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Tv e persone grasse: intervista a Luisa Stagi

Tv e persone grasse: intervista a Luisa Stagi

Parlare di cultura pop contemporanea significa spesso doversi muovere in temi poco riconosciuti, o meglio, universalmente bistrattati.
Il libro Factual, reality, makeover. Lo spettacolo della trasformazione nella televisione contemporanea (a cura di Veronica Innocenti e Marta Perrotta) analizza alcuni dei contenuti più seguiti della televisione di oggi. Abbiamo estrapolato alcuni dei saggi contenuti nel libro e ne abbiamo intervistato le autrici.

 

Spesso parlando di body image dentro e fuori da Soft Revolution, mi sono imbattuta nell’annosa questione del grasso corporeo e di fronte agli attacchi e alle critiche mi sono chiesta “Ma mi sto sognando tutto io?”.

Abbiamo affrontato il tema dal nostro punto di vista personale, descrivendo la nostra esperienza di consumatrici grasse di programmi televisivi sul grasso. Oggi vogliamo offrirvi il punto di vista accademico sull’effetto che questi programmi televisivi hanno su di noi, chiedendoci perché esistono, e da dove viene l’urlo disperato di chi ci consiglia “siete malati, il grasso è pericoloso per la vostra salute”. Vi do un indizio: non da un medico.

Abbiamo parlato con Luisa Stagi, ricercatrice presso il DISFOR dell’Università degli Studi di Genova, Coordinatrice del dottorato in Sociologia e co-direttrice del laboratorio universitario interdipartimentale AG-About Gender, nonché dell’omonima rivista.

 

MB: Nel suo saggio Cibo e dieta: ossessioni e ambiguità della televisione contemporanea parla dell’individuo immerso in una società contraddittoria che lo colpevolizza. Le va di spiegarci questo concetto?

LS: In altre parole, noi cerchiamo soluzioni semplificate e individuali a problemi che invece sono sistemici. Spesso il soggetto è convinto che i suoi fallimenti siano sue responsabilità quando invece è la società che crea contraddizioni e crea patologie e problemi. Il soggetto però si sente responsabile.

Questo discorso rapportato all’immagine del peso corporeo, ai programmi di makeover e alla televisione sul lifestyle si traduce in una responsabilizzazione individuale. Se hai perso il controllo della tua vita è responsabiltà tua e unicamente tua; si crea una sorta di colpevolizzazione estrema, quando invece sappiamo che è tutto più complesso, sappiamo che l’obesità ha cause sociali e genetiche.

L’individuo non può essere colpevolizzato completamente. È la società che induce il soggetto a considerarsi responsabile della salute. Spesso il corpo magro è considerato un indice di una buona condotta di vita. La stigmatizzazione che avviene a livello sociale non è solo rispetto al sovrappeso di una persona. Si ritiene il suo peso indice del fatto che non è abbastanza responsabile e sorvegliato e soprattutto che non sta alle regole della società neoliberale.

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Illustrazione di Silvia Carrus

MB: Scrive anche “in questo contesto, il corpo snello assume un valore simbolico assai potente poiché codifica l’ideale di un sé perfettamente gestito, in cui tutto viene mantenuto in ordine nonostante le antinomie della cultura consumistica”. Vorrei leggerle alcuni commenti che Soft Revolution ha ricevuto in occasione di un nostro articolo, “Essere grassa d’estate”. Lei pensa che questi commentatori stiano esprimendo questo tipo di opinione?

I commenti sono questi: uno, due e tre.

LS: Ritrovo in questi commenti il discorso della colpevolizzazione rispetto alla salute pubblica. È quello a cui accennavo prima e che viene portato avanti come un discorso pubblico, non come opinione personale. In Inghilterra va in onda un programma di lifestyle che “insegna a mangiare” nei ceti popolari. È molto interessante, perché il suo ruolo è da moralizzatore. Rappresenta la borghesia che deve salvare il ceto popolare che non è più in grado di badare a se stesso e di avere un sapere alimentare corretto.

Di volta in volta, il presentatore va per contesti e famiglie che hanno abitudini di cibo spazzatura e con fare paternalistico li rieduca. È un discorso pubblico portato avanti in modo preciso, con un disegno ben delineato nell’idea che lo Stato non può più pensare alla salute dei suoi cittadini attraverso il Welfare, perché lo Stato sociale non esiste più. Devono essere i cittadini ad essere responsabili della propria salute. Chi non è magro non sta nel sistema.

