Insomma, meglio nero che donna; o, come si dice in America, donna è il nuovo nero.

Questa citazione, riportata dal docente universitario Enrico Beltramini sulla rivista Limes, esprime un sentimento diffuso negli Stati Uniti dopo una conferenza del Tea Party all’indomani delle elezioni primarie del Partito Democratico degli Stati Uniti del 2008. Le elezioni erano state vinte dal candidato afro-americano e futuro presidente Barack Obama, allora poco conosciuto all’estero, contro la famosissima Hillary Clinton, first lady per otto anni e per altrettanti senatrice e data per favorita.

Hillary Clinton ottenne poi un incarico prestigioso nella squadra di governo di Obama, divenendo Segretario di Stato, un ruolo senza dubbio ambito ed importante, ma ovviamente subalterno, seppure nell’accezione più neutra del termine. In un certo senso, questa subalternità appariva fisiologica al fatto che Hillary Clinton fosse una donna. Quello che si era configurato come uno scontro fra due rappresentanti di categoria non poteva avere che un esito simile, un uomo come vincitore – per quanto nero – e una donna come seconda arrivata, anche nella terra delle opportunità. Adesso, a distanza di altri otto anni, sembra certo che Hillary Clinton sia nuovamente lanciata verso la Casa Bianca e forse potrebbe farcela, ma solo adesso, cioè solo dopo.

Hillary Clinton (Illustrazione di Carol Rollo)

Hillary Clinton (Illustrazione di Carol Rollo)

In politica, il dibattito intorno al ruolo delle donne è ancora drammaticamente secondario. In Europa troneggia la Cancelliera Angela Merkel che, forte anche della posizione economicamente dominante della Germania, gode di rispetto e di stima se non altro formalmente. Ma Merkel, checché se ne dica, è solo un’eccezione e i capi di Stato eletti o di governo continuano ad essere soprattutto gli uomini.

Arriverà il momento, si dice, eppure c’è una resistenza di fatto che cozza contro un’enorme apertura solo teorica. Ci sono molti fattori alla base di questo fenomeno. Il primo è l’utilizzo strumentale che spesso in politica viene fatto di una candidata donna. Tanto per restare in tema, l’avversario repubblicano di Obama, il veterano di guerra John McCain, scelse come proprio vice la sconosciuta governatrice dell’Alaska Sarah Palin su suggerimento dei suoi spin doctor, dopo aver visionato dei sondaggi che davano la sua popolarità fortemente in calo fra le donne. Fu una scelta disastrosa, fatta senza i dovuti accorgimenti e non per una reale convergenza di intenti quanto per opportunismo politico, come raccontato dai giornalisti John Heilemann e Mark Halperin nel libro Game Change: Obama and the Clintons, McCain and Palin, and the Race of a Lifetime, da cui è stato tratto anche un film tv prodotto da HBO.

In questo senso, ci sono moltissimi esempi anche in Italia. Pochi anni fa, il governo Monti, presentato come la soluzione a tutti i problemi che l’UE ci metteva davanti, vantava tra i suoi membri donne preparate e rispettate (e comunque anche loro subalterne), da utilizzare in un’ideale contrapposizione alle donne dei governi berlusconiani, accusate di essere “arrivate dov’erano” senza meriti. Una caratteristica, peraltro, comune anche a molti colleghi maschi. Date le circostanze critiche, un ruolo di spicco venne dato alla ministra per il lavoro e le politiche sociali Elsa Fornero, la quale aveva anche la delega alle Pari Opportunità, ridotte ad appendice del dicastero principale.

Fornero, che pure fece scelte opinabili, divenne il parafulmine del governo, che nell’arco di pochissimo tempo vide sgonfiare drasticamente l’entusiasmo intorno a sé, venne attaccata e dileggiata per essersi commossa durante una conferenza stampa. I quotidiani di destra, come Libero e Il Giornale, l’accusarono di ipocrisia; il Corriere della Sera scrisse che la ministra era “scoppiata a piangere”, ingigantendo l’emotività di un momento durato giusto qualche secondo.

No, a noi non fa ridere (Credit: Il Manifesto)

No, a noi non fa ridere (Credit: Il Manifesto)

Nei mesi successivi, quegli stessi quotidiani tentarono di sminuire le competenze e il rigore di Fornero appellandola come “maestrina” in molti dei loro titoli. Il famoso vignettista Vauro arrivò a raffigurare Fornero vestita come una prostituta, appellandola come “ministra squillo” per ironizzare su una sua neutra frase rivolta a Sergio Marchionne: “aspetto che il telefono squilli”.

La sistematicità degli attacchi a Fornero è seconda solo a quella con cui viene attaccata Rosy Bindi, oggetto di orribili battute come quella che le rivolse Silvio Berlusconi (“lei è più bella che intelligente”, e più di recente dandole dell’uomo poco dopo l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, ndr) e colpevole soprattutto di non essere considerata tradizionalmente avvenente.

Le donne, dunque, generalmente seconde scelte, diventano magicamente le prime quando c’è da prendersi la colpa di qualcosa, poiché è proprio il loro essere donne che si presta efficacemente a vignette satiriche, battute virali e tormentoni volgari.

Accadde qualcosa di simile quando la Lega Nord venne travolta dall’inchiesta riguardante l’utilizzo dei finanziamenti pubblici. In quel caso, il capro espiatorio divenne l’allora vice presidente del Senato (sempre vice, non c’è mai stata una presidente del Senato donna) Rosi Mauro, chiamata “puttana” dai militanti che continuavano ciecamente a battere le mani ad Umberto Bossi, nella riunione della Lega a Bergamo, nell’aprile del 2012.

È evidente che in politica la lotta fra parti prevede colpi bassi e attacchi senza quartiere, tuttavia alle donne accade di essere costantemente attaccate nella loro sessualità, oppure per il loro aspetto fisico, incredibilmente tornato alla ribalta proprio a causa di una donna sulla carta di centro-sinistra come Alessandra Moretti, in seguito alla tragicomica intervista in cui cianciava di essere “ladylike”.

Attualmente, il governo Renzi ha segnato il record di presenza delle donne al governo, ce ne sono ben otto, nonostante il ministero delle pari opportunità sia stato accorpato a quello dello sport e delle politiche giovanili (il che è non ha alcun senso, poiché sono molto diverse le politiche che i dipartimenti dovrebbero promuovere). Donne utilizzate, quindi, ancora come specchietto per le allodole o per veicolare un’immagine moderna molto più nella forma che nella sostanza.

Proprio negli ultimi tempi, mentre si andava verso l’elezione del presidente della Repubblica dopo le dimissioni di Giorgio Napolitano, e da più parti si è detto “i tempi sono maturi per una donna al Quirinale”. Emma Bonino era il nome di punta, nome già circolato in precedenza, quando i tempi evidentemente non erano maturi poiché non ha mai avuto un reale sostegno (Carlo Azeglio Ciampi la definì una “vittima di razzismo politico”), ma non è potuta essere della partita a causa del tumore ai polmoni contro cui sta combattendo.

Gli articoli di giornale che hanno parlato dell’argomento sarebbero stati più credibili se non avessero fatto costantemente dei riferimenti a Tina Anselmi, classe 1927, e a Nilde Iotti, deceduta da tempo e prima donna presidente della Camera (ce ne sono state solo altre due, in verità), come ha fatto in un suo articolo Panorama, dimostrando che una donna acquisisce credibilità politica solo postuma o molto tardi. Il presidente eletto non è una donna. Adesso, per “quella” donna sarà certamente pronto un posto da vice-qualcosa.