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TV e moda: intervista a Marta Martina

Parlare di cultura pop contemporanea significa spesso doversi muovere in temi poco riconosciuti, o meglio, universalmente bistrattati.
Il libro Factual, reality, makeover. Lo spettacolo della trasformazione nella televisione contemporanea (a cura di Veronica Innocenti e Marta Perrotta) analizza alcuni dei contenuti più seguiti della televisione di oggi. Abbiamo estrapolato alcuni dei saggi contenuti nel libro e ne abbiamo intervistato le autrici.

Abbiamo incontrato opinioni differenti quando si parla dei programmi tv in cui viene rifatto il guardaroba al caso umano della puntata, i cosiddetti fashion makeover. Ci siamo interrogate sul ruolo che hanno nell’imposizione di un solo ideale di femminilità. Ne abbiamo parlato con con Marta Martina, Professoressa aggregata alla IULM e all’Università degli Studi di Urbino e dottoressa alla Alma Mater Studiorum di Bologna, che collabora anche con riviste di moda business to business.

Le abbiamo proposto il nostro articolo su Plain Jane, del quale condivide tutto.

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Illustrazione di Francesca Romano

MB: Nel suo saggio Il difficile concetto del “vestirsi bene”. Reversibilità e standardizzazione nei fashion makeover, lei parla di una “normative femininity” (femminilità normalizzata, ndr). Può spiegarci cosa significa?

MM: Nel saggio era interessante sottolineare la volontà nei fashion makeover di appiattire il senso estetico e di veicolare l’idea di una femminilità rassicurante, in un certo senso “normale”. “Normative femininity” sembrava l’etichetta più giusta; è usato per spiegare l’idea di standardizzazione dell’immagine femminile che è uno dei pilastri del saggio.

 

MB: Come passa questa “normative femininity” nei programmi di makeover? Ci faccia pure degli esempi concreti, noi facciamo tutti i nomi.

MM: Dunque, partiamo dal mio punto di vista: io stessa guardo questi programmi, sono un’accanita spettatrice. Catturano la mia attenzione, anche perché io mi occupo di moda e ne scrivo per case editrici specializzate.

A un certo punto mi sono resa conto che c’era un divario tra il concetto di moda che io conosco, cioè di espressione del sé attraverso l’abito e la costruzione della personalità e dello stile, e questi programmi in cui la maggior parte dell’idea di bellezza passava attraverso delle cose che non erano assolutamente “moda”.

La mia opinione iniziale era che in particolare in Ma come ti vesti?, nonostante gli esperti parlassero di moda e glamour, non ci fosse niente di tutto questo in quello che proponevano. Anche se si parlava di moda si parlava solo di capi di vestiario e non di stile personale: risultava sempre in una banalizzazione e una normalizzazione dello stereotipo “ragazza della porta accanto”. Una metafora che tra l’altro usano spesso e che nasconde delle idee tremende.

Faccio un esempio di un altro tipo di programma, giusto per precisare che il problema non è il concetto di fashion makeover ma il modo in cui viene veicolato: Io Donna – Buccia di Banana. Qui le ragazze sottoposte al makeover non vengono considerate delle cretine, come dite voi nell’articolo su Plain Jane, ma come persone che chiedono un makeover per sentirsi meglio. Non c’è niente di male nel voler cambiare look.

La mia idea è che questo concetto di banalizzazione della femminilità passa attraverso i due programmi in maniera diversa. Nel primo si cerca di creare piccoli cloni: tutte le ragazze vestite con un tubino, piene di trucco e tacchi esagerati qualsiasi lavoro facciano. Nel secondo il concetto di moda è leggermente più focalizzato sulla persona e sulle esigenze e preferenze individuali.

Quando guardo Ma come ti vesti? penso sempre “Possibile che dobbiamo essere tutte impiegate di banca?”.

MB: Perché, secondo lei, nel novanta per cento dei casi i soggetti trasformati sono tutti uguali? Ne ricordo uno in particolare in cui l’hair stylist ufficiale non faceva altro che tingere le malcapitate di un terribile biondo platino, senza riguardi per colore della pelle o forma del viso. Che senso ha? Perché questi programmi sopravvivono?

