Quindi non ho una sede di lavoro fissa.

Lavorare da remoto ha una discreta quantità di vantaggi, immensa quando li si osserva dall’esterno: si può disporre di più tempo libero, evitando di scialacquare centinaia di euro in pause pranzo evitabili. Si può lavorare in pigiama, truccati, struccati, da soli, con amici. Si può decidere di andare al bar o in biblioteca o se si preferisce, si può optare per il divano del proprio soggiorno. Si scappa dalla routine di ufficio e ci si può creare la propria. È facile? Assolutamente no.

L’ufficio può creare paranoie, malumori, antipatie, invidie. Ma ti dona la splendida rigidità degli orari, del badge, della capa che ti convoca in ufficio se fai troppi ritardi o passi troppo tempo al caffè. Quando quella capa devi diventare tu e devi importi di non ridurti allo stesso stato fisico e mentale di quando rimani a casa per tre giorni perché hai la febbre e mangi biscotti guardando film anni ’90, le cose cambiano. Soprattutto, sei costrett* a imparare a conoscerti, a metterti in contatto con una parte di te che potresti non aver mai neanche intravisto prima. Un altro momento difficile è quello in cui ti rendi conto che se non sei obbligat* a uscire di casa, prendere i mezzi pubblici o la bici e confrontarti con colleghi, amici e clienti, non hai la stessa cura per te stess* che avresti se dovessi uscire. Credo che questo sia particolarmente vero per chi ama sperimentare con il makeup, con le acconciature, con diverse combinazioni di colori e di tessuti e che quando si guarda allo specchio nella comoda mise casalinga non riesce a riconoscersi. Quando rischio di cascare in questa trappola, mi ricordo che è bellissimo vestirmi e truccarmi e pettinarmi per me stessa, per stare bene nel mio corpo, per avere con esso un rapporto positivo anche se sono costretta a stare tutto il giorno inchiodata davanti al mio computer.

In questi mesi ho fatto tanti errori, avuto poca pazienza e preteso molto dalla nuova me del lavoro da remoto. Ma ho qualche consiglio pratico per voi nel caso in cui vi troviate ad affrontare ora o a breve una barca simile alla mia, ad esempio se vi lancerete nel magico mondo dei lavori da freelance:

1. Cercate di fare amicizia con voi stess*

Tante persone non hanno mai in un’intera vita di lavoro la possibilità di passare tanto tempo sole con se stesse. Se lavorate da casa e/o da freelance questa diventerà invece la vostra realtà quotidiana, quindi cercate di concepire i momenti di tempo libero che si creeranno tra un’attività e l’altra come un vero e proprio appuntamento con voi stess*. Fate tutto quello che vi fa stare meglio, anche quando l’istinto vi dice che fare un sonnellino sarebbe meglio. Leggete una rivista che avete in sospeso da mesi, uscite a fare un giro nel quartiere e a scattare qualche foto, mettetevi lo smalto, scrivete, andate a correre. Chiamate un’amica o un amico per bervi un caffè insieme. Qualunque cosa sia, sapete voi cosa vi fa stare meglio. Fatela nei ritagli di tempo, anche solo per pochi minuti.

2. Allontanatevi dallo schermo nei momenti di pausa

Questa è la parte più difficile e io fallisco miseramente quando cedo alla tentazione dell’ennesima partita di Ruzzle. Lavorando molto con social e in generale con il laptop, ho costantemente sotto gli occhi schermate o app caratterizzate dal colore blu (vedi Twitter, Facebook, Microsoft Word, Skype, Instagram, l’interfaccia di Windows). Gli smartphone sono strumenti bellissimi e utilissimi, ma non possono assorbire tutta la vostra giornata e il senso di alienazione che vi potrebbe assalire dopo una tirata di computer-smartphone-computer non vale il gusto di una partita a 2048 di troppo. Occhi e tonalità della pelle ringrazieranno.

