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Il racconto dei racconti: una critica

Il racconto dei racconti: una critica

di Nicoletta Chinni

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Qualche giorno fa entro in ufficio e prima del buongiorno un collega mi chiede:
– Hai visto Garrone?
Io, che dal suo sguardo già mi figuravo immani catastrofi, rispondo sollevata:
– Sì, ieri.
– E che ne pensi?
Argomentare una risposta di senso compiuto mi sembra subito un po’ più complicato. Però sono arrivata presto, il caffè l’ho bevuto a casa… Sì, penso, parliamo del film di Garrone:
– Guarda, dipende da cosa intendi perché mi sembra che…
Lui mi gela:
– Non facciamo i democristiani. Qua ci sono solo due macrocategorie: o ti è piaciuto o non ti è piaciuto. Dove ti collochi?
Ma chi l’ha detto che ci sono solo due macrocategorie? E poi scusa, mi hai dato della democristiana?!
– Ti è piaciuto sì o no?

In una frazione di secondo cancello i ragionamenti e cerco di ricordare le emozioni provate la sera prima, mentre stavo al buio di un cinema del centro con gli schienali reclinati davanti a una coppia di amici che pensavano di guardare qualcosa tipo Il signore degli anelli o, se fossero stati proprio fortunati, Game of Thrones. Le emozioni che ricordo sono: noia, irritazione, delusione. Forse non in quest’ordine ma il risultato non cambia.
– No, non mi è piaciuto.

Lui, come se appuntasse una “x” nella colonna dei buoni sulla sua personalissima lavagna mentale, annuisce più volte. Non mi chiede “perché?”− cosa che ora desidero moltissimo − e, siccome già mi sento in colpa nei confronti di Garrone, saluto, vado nel mio ufficio e me lo domando da sola: “Perché non mi è piaciuto Il racconto dei racconti?”.

Garrone ha scelto tre racconti da Lo Cunto de li Cunti, una raccolta di fiabe in lingua napoletana scritte da Giambattista Basile tra il 1634 e il 1636. Mi dicono che li ha rispettati molto, modificando e inventando pochissimo. Non ho dubbi che Garrone e i suoi abbiano lavorato per preservare la natura del testo originale (napoletano a parte). È una scelta che rispetto ma non capisco: se il sistema di valori è cambiato, se il nostro modo di ascoltare storie si è rivoluzionato, se perfino il nostro approccio al genere fantastico è stato riprogrammato, che senso ha tanta purezza?

Ne parlano come un film che esplora l’universo femminile affrontando temi universali, ma le donne raccontate sono anomalie del sistema che incorrono in giuste punizioni per le proprie insane pulsioni. È un approccio che avrei capito nel 1634, forse nel 1634 lo avrei addirittura condiviso. Ma nel 2015 dovrebbe essere sorpassato, invece questo è quello che ho visto:

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Una principessa desidera uscire dal controllo paterno e dal Palazzo Reale nel quale è cresciuta. Non è una ribelle, tutto ciò che vuole è sposarsi con un principe valoroso che la porti via. Il padre però vuole tenerla con sé e, siccome si sente molto intelligente, decide che la darà in sposa a chiunque risolverà un indovinello che lui ritiene insolubile. Peccato che un orco, un vero orco (dimenticate Shrek!), ci riesca.

A quel punto uno pensa che il padre si rifiuterà, si inventerà qualcosa… invece no. Per il Re è più importante essere di parola che essere misericordioso, perciò la giovane figlia deve sposare l’orco. Per la principessa seguono settimane di privazioni, fatiche e orrori. Infine, grazie a un provvido (e quanto mai incauto) aiuto, la ragazza riesce a scappare e a uccidere l’orco. Grande sollievo in platea per questo guizzo di modernità! Ma dura poco.

Sì, perché la principessa torna al castello con la testa dell’orco, la getta ai piedi del padre e invece di tagliare la testa anche a lui e dipingersi la faccia di bianco come Elizabeth, nella scena dopo la ritroviamo nei suoi verginei abiti, regina sorridente che riprende il posto che le spetta al fianco del caro padre.

Morale della favola: ragazze, state molto attente a quello che desiderate e date sempre retta a papà.

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Una bellissima regina è ossessionata dal desiderio di avere un figlio. Lo vuole così tanto che è disposta a lasciare che il marito muoia procurandole il cuore di drago marino che dovrà mangiare per rimanere incinta. Dopo il parto, la sua ossessione si evolve fino a diventare la follia di una madre che impedisce al figlio di allontanarsi.
Ma questo figlio, prima di essere figlio suo è figlio della magia di un drago marino e ha un gemello al quale è legato in modo viscerale.