MM: Perché vince sempre il male? [ride] Sono scelte editoriali: Io Donna – Buccia di banana è costruita attorno Giusi Ferré, una grande giornalista che capisce il rapporto tra l’esteriorità e l’interiorità, una persona che ha in mano gli strumenti per capire la differenza tra abbigliamento e moda, tra stile e moda passeggera. Per cui devo dire che quel programma è un’eccezione in televisione solo per l’apporto dato da Giusi Ferré.

È linguisticamente bello perché è una gara fra stylist, e questa differenza è essenziale: non c’è il professionista infallibile che ti mette i tacchi per il supermercato, ma si propone la possibilità di qualcuno che può sbagliare perché non ti capisce. Vince chi si avvicina alle esigenze personali del soggetto.

Bisogna cambiare l’idea di infallibilità dello stylist, l’idea che un parrucchiere tinga tutte di biondo e non gli si possa dire niente solo perché è l’esperto e conosce le “regole del look”.

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Illustrazione di Francesca Romano

MB: Ma c’è una ragione precisa per cui questo avviene?

MM: Avviene perché è più facile trasmettere il codice di regole normative piuttosto che la libertà personale dentro le regole. Se io voglio andare al supermercato in abito da sera perché faccio una scelta ragionata, non c’è stylist che tenga. Giusy Ferré permette di accedere alla grammatica infinita della moda. Miccio e Gozzi (Ma come ti vesti?) trasmettono la moda come una cosa difficile da gestire, una matematica infallibile.

È più facile trasmettere la meschinità in televisione. Miccio e Gozzi ripetono ogni volta milioni di regole ormai datate, come il “no brown in town”, o il “niente jeans la sera”. La ripetitività delle formule in televisione funziona benissimo, ma non c’entra niente con cosa è davvero “moda”. La maggior parte delle loro regole spazza via tutte le conquiste della modernità.

Chi si mette ancora nella posizione per cui “moda” significa “codice e regola” e non cerca di piegarla alla contemporaneità produce solo macchiette: mamme a cena coi figli con l’inguardabile stola coi brillantini.

Io ho analizzato la cosa non tanto da un punto di vista femminista, quanto dal punto di vista del linguaggio della moda, che in mano femminista fa cose meravigliose. In mano a Miccio e Gozzi diventa una serie di regole e produce donne con lo stampino.

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Illustrazione di Francesca Romano

 

MB: Può spiegarci il rapporto che si crea tra l’immagine della donna nei fashion makeover e l’immagine sociale della donna? Secondo lei ci riconosciamo, anche solo inconsciamente? Ne veniamo influenzate?

MM: Trovo piuttosto donne indignate. Quando ne parlo con altre persone viene fuori tutto il nostro odio nel vedere questa produzione di piccoli cloni.

Quella sull’influenza dei fashion makeover sulla nostra percezione della moda e dello stile femminile è un’osservazione in itinere: il mercato dell’abbigliamento ha tantissimo da offrire per la costruzione di un proprio stile personale, il che è un bene; ma questo stile ha bisogno di un piccolo senso critico. Paradossalmente, vedere una normalizzazione della figura femminile potrebbe sortire l’effetto contrario, perché ci irrita e ci spinge a cercare qualcosa di più personale. Abbiamo la possibilità, grazie a catene di fast fashion e al trionfo del vintage, di costruire qualcosa di completamente opposto, di evitare la normalizzazione.

Però questo è un discorso in cui la televisione è entrata solo con Io Donna – Buccia di Banana quando ha portato gli stylist in via Paolo Sarpi e al mercato di via Papiniano per mostrare che si può costruire uno stile personale senza svuotare il portafoglio. Una cosa che negli altri fashion makeover non viene neanche sfiorata.

 

MB: La donna individuale quindi ha tante possibilità di staccarsi dalla normalizzazione e creare se stessa. Ma la donna sociale?

MM: Siamo ancora in alto mare per quanto riguarda l’immagine della donna nella società, perché l’idea di abbigliamento ancora subisce le regole televisive. Nonostante si possano vedere per strada tutti i giorni tante donne col loro stile personale, l’esercito di cloni in televisione c’è, e sono loro a dirci quali sono le regole per essere “femminile”.


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  1. Paolo

    21 gennaio

    nonostante certi programmi tv credo che donne e uomini riescano a vestirsi coniugando i loro gusti col posto in cui vanno, certo l’abito da sera per il supermercato mi pare fuori luogo (ma se uno/a vuole..)

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