Illustrazione di Silvia Carrus

Illustrazione di Silvia Carrus

3. Ricordatevi che avete un corpo e quel corpo non è il computer

Quando si passano ore davanti a tanti schermi, per lavoro svago o necessità, si tende (o almeno io tendo) a sconnettermi dal mio corpo, a perdere quella consapevolezza fondamentale sul proprio benessere psicofisico. Questo malessere si trasforma a seconda dei giorni in: totale assenza di movimento a parte quello scrivania-frigo-fornelli-scrivania; dolori muscolari atroci; mal di testa appena stacco dallo schermo; l’illusione che rimanere con gli stessi vestiti e gli stessi capelli che si avevano da appena svegli sia un lusso e non uno schifo. Prendetevi cura di voi stess*, non sospendete nessuna routine che affrontereste se doveste uscire, che si tratti di abbigliamento, capelli, doccia ecc. a meno che la pigrizia non sia una necessità perché dovete riposarvi da un lungo periodo di stress.

4. Lavorare da remoto non vuol dire per forza lavorare da casa

Lavorare da casa è piacevole, è comodo e molto economico. Ma non sempre è possibile. Gli elementi di distrazione e gli spazi per impigrirsi sono tanti e possono tentare all’inverosimile. Inoltre non siete obbligat* a lavorare senza mai vedere un volto che non sia su uno schermo: sempre più bar sono attrezzati con rete wi-fi e se si trova un tavolo in posizione tattica con presa di corrente, il gioco è fatto. Potete optare anche per una biblioteca, anche se io trovo che il suo silenzio e la sua dimensione di luogo di studio mal si sposi con i ritmi talvolta frenetici che potrebbero esserci sullo schermo. Se devo uscire di casa, preferisco stare in mezzo ad un flusso di persone in movimento e al loro vociare, per ricordarmi che esistono ritmi, abitudini e persone che non dipendono da questo magico mondo di Internet e dei social media.

5. Non cascate nella trappola delle mani bucate

Ok, lavorare da remoto permette di tagliare su tante spese, ma se i vostri introiti non sono fissi cercate di prevedere spese e entrate in modo da non farvi sorprendere al prossimo versamento dell’affitto. Io sto testando il metodo proposto dalla guida impietosa al risparmio.

6. Mettete tutti i vostri impegni in calendario

Se non avete una routine di lavoro fissa, prendetevi del tempo per scoprire quale strumento vi piace di più tra Google Calendar, il calendario del vostro telefono e la cara e amata carta (o le mille app gratis che trovate sia per Android che per Apple). Quando gli impegni sono pochi il calendario sembra un’inutile perdita di tempo e un’ammissione che la-nostra-memoria-fa-sempre-più-schifo, ma nel momento del bisogno, quando gli impegni diventano tanti e non portarli a termine potrebbe avere gravi conseguenze, sono fondamentali.

7. Lavorate con i social media? Usateli anche per fare cose stupide (o per fare del “buon Internet”)

I primi mesi di lavoro in un’agenzia di social media marketing odiavo i social media. Odiavo parlare di engagement rate mentre bevevo una birra in un locale, odiavo tenermi informata sugli strumenti che volevo rimanessero confinati alle ore di attività in ufficio. Poi ho iniziato a scrivere la mia tesi per la laurea triennale e tutto è cambiato: analizzandone pregi e difetti, pericoli e regole, ho capito che possono essere spazi dove fare cose belle. Dove riscattarsi dal cattivo Internet, dal cyber bullismo, dal click su notizie volutamente morbose e scandalose e dove è possibile mettersi in connessione con altre persone, con altre ragazze, scambiare opinioni, diffondere pensieri positivi sul corpo. Se si prende coscienza di ciò che è sbagliato nell’architettura di questi spazi online (il trattamento dei dati personali, l’imposizione di certe strutture di pensiero o di linguaggio, la zona franca riservata a tanti hater) e li si conosce tanto da lavorarci anche tutti i giorni, è bene aiutare anche altre persone a capire come usare lo stesso mezzo su cui c’è tanto odio per aiutare a trasmettere altro. Bellezza, positività. E perché no, gatti buffi e Tumblr stupidi.