Questo tipo di programmi rappresentano un sostituto dello stato che non esiste più e vanno a moralizzare questa fascia della popolazione che “mette a repentaglio la propria salute” e di conseguenza pesa sulla spesa pubblica. Questo non può accadere nella società neoliberale in cui ognuno deve essere autoresponsabile. In Inghilterra è molto forte.

 

MB: Quel programma è quello di Jamie Oliver?

LS: Esatto. Anche qui in Italia ce ne sono molti su RealTime, in formato tradotto. C’è una dietista che progetta una trasformazione e controlla tutto il processo. In uno degli ultimi format andati in onda, le famiglie che si sottopongono a questa trasmissione accettano di essere sempre controllate con telecamere. Alla fine della puntata c’è il controllo delle feci per essere proprio sicuri che i partecipanti non abbiano sgarrato. Immaginiamoci come questo passi come messaggio: chi sgarra è deviante e minaccioso nei confronti dell’ordine pubblico.

 

MB: La maggior parte dei programmi che arrivano a noi sono statunitensi. Come funziona la questione oltreoceano?

LS: Negli Stati Uniti c’è stata una enorme costruzione sociale dell’obesità come malattia. Si parla di “epidemia dell’obesità”. L’idea dell’epidemia facilita l’idea della malattia e soprattutto del panico morale, un concetto sociologico che significa che c’è una costruzione sociale di paura e di rischio attorno a un fenomeno. Di solito il fenomeno stesso viene narrato come se fosse improvviso e contemporaneo, i media costruiscono intere campagne attorno al tema.

Negli Stati Uniti la sanità è in mano alle assicurazioni che fanno dei calcoli puramente economici e hanno studiato che è conveniente indurre le persone a dimagrire piuttosto che curare le conseguenze dell’obesità. Contribuiscono quindi a creare il problema morale dell’obesità, ad allarmare la gente. Il discorso televisivo non fa altro che riprodurre questo. Format come Extreme Makeover Diet Edition o Adolescenti XXL, sono tutti governati da delle lobby che hanno interessi soprattutto economici riguardo le assicurazioni sanitarie. La stigmatizzazione dell’obesità e la costruzione dell’obesità [come epidemia] è esito di politiche economiche precise.

La repulsione verso l’obesità è l’esito di tutti questi discorsi che circolano, così come l’idea che l’obeso sia malato e che lo sia perché non si fa controllare e perché non controlla sé stesso. Questi commenti sul vostro sito non sono niente, nei forum nati appositamente per commentare gli obesi ci sono insulti terrificanti. Io sono rimasta sconcertata dall’odio viscerale in questi blog. Si fa continuamente riferimento al fatto che non si controllano, che devono operarsi.

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Illustrazione di Silvia Carrus

MB: Quindi possiamo affermare che il fat-shaming non derivi da un vero e proprio allarme salutista, quanto più da ragioni sociali enfatizzate da certi programmi televisivi?

LS: Tutti questi format veicolano fortemente il messaggio che sia solo una questione di volontà. Al di là del fatto che sotto tutto c’è sempre il discorso magro=bello=buono, c’è anche l’idea che uno possa essere tranquillamente magro, che bastano diete e ginnastica. Questi format televisivi che fanno dimagrire dei grandi obesi inculcano costantemente questo messaggio distorto che sia solo una questione di volontà e autocontrollo, quando sappiamo benissimo che esistono fattori genetici e ambientali che concorrono alla situazione, e non è possibile dimagrire in salute nella maniera “televisiva”, con quei programmi.

Passa l’idea che ci sia un disordine, una pigrizia, un’incapacità che va sanata per riportare l’ordine. L’idea del makeover show in generale è il riportare ordine nelle persone che hanno perso il controllo per incompetenza, pigrizia, ignavia, qualsiasi cosa. Arriva il moralizzatore che riporta l’ordine, che riporta i casi umani nella società, li rende “buoni cittadini”. Più profondamente c’è l’idea del cattivo cittadino, e in questo caso specifico, che l’obeso sia il criminale che va punito.

 

MB: Abbiamo parlato di programmi inglesi e statunitensi, ma da molto tempo questi circolano anche sulle nostre reti. Quanto arriva in Italia di tutta questa campagna economica contro l’obesità?

LS: Per molto tempo io mi sono occupata di disturbi del comportamento alimentare. Molti anni fa non esistevano nemmeno dati italiani, erano tutti statunitensi. Credevamo che l’Italia stesse reggendo perché abbiamo una forte cultura alimentare, pensavamo fosse difficile che si diffondessero i disordini alimentari. Abbiamo un pasto che viene vissuto in contesti famigliari, attorno al tavolo, mentre in altri paesi c’è molto più una cultura da frigorifero: apro e prendo la prima cosa che capita.

