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Jobs Act e divieto di discriminazione: solo svista...

Jobs Act e divieto di discriminazione: solo svista o abrogazione “dolosa”?

In tant* e da diversi giorni ci interroghiamo sull’abrogazione, all’interno dei provvedimenti del Jobs Act, dell’Articolo 3 (comma 1 e 2) del Decreto Legislativo 151 del 2001 (per tutti i riferimenti vedete in fondo all’articolo, ndr). La norma abrogata riguarda il divieto di discriminazione in base al sesso, allo stato matrimoniale o allo stato di gravidanza sia per quanto riguarda le assunzioni, sia per quanto riguarda il mantenimento del posto di lavoro. Per dirla in parole povere, si tratta della norma che – almeno a livello giuridico – impedisce ad un datore di lavoro di decidere dell’assunzione di un candidato in base ai suoi progetti di vita.

L’operazione, contenuta nell’articolo 46 dell’attuale decreto, rientra nelle abrogazioni previste per l’aggiornamento delle norme inerenti la tutela e il sostegno della maternità e della paternità, tema rispetto al quale l’attuale provvedimento prevede diverse novità sia per il congedo parentale (esteso fino al dodicesimo anno di età dei figli), sia per la richiesta di congedi a ore e part-time.

Le cronache legate alla denuncia di discriminazioni all’interno del mercato del lavoro fanno di questa legge materia all’ordine del giorno. Da un lato ci sono le giovani donne a cui viene domandato, in sede di colloquio, se intendano fare figli nel breve periodo. Dall’altro ci sono le neo-mamme che non ricevono alcun supporto al momento del rientro al lavoro dopo la maternità, ma si ritrovano invece a fare i conti con un sistema “respingente” che tende ad abbandonarle a loro stesse quando necessiterebbero, magari, di un percorso di aggiornamento.

Fino ad oggi, a parziale tutela di questi soggetti, era presente l’Articolo 3 del Decreto 151. E ora? Può trattarsi di una svista avvenuta in corso di stesura del decreto, oppure di un’abrogazione cui farà seguito un’integrazione della norma, magari rivisitata, all’interno del Jobs Act. Ma se così non fosse? Se si fosse trattato di una precisa scelta diretta ad un’ulteriore liberalizzazione del “mercato” delle assunzioni?

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Il tema è davvero scottante, soprattutto per un governo che si definisce di centro-sinistra e che, attraverso provvedimenti come quelli degli 80€ alle famiglie a basso reddito, proclama dal suo insediamento l’assoluta necessità di supportare lo sviluppo economico del paese attraverso il sostegno alle famiglie. Ma quali famiglie?

Allo stato attuale, in Italia è già un’operazione “ad alto rischio” per le giovani coppie decidere di progettare un futuro assieme uscendo dal nucleo famigliare d’origine. Le condizioni lavorative e contrattuali (le stesse che il Jobs Act vorrebbe semplificare), la crisi economica complessiva a cui non ha fatto seguito un parallelo abbassamento dei costi della vita, la crisi del welfare pubblico (pensiamo alle mille problematiche legate al tema degli asili e delle scuole d’infanzia), rendono davvero complicata la scelta di “metter su casa”.

Non si tratta tuttavia solo di un problema “familiare”, ma di un problema di etica pubblica: può lo Stato avvallare una discriminazione che mette in conflitto il desiderio di realizzazione esistenziale di una persona (il suo progetto di vita), con il mercato del lavoro (presupposto per la realizzazione del progetto)?

Un tempo si diceva ad una giovane donna in procinto di affacciarsi sul mercato del lavoro che avrebbe dovuto scegliere fra la carriera e la famiglia (messaggio già di per sé discriminatorio), limitando tuttavia all’ambito dell’ambizione di crescita personale dell’individuo il margine di discriminazione (“Se vuoi diventare capo settore non è opportuno che tu faccia un figlio, ma il tuo posto attuale sarebbe comunque garantito”). Qualora questa norma venisse abrogata si metterebbero le giovani donne davanti ad una scelta ancor più spietata: il diritto al lavoro o il diritto ad essere madri.

A farne le spese, per quanto legalmente risulterebbero coinvolti anche altri soggetti, sarebbero appunto le donne più giovani, già statisticamente soggette a discriminazioni e diseguaglianze in ambito di rapporto compenso/figura professionale ricoperta e, allo stato attuale, a forte rischio di “schiacchiamento” fra famiglie sempre più richiestive e un welfare pubblico sempre meno capace di far fronte a bisogni ed esigenze della società.

Ci auguriamo dunque sia una grave svista o che, dietro l’angolo, sia prevista una norma che rimarchi in modo netto l’impossibilità per un datore di lavoro di motivare le sue scelte in base ad orientamenti personali che nulla hanno a che fare con le capacità, le competenze e le aspirazioni lavorative dei cittadini italiani.

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Articolo 3 (comma 1 e 2) del Decreto Legislativo 151 del 2001 (consultabile qui)

Divieto di discriminazione

1. E’ vietata qualsiasi discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l’accesso al lavoro indipendentemente dalle modalita’ di assunzione e qualunque sia il settore o il ramo di attivita’, a tutti i livelli della gerarchia professionale, attuata attraverso il riferimento allo stato matrimoniale o di famiglia o di gravidanza, secondo quanto previsto dal comma 1 dell’articolo 1 della legge 9 dicembre 1977, n. 903.

2. E’ vietata qualsiasi discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda le iniziative in materia di orientamento, formazione, perfezionamento e aggiornamento professionale, per quanto concerne sia l’accesso sia i contenuti, secondo quanto previsto dal comma 3 dell’articolo 1 della legge 9 dicembre 1977, n. 903.


 

 Articolo 1 – Legge 9 dicembre 1977, n. 903 (G.U. 17.12.1977 n. 343) (consultabile qui)

Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro

Comma 1: È vietata qualsiasi discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l’accesso al lavoro, indipendentemente dalle modalità di assunzione e qualunque sia il settore o il ramo di attività, a tutti i livelli della gerarchia professionale.

Comma 2: La discriminazione di cui al comma precedente è vietata anche se attuata: attraverso il riferimento allo stato matrimoniale o di famiglia o di gravidanza; in modo indiretto, attraverso meccanismi di preselezione ovvero a mezzo stampa o con qualsiasi altra forma pubblicitaria che indichi come requisito professionale l’appartenenza all’uno o all’altro sesso.

Comma 3: Il divieto di cui ai commi precedenti si applica anche alle iniziative in materia di orientamento, formazione, perfezionamento, e aggiornamento professionale, per quanto concerne sia l’accesso sia i contenuti.

 

*Articolo 3 (comma 1 e 2) del Decreto Legislativo 151 del 2001


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  1. Paolo

    4 marzo

    in ogni caso l’abrogazione è gravissima. Spero che sia una svista e che venga presto corretta

  2. Calliope

    6 marzo

    Che Cosa?

  3. Smliiab

    28 maggio

    so?

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