La regina non accetta questo legame, così decide che il bastardo deve morire e si trasforma in una mostruosa bestia delle caverne per attaccarlo. Peccato che, un attimo prima del colpo di grazia, il figlio tanto amato si metta in mezzo a difesa del fratello e la regina, pur di non fargli del male, chiude i grandi occhi da bestia delle caverne e lascia che lui la trafigga.

Morale della favola: madri, state molto attente a quello che desiderate, potrebbe ritorcersi contro di voi.

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Due vecchie sorelle vivono in simbiosi fino a che il loro re libertino si invaghisce della voce di una delle due, credendo che sia di una giovane. Il dramma è che Dora desidera essere la giovane che il re vuole circuire. Lo vuole così tanto che prima si ustiona un dito nella speranza di cambiare pelle e poi chiede a sua sorella di (letteralmente) incollare i brandelli cadenti del suo corpo per sembrare più giovane.

Il re cade nel tranello e trascorre una notte con lei ma, quando al mattino scopre di aver dormito con una vecchia, il raccapriccio è tanto che la fa gettare dalla finestra. Dora però non muore, incontra una strega che le fa il dono della giovinezza e quando si risveglia nei panni di una splendida ragazza, anziché vendicarsi dell’infame che ha cercato di ucciderla, torna a palazzo e si fa sposare.

Quando la vecchia sorella scopre che la sua Dora è a fianco del re, con tutta l’ingenuità del mondo le chiede: “Come hai fatto? Anch’io voglio tornare giovane”. Che significa anche: voglio essere amata, voglio essere desiderata, voglio poter vivere ancora. Ma come si può spiegare la magia? Dora, esasperata, le risponde: “Mi sono fatta scorticare la pelle, ok?”. La vecchia sorella allora racimola i suoi pochi soldi e trova un tizio disposto a tutto quanto lei che la lega a un albero, affila le lame che usa di solito per il pellame e… fa ciò che gli è stato chiesto.

Morale della favola: vecchie, state molto attente a quello che desiderate. Il vostro tempo è finito.

 

Deve essere per questo che non mi è piaciuto Il racconto dei racconti. Garrone è un eccellente regista, il suo sguardo non è mai banale né invadente, le location italiane sono meravigliose e gli attori bravissimi, ma non vedo perché, fra tutte le storie che possono essere raccontate, abbia voluto raccontare proprio queste che, in tutta la loro purezza seicentesca, ribadiscono ancora una volta, in modo sotterraneo e visivamente perfetto: donne, state molto attente a quello che desiderate.


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  1. giulia

    5 giugno

    Cara Nicoletta, grazie per questa interessante analisi. Ancora non ho visto il film e ora lo farò certamente, perché secondo me la scelta del soggetto è audace. Mi permetto di osservare che, sull’altare della rivendicazione dei diritti delle donne, si rischia di sacrificare un’analisi più umana delle donne stesse in quanto soggetti singoli e non solo unite dal genere, nonché dei motivi che possono spiegare alcune tendenze generali. Ad esempio, non si può pretendere che una donna scelga con leggerezza di essere indipendente dato che è il matrimonio a garantirle la condizione migliore nell’Italia secentesca che altrimenti la obbligherebbe a restare sotto il controllo paterno, e per quanto si tratti comunque di un passaggio di proprietà, per molte donne è l’alternativa migliore. Matrimonio e maternità non vanno ridotti semplicisticamente a scelte obbligate per quei tempi, è molto importante il contesto storico e anche l’aspetto umano della faccenda che da questo dipende. C’è tutta una biografia al riguardo*, ma quello che mi preme dire è che il nostro sguardo contemporaneo e carico delle conquiste femministe deve riuscire a mantenere la lucidità per vedere le donne nel loro tempo, incluse le scelte che “possono” fare.

    Grazie ancora per l’interessante articolo!

    *v. ad es. Perry Wilson, Duby e Perrot, Bock, et al.