Tuttavia abbiamo notato che già da molti anni ci sono dei fattori che potrebbero innescare processi inattesi. C’è una cultura alimentare in Italia, è vero, ma c’è anche una fortissima cultura estetica. Spesso non ce ne rendiamo conto, gli stranieri lo notano in noi italiani. Siamo più soggetti all’estetica, alla moda. Rischiamo sicuramente di finire nella spirale dei disordini alimentari.

Credo che questi format, che inizialmente erano entrati nel nostro immaginario come qualcosa di distante e di estraniante, pian pianino stiano facendo breccia. Credo che agiscano e stiano agendo fortemente su di noi.

Secondo me sia l’idea del makeover, sia il proliferare delle trasmissioni sul cibo, stanno generando una “bulimia metaforica”. C’è un blog di nome Trappole per topi che analizza la compresenza di trasmissioni di cucina e pasticceria e di trasmissioni sulla perdita di peso e sul corpo grasso come “food porn” o “eating disorder porn”, trasmissioni che nutrono l’occhio morboso della società sul cibo.

Abbiamo talmente introiettato l’idea della dieta e dell’autocontrollo che ci nutriamo di piacere estetico. Non mangeremmo mai le cose che cucinano in televisione, sono e sembrano delle pietanze finte: è una pornografia del cibo, un mangiare mai esperito.

Secondo questo blog, per le persone che soffrono di disturbi alimentari queste trasmissioni contradditorie sono una forma di mantenimento, cioè nutrono il disturbo alimentare.

 

MB: Quali sono i topoi di questi programmi televisivi, atti a demonizzare l’adipe e a colpevolizzare la persona sovrappeso?

LS: Nel makeover ci sono alcuni passaggi fondamentali. Prima di tutto la parte pre-trasformazione: è la descrizione di un soggetto fallito; la musica, la fotografia e il tipo di inquadrature vogliono enfatizzare il fallimento. Addirittura spesso la voce narrante è dei soggetti stessi che si descrivono come incapaci. La telecamera è ferma sui difetti del corpo.

Nel passaggio da pre a post avviene la presa in carico del soggetto del sapere fornito dall’esperto, con un accorgimento: il distacco tra il soggetto e chi detiene il sapere esperto. Spesso viene fatto mettendo una divisa all’esperto: camice, tuta sportiva. Il soggetto subisce una degradazione: viene denudato, spiato da ogni angolo, viene avvolto in una tuta enorme, un camicione da ospedale. Viene degradato e infantilizzato. Ogni format ha una serie di passaggi umilianti attraverso il quale il soggetto viene demonizzato: pesa da merci, tubo col cibo, specchi deformanti. Il mantra è “guarda cosa hai fatto”.

Quasi sempre durante la trasformazione c’è un momento di cedimento, dove avviene il vero rituale di degradazione, dove il personal trainer sgrida e insulta il malcapitato in maniera umiliante. Questo si vede soprattutto in Extreme Makeover Diet Edition, perché il sapere esperto dice “eri un fallito, ti abbiamo dato una possibilità e la stai buttando via per essere di nuovo un fallito”.

Da lì in poi avviene la redenzione fino alla fase finale con lo specchio in cui si mostra il nuovo sé finalmente autocontrollato. Ci sono sempre parenti e amici accompagnatori che non fanno altro che raccontare del soggetto che aveva perso e fallito, una cassa di risonanza del pensiero dello spettatore, il pensiero che ritroviamo nei commenti dei blog, delle foto degli obesi. C’è un immedesimarsi non nel soggetto ma nell’idea dello status osservatore, della società che si sente partecipe della redenzione.


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  1. La Simona

    14 gennaio

    La volete sapere l’ironia della sorte? che alla fine di questo articolo, appare una pubblicità che dice: “5 Cibi da non mangiare:Se smetti di mangiare questi 5 cibi perdi grasso addominale ogni giorno.” So che non dipende da voi di Soft Revolution, però è veramente ironico che appaia proprio questa pubblicità dopo un articolo così. Anche se, a pensarci bene, è un’ulteriore riprova di quanto denunciato nell’intervista.

