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La canzone del mese: Giovanna Cacciola, “Not...

La canzone del mese: Giovanna Cacciola, “Not a Second Time”

Un curriculum come quello di Giovanna Cacciola lo possono vantare in pochi. Vi basti pensare alla densissima discografia degli Uzeda, o al fatto che la sua è l’unica band italiana ad aver firmato un contratto con la prestigiosa etichetta Touch and Go di Chicago, nonché la prima ad aver registrato una Peel Session. Gli Uzeda sono una band di Catania, ma il loro impatto è stato registrato su scala mondiale, tanto da diventare un vero e proprio punto di riverimento tra gli ascoltatori di math rock e di noise.

Giovanna è la prima persona cui ho pensato, il giorno in cui l’idea per la cover del mese di Soft Revolution si è materializzata nella mia testa. Ammetto di aver aspettato un po’ a contattarla, perché ero bloccata da un certo timore reverenziale, causato dal mio status di fan sfegatata e una stima enorme nei suoi confronti. Alla fine, quanto ho trovato il coraggio per scriverle, Giovanna è si è rivelata adorabile e disponibilissima. La cover che ci ha regalato, tanto per cambiare, è splendida.

Non mancate di porgerle i vostri omaggi nel corso della primavera, quando gli Uzeda saranno in tour insieme agli Shellac.

Foto di Elisabetta Brian

Foto di Elisabetta Brian

Partiamo dagli inizi. Sei cresciuta in un ambiente “musicale” o sei arrivata a fare la musicista per vie traverse?

Sono cresciuta in un contesto assai semplice: nessun musicista nella mia famiglia d’origine. Mio padre, però, mi raccontava spesso di sua madre, che amava tantissimo cantare e che aveva una voce molto bella, tanto da avere avuto l’occasione di studiare gratis con un ottimo insegnante. Questa possibilità, però, le era stata negata dal volere paterno, che la preferiva lontana da teatri e simili “luoghi di perdizione”. I miei comunque amavano moltissimo l’opera. Mi portavano spesso a teatro. Così sono cresciuta tra Madama Butterfly e Turandot. La possibilità di fare musica è arrivata dopo aver incontrato Agostino Tittola, che era invece musicista dall’adolescenza. Grazie a questo incontro, importantissimo anche nel privato, la musica è diventata parte concreta della mia vita.

Dopo aver concordato questa intervista, mi sono trovata a leggere il bellissimo memoir di Kristin Hersh, Paradoxical Undressing. Uno dei elementi che mi sono rimasti più impressi è il modo in cui Kristin parla della propria voce, descrivendo l’atto di cantare come un’azione “esterna” da sé, quasi spersonalizzata e al servizio della musica.
(“My speaking voice is low, husky and quiet. The song’s voice is loud, strangled and wailing.”)
Nel leggere i passaggi dedicati al suo approccio canoro, mi sei più volte venuta in mente tu e l’enorme presenza spaziale della tua voce all’interno delle canzoni degli Uzeda. Tu come ti senti quando canti? Come senti mutare la tua voce rispetto al parlato quotidiano?

Kristin Hersh è stata una delle mie muse ispiratrici e ti ringrazio per avermi pensata quando hai letto il libro.
Per me è sempre sconvolgente ascoltare la mia voce registrata. La voce veicola i sentimenti e lo stato vitale; ti riconosci; anzi, ti riveli a te stessa, quasi avessi cercato di nasconderti, e invece sei lì, e lo sai benissimo. Non amo risentirmi spesso. Quando registriamo, riascolto poche volte quello che abbiamo fatto. Non so se muta rispetto al parlato… io sono una donna del sud e raramente sussurro quando ho qualcosa da dire. Tuttavia, quando canto, c’è da un lato una condizione estraniante e dall’altro mi sento totalmente dentro gli accadimenti. Spesso apro porte che non oserei mai aprire e imbocco strade che altrimenti non percorrerei.

Hai scelto di registrare una cover di Not a second time dei Beatles. Quando ti ho proposto il tema “Secondo” ti è venuta in mente subito come possibile opzione o ci sei arriva per gradi? Ti va di spiegarmi come è stata selezionata e perché?

Mi ha suggerito l’idea dello scorrere del tempo; le opportunità, le occasioni date e ricevute. Parlandone con un amico, mi ha suggerito questa canzone dei Beatles, che tra l’altro mi ritrovavo a canticchiare spesso tantissimo tempo fa. Mi è sembrata in qualche modo legata alla mia vita in senso lato, alle persone che ho conosciuto.

Di recente, mi è capitato di leggere online che prossimamente uscirà un nuovo disco degli Uzeda, a ben 9 anni di distanza dal precedente Stella. Mi puoi raccontare qualcosa sul nuovo materiale e su come è stato composto e registrato?

Purtroppo non sarà un’uscita a breve, ma stiamo lavorando per definire gli ultimi brani e potrebbe esserci un disco nuovo entro l’anno. Di sicuro nel 2015 uscirà il nuovo album di Bellini, l’altra band di cui faccio parte con Agostino [Tittola, ndr], Matthew Taylor e Alexis Fleisig.

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Quando mi capita di diventare amica di qualcuno, arriva sempre un momento in cui mi viene spontaneo consigliare – se non sono già noti – alcuni dischi che sono stati importanti per me. Potresti farmi i nomi di una manciata di album che ti hanno cambiata, che ritieni parte imprescindibile della tua storia di vita e che consiglieresti alle nostre lettrici?

Dovrei fare un elenco infinito perché ho ascoltato e ascolto tantissima musica. Mi è molto difficile indicarne qualcuno, perché la musica mi ha sempre cambiata, continuamente, così come la lettura, il cinema o il teatro. Below The Salt degli Steeleye Span, Blue di Joni Mitchell, Reflection dei Pentangle, ad esempio, sono stati fondamentali nei miei ascolti e nella mia vita quando ero una teenager. Poi son arrivate tantissime altre cose. Se devo consigliarne uno, magari spingerei ad ascoltare qualcosa che difficilmente oggi si ascolta, come Van Morrison. Astral Weeks è un disco che ascolto e riascolto da sempre perché per me è senza tempo.

Cosa stai ascoltando in questo periodo?
Samba e Bossanova. Adoro la musica brasiliana.


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