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Illustrazione di Sara Zanello

Uno dei miei più grandi sogni è lavorare in officina come ingegnere meccanico, a stretto contatto con le auto. Grazie a un tirocinio trimestrale, quest’estate ho esaudito il mio desiderio.

La cosa più bella di questi mesi è stato sicuramente il rapporto che si è creato con i meccanici: mi hanno fatto sentire parte della loro squadra, coinvolgendomi sia professionalmente che umanamente, e hanno reso le giornate lavorative meno pesanti e molto divertenti. Hanno contribuito alla mia formazione senza nessun senso di superiorità e sono stati molto disponibili in tutto. Ma, soprattutto, mi hanno sempre incoraggiata a continuare questa strada, senza mai fare battute sul fatto che fossi donna o dire qualcosa di anche solo vagamente sessista.

Diverso il discorso al di fuori dell’officina. In ufficio, mi hanno sempre e solo fatto rispondere al telefono, non permettendomi mai né di avere rapporti diretti con i clienti, né di svolgere altre attività, come ordinare un pezzo di ricambio, ad esempio. Ricordo con molto fastidio gli sguardi di leggera preoccupazione quando salivo su una macchina (ho la patente da dieci anni!) e il dare per scontato che, essendo donna, non sapessi guidare le auto automatiche.

La cosa peggiore, però, sono state le reazioni di alcuni clienti. Al telefono, venivo sempre confusa con una segretaria o una centralinista. Alcuni volevano essere certi di aver chiamato in officina, spiazzati “dalla voce femminile”; altri volevano informazioni più sicure da chi aveva lavorato sulla loro auto, per poi fare un lungo silenzio quando dicevo di aver seguito il lavoro effettuato. I clienti che venivano in officina mi hanno spesso scambiato per qualsiasi cosa, tranne che per quello che sono. Mi hanno chiesto se fossi la fidanzata dell’impiegato giovane che avevo affianco, o la figlia del meccanico di cui stavo seguendo il lavoro. Mi hanno addirittura presa per una cliente, nonostante avessi le mani sporche di grasso.

Devo ammettere che dimostro meno anni di quelli che ho e tanti mi prendono per una liceale, ma sono fermamente convinta che un ragazzo, al mio posto, sarebbe passato almeno per un apprendista. Inoltre, ho notato che le donne e gli ingegneri non hanno mai reagito così. In queste occasioni, ho spesso pensato a Sarah Blow per non scoraggiarmi e ho ritrovato ogni volta la determinazione chiudendomi in officina con i “miei” meccanici.

In base a tutto ciò, mi viene da concludere che il mondo delle auto viene considerato unicamente maschile più dall’opinione pubblica, che dagli uomini che ci lavorano. Ma soprattutto, ho capito l’importanza per noi donne di non sentirci sole nelle nostre lotte quotidiane.

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È per questo motivo che Isis Anchalee Wenger ha lanciato l’hashtag #ILookLikeAnEngineer. Ingegnera informatico della OneLogin, ha partecipato a una campagna pubblicitaria per reclutare personale, promossa dall’azienda. I cartelloni con la sua foto sono stati oggetto di commenti come “Mi piacerebbe sapere se gente che ha cervello trova questa frase vagamente plausibile e, in particolare, se le donne si bevono questa immagine di un ingegnere informatico”, “Perché non hanno scelto un vero ingegnere o un’impiegata, invece di una modella?” e “Che pessima campagna pubblicitaria: vogliono rivolgersi alle donne, ma probabilmente si rivolgono soltanto agli uomini”. L’idea che una bella ragazza non possa essere un’ingegnera, è radicata a tal punto che ne è scaturito un polverone e Isis si è sentita in dovere di rispondere tramite il suo blog:

Alcuni pensano che non stia facendo “la faccia giusta”, o che non sia così che “sono le donne ingegnere”. Notizia flash per loro: questo è un tentativo di applicare etichette. Letteralmente, infatti, sono proprio io l’esempio di un ingegnere della OneLogin. La pubblicità è autentica: le mie parole, la mia faccia.

In breve tempo, il suo hashtag è diventato virale e ha coinvolto le ingegnere di tutte le più importanti aziende tecnologiche del mondo e di istituti come Mit e Nasa. Un’iniziativa simile a quella partita dopo il caso Tim Hunt, per ribadire ancora una volta che siamo stanche degli stereotipi.

La realtà denunciata da Isis traspare anche da “The Big Bang Theory”, le cui repliche sono in onda su Italia Uno. La sitcom racconta la vita di un gruppo di nerd, sconvolta dall’arrivo di una nuova vicina, Penny, una bella ragazza, disinibita, stupida fino all’inverosimile e con il sogno di fare l’attrice. Basta qualche minuto di visione, per accorgersi che la sua figura è totalmente contrapposta a quella delle scienziate protagoniste, più trasandate, meno carine e spesso meno esperte sessualmente. Un programma che ha destato non poche polemiche per il sessismo che trasuda.

Lo stesso identico pregiudizio si ritrova nel doppio libro Barbie: I can be…a computer engineer/Barbie: I can be…an actress, della serie “Barbie: I can be…”. Il primo titolo trae in inganno, perché in realtà ciò che viene raccontato è una Barbie totalmente negata al computer, tanto da metterne fuori uso due e da avere il bisogno dell’aiuto di due ragazzi per finire un progetto affidatole a scuola; invece, nell’altro libro, non ha bisogno dell’aiuto di nessuno per avere successo come attrice. Sembra quasi che Barbie, sinonimo per eccellenza della bella ragazza, sia adatta più al palco che al computer. Un concetto che potrebbe anche essere giusto, perché ognun* ha i suoi talenti, ma inserito in una serie di libri che dovrebbe allargare le prospettive di una bambina risulta deviante.

La questione è più complicata di quello che sembra, perché qui non si parla solo del fatto che la società non si è ancora abituata alle donne che fanno “lavori maschili”, di cui ne ho parlato a non finire, ma va in profondità. La femminilità è vista come qualcosa di delicato e pulito. Per questo motivo, da bambine, ci impedivano di fare gli stessi giochi dei bambini, perché ci sporcavamo il vestitino nuovo. Ed è per questo motivo che, in officina, i clienti mi dicevano di non imbrattarmi le mani con il grasso delle loro auto e rimanevano interdetti quando rispondevo che questo è uno dei tanti aspetti che mi piace del mestiere.

Ma non solo, la femminilità viene associata alla bellezza e all’aspetto fisico mentre la mascolinità è associata alla forza. Una ragazza che non mette la gonna, si veste come un uomo; un uomo che piange, è una donnetta. Di conseguenza, sembra strano che una donna faccia un mestiere come l’ingegnere, da sempre associato alla rudezza e alla sporcizia. Nell’immaginario collettivo, un’ingegnera sarà sempre vista come un “maschiaccio”, con una serie di caratteristiche che va dall’essere trasandata, all’essere poco attraente.

Tutto questo ha reso il mio tirocinio un po’ amaro. Mi è dispiaciuto constatare che alla fine non è mai stato importante quanto fossi preparata o cosa sapessi fare, perché il fatto che sono una donna ha sempre influito negativamente e ha attirato tutta l’attenzione degli altri. Un ragazzo, al mio posto, avrebbe acquisito una certa sicurezza nel suo lavoro; a me, invece, il tirocinio ha lasciato la paura di dover vivere le stesse situazioni in ogni mia esperienza lavorativa e la certezza che dovrò fare il doppio per dimostrare le mie capacità.