  2. Paolo

    14 gennaio

    quanto al magro=bello ricordo a tutti che Anna Mazzamauro è magra e non è certo bellissima (sì lo è per Fantozzi), mentre invece Christina Hendricks che è certamente non grassa ma è più in carne di lei è molto bella quindi la cosa è più complessa e le persone genericamente ritenute belle non sono tutte identiche tra loro, per fortuna. Io credo che bisogna accettare che la bellezza (a prescindere dalla taglia) non è democratica pertanto dire che X in linea di massima più bello/a di Y va accettato ma non deve significare che Y non deve esistere o non potrà mai essere attraente per qualcuno. Nella vita si può essere attratti da chi è bellissimo/a come da chi non lo è ma in ogni caso lo è per noi.
    E credo che il ruolo dei media sia abbastanza sopravvalutato quando si parla di disturbi alimentari, a quanto ho letto le persone anoressiche sono tali non perchè ossessionate dall’aspetto esteriore

    Venendo al grasso in eccesso: secondo me bisogna evitare sia la colpevolizzazione eccessiva di se stessi sia il dare sempre la colpa agli altri e questo vale in generale per quasi tutti i problemi della vita, fermo restando che nessuno va deriso e umiliato per il proprio aspetto, se qualcuno lo fa è responsabilità sua
    Affermare che l’obesità (non parlo di qualche chilo di troppo) non è solo un inestetismo ma è un fattore di rischio per la salute (certo non il solo) però non è colpevolizzare o non dovrebbe esserlo, è ovvio che ci sono molte persone naturalmente snelle o magre (sono una di loro, sono solo flaccido perchè mi muovo poco) che non saranno mai obesi, e molte persone di corporatura robusta, possono dimagrire, se obesi, in maniera sana e compatibile con la loro particolare fisicità. La maniera sana però non è quella di certi reality che puntano alla spettacolarizzazione (a dire il vero sono molto critico con tutti questi reality anche quando non trattano di obesità)

  3. Paolo

    14 gennaio

    e molte persone di corporatura robusta, possono dimagrire, se obesi, in maniera sana e compatibile con la loro particolare fisicità ma non saranno mai esili perchè la loro fisicità non è quella

  4. Garnant

    14 gennaio

    Poco fa mentre cucinavo guardavo un episodio di Supercar perché su tutti gli altri canali c’era o gente che cucinava, o gare di cucina, o cuochi in viaggio.

    Comunque io in quanto normopeso subisco una pressione sociale a ingrassare. A metà mattina in ufficio c’è sempre un compleanno o una ricorrenza e bisogna mangiare bignè. Metà pomeriggio uguale. Se non mangi bignè sei asociale. Qualunque cibo industriale ha come secondo-terzo ingrediente l’olio di palma che è un pessimo grasso saturo. Vai in USA, c’è il corn syrup ovunque. Ora con il TTIP metteremo su 5 chili a testa minimo.

    E’ un meccanismo malsano finalizzato a farmi poi iscrivere a zumba e comprare lo slimbelly.

  5. Caterina

    23 aprile

    Grazie per questo articolo. Ottima analisi del proliferare di fat-shaming e diet culture in Italia. Sono d’accordo che si tratti di una faccenda politica (c’è chi ci guadagna) e sociologica (stigmatizzazione e pregiudizio) del tutto sproporzionata rispetto alla reale entità del rischio medico associato all’obesità.

    Come persona con passato di disturbi del comportamento alimentare (anoressia e bulimia), confermo che questi programmi tv — e l’ideologia d’odio che ci sta sotto — sono nefasti in modo particolare per chi soffre di DCA (o è vulnerabile a svilupparne uno). Oltre ad essere utilizzati come “eating disorder porn” (sentire storie di dimagrimenti estremi fa sempre drizzare le antenne della malattia, per un misto di senso di competizione e desiderio di emulazione), programmi del genere, che demonizzano “il grasso” e l’acquisto di peso in toto, condannano proprio il passaggio obbligato che sta tra malattia e guarigione da un DCA, e che può significare salvarsi la vita: ingrassare. Prendere peso, soprattutto nella temuta “zona addominale”, perché il corpo riesca ad insulare gli organi vitali che stanno sotto e proteggerli dall’arresto. Mangiare, e mangiare tanto. Non perché ci si stia mettendo sulla strada dell’obesità; perché avere un DCA, anche se non si arriva all’emaciazione, vuol dire sottrarre energia a tutti i sistemi di organi del corpo — un deficit cumulativo enorme. E questo deficit, per poter tornare in salute, chiede di essere rettificato con uno sforzo per riprendere peso altrettanto enorme.

    E il messaggio culturale che un tentativo di uscire dal DCA non sia solo antiestetico (vabbè, passi), ma anche moralmente vergognoso, crea un potente rinforzo sociale (il timore dell’ostracismo) per ricadere nella malattia. Tutto questo sotto la falsa promessa, perpetuata dall’ignoranza diffusa su questi disturbi, che “basta che perdi peso in modo sano, senza fare cose estreme”. Per chi soffre di anoressia o bulimia questo innocuo “consiglio della nonna” semplicemente non è un’opzione.

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