  2. MARTA

    5 giugno

    Giulia, molto giusto contestualizzare, ma la critica di questo articolo non va al Cunto de li Cunti, prodotto di quel contesto, ma al film da esso tratto che invece è figlio di questa nostra epoca. Come il contesto è fondamentalmente intrecciato a tutte le sfumature del passato, come non può esserlo altrettanto quando si osservano le scelte del presente? Può una riproposizione a distanza di secoli dirsi slegata proprio da quel contesto culturale attuale in cui è di nuovo resa pensabile e fattibile? Anche le copie sono figlie del loro tempo, nella scelta di cosa e come si copia, e del messaggio che emerge rileggendo il vecchio con occhi nuovi…
    Rimanere in un’ottica puramente storica quando si parla di riletture contemporanee secondo me è un errore, ed è bene invece riflettere cosa porta una riproposizione di questo tipo e sulle scelte solo apparentemente neutre di chi fa queste proposte, perchè, come quando si parla per citazioni, è facile mascherarsi dietro il personaggio che per primo fece quell’affermazione e distogliere l’attenzione da chi ha scelto di pronunciarla di nuovo in specifiche circostanze.

  3. giulia

    5 giugno

    Quindi non andrebbero proposti soggetti contenenti tipi di femminilità, per forza di cose e soprattutto di tempi storici, che rispecchiano mentalità più tradizionali e giocoforza legate a matrimonio e maternità?
    Non credo si possa denunciare a priori la scelta del soggetto, incluso il tempo storico in cui si colloca, né credo si tratti di una volontà politica di rappresentare solo questo tipo di donna, semmai di aderenza al racconto e ai suoi tempi.
    Trovo invece importante conoscere i tempi storici, inclusi i passaggi che hanno accompagnato l’evoluzione della femminilità vissuta e intesa (cosa che mi piacerebbe molto fare).
    Noi siamo donne in grado di esprimere i giudizi presenti nell’articolo proprio grazie a questo percorso.

  4. Paolo

    5 giugno

    contestualizzare per me è importante ma perchè Garrone abbia deciso di prendere dei racconti del ‘600 senza modernizzarli ma rimanendo fedele non lo so, è una operazione legittima e non per forza “maschilista” ma sarebbe interessante chiedere al regista.

  5. Emme

    5 giugno

    Io ho visto il film qualche giorno fa e ne ho tratto conclusioni diverse.
    La mia ipotesi è che le tre storie vogliano impartire insegnamenti di vita come solo le fiabe antiche sapevano fare: dissuadendoci dall’inseguire desideri malsani mostrando con tutta la crudezza possibile quanto possa finire male.
    (SPOILER)
    – La storia della regina sterile potrebbe essere un ammonimento a non forzare la natura e a non soffocare la crescita dei propri figli, ma io non ci ho visto solo la disperazione di una povera donna che fatica a restare incinta ed è convinta che la sua esistenza avrà un senso solo quando riuscirà a generare un bambino (una convinzione forte, all’epoca): a me la regina è sembrata anche una persona affamata di potere.
    Il marito stravede per lei e, invece di aiutarla a superare la follia che la domina, si sacrifica per «amor» suo. I sudditi sono obbligati a piegarsi alla sua volontà e a farne le spese sono i più deboli, come la serva vergine e suo figlio Jonah. Elias ha lasciato il grembo della regina da sedici anni ma lei non gli ha ancora permesso di tagliare il cordone, e il dirgli a chiare lettere che dovrebbe obbedirgli perché è la sua sovrana e non perché è sua madre aumentano la mia impressione che lo consideri, razionalmente o meno, uno strumento attraverso cui esercitare la sua autorità.
    Quando Elias uccide la regina tramutata in bestia, ho avuto persino il dubbio che l’incertezza di lei sia stata dovuta non a un materno desiderio di protezione, ma alla sorpresa di trovarsi davanti il figlio dopo aver pianificato tanto bene alle sue spalle l’ennesimo tentativo di omicidio ai danni di Jonah…
    – Dora, la donna anziana tornata giovane, viene distrutta dalla sua avidità.
    Quando si presenta l’opportunità di guadagnare qualcosa dall’interesse del re, alimenta un equivoco mettendo in pericolo sé stessa e la sorella. Dopo essere stata ringiovanita dalla strega dei boschi, torna tra le braccia dell’uomo che non si è fatto scrupoli a gettarla giù da una finestra perché ambisce a salire tutti i gradini della scala sociale con un unico balzo. Si rifiuta di condividere il segreto del miracolo di cui ha beneficiato con la sorella, la persona con la quale aveva condiviso la sua intera esistenza fino a quel momento, e non esita a dirle una frottola pericolosa pur di allontanarla ed evitare di attirare sospetti sulla sua vera identità… La punizione per la sua bramosia è che l’effetto della magia sparisce e Dora perde tutto: la ritrovata bellezza, la possibilità godere dello status di regina, ma soprattutto Imma.
    Questa storia parla anche del rifiuto d’invecchiare, sono d’accordo. Ma penso che lo si possa considerare un discorso ad ampio raggio, non rivolto esclusivamente alle donne.
    Il re pervertito passa da un’orgia all’altra e si circonda di ninfette; la vista di un paio di rughe gli suscita una crisi isterica. La decadenza fisica lo terrorizza, ma visto che è una persona di potere può permettersi di distrarsi dal pensiero che un giorno anche lui morirà stordendosi di piaceri lascivi. Questo atteggiamento non vi ricorda quello di individui realmente esistiti o esistenti…?
    Quanto a Dora, per raggiungere il suo obiettivo non esita a farsi tagliare e cucire la pelle, non diversamente da chi, uomo o donna, oggigiorno ricorre alla chirurgia estetica perché abita ambienti in cui non è consentito dimostrare l’età che si possiede.
    – La principessa Viola è una ragazza davvero ingenua, le cui limitate esperienze la portano ad avere come massima aspirazione il diventare la moglie di un immaginario cavaliere modellato sui romanzi d’amore di cui è ghiotta, e come desiderio d’avventura più ardito il passare dal palazzo di famiglia a quello del futuro sposo.
    La sua iniziazione alla realtà avviene nel modo più brutale. Viola è costretta a imparare che è bene non investire affetto sulle persone sbagliate (il padre la cede a un orco pur di non doversi rimangiare la parola), che il tanto favoleggiato matrimonio può rivelarsi un incubo (suo marito è letteralmente un mostro), che degli innocenti possono ritrovarsi a pagare le tue scelte avventate (la famiglia di saltimbanchi che le ha dato una mano viene trucidata).
    Quando alla fine Viola riesce a sbarazzarsi del suo aguzzino usando l’astuzia (mostrarsi arrendevole era solo una recita per fargli abbassare la guardia!), arriva il momento della scelta. Potrebbe ancora puntare sui suoi sogni infantili di filarini idealizzati e viaggi in giro per l’esotico mondo; fuggire davanti all’evidenza di essere stata data via come fosse merce di scarso valore e permettere a gente che non si è mai curata di lei di strapparle ciò che è suo per diritto di nascita: la possibilità di regnare. Meglio di un inetto che ha trascurato famiglia e sudditi per starsene chiuso in camera sua a giocare con una pulce gigante, magari.
    Non considero il ritorno a casa di Viola un atto di sottomissione, anzi: lei mette immediatamente in chiaro di non essere più la ragazzina mansueta di un tempo; messaggio recepito a dovere dalla corte e dal re suo padre, che s’inginocchiano al suo cospetto sancendo così il passaggio di poteri. Viola può permettersi il lusso di perdonare e di salire al trono senza ulteriori spargimenti di sangue perché è sottinteso che il suo ruolo non sarà mai più messo in discussione.
    (FINE SPOILER)
    Concludo questo papiro con un’ultima osservazione: se è vero che le protagoniste principali finiscono col risultare essere le donne, a essere messi sotto spietata analisi sono anche gli uomini.
    Se Garrone si fosse concentrato su un’unica novella per due ore, forse avremmo avuto una caratterizzazione psicologica dei personaggi definibile come più completa secondo gli standard moderni, ma questo probabilmente avrebbe ucciso l’effetto «fiaba con morale».

  6. Mahee Ferlini

    6 giugno

    Brillante analisi,anche a me il film e’ sembrato fin troppo fedele ai racconti di Basile

  7. Skywalker

    6 giugno

    Ad ognuno il suo mestiere. La recensione de “Gli Spietati” è più a fuoco e sopratutto considera la poetica di Garrone, qui totalmente messa in secondo piano. Vi invito a leggerla. Uscite da certa autoreferenzialitá che appesantisce il tutto. Ho il terrore di leggere qui di Youth.

  8. PIXELRUST

    23 giugno

    A me sta benissimo quella che un altro commentatore chiama “una certa autoreferenzialità”.

    So dove andare a leggere critiche cinematografiche che privilegiano la poetica o la tecnica dei registi, o che analizzano il mezzo o la sua economia.

    Un film può venire letto e interpretato in tanti modi. Di solito Softrevolutionzine prende una posizione politica/sociale quando parla di arte, ed è per quello che vengo qui e ci ritorno, nonostante ste ragazze non vogliano darsi una calmata.

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