Quando ero piccola, io ci credevo davvero al fatto che Babbo Natale avesse una fabbrica di giocattoli tutta sua al Polo Nord.

Se desideravo qualcosa che avevo visto alla tivù lo chiedevo alla zia, perché Babbo Natale mica poteva entrare in un negozio e comprare giocattoli come chiunque altro! Nella letterina, invece, chiedevo solo cose che mi inventavo di sana pianta: Caro Babbo Natale, quest’anno penso di essere stata brava e quindi vorrei una sveglia con disegnato Topolino dentro, un romanzo d’amore per la mamma, una cravatta con tanti disegnini per il papà, una camicetta gialla e rossa con i bottoni verdi, un peluche a forma di elefante che suona la batteria e anche un tappeto volante come quello di Aladdin. Grazie.

Vi lascio immaginare la gioia di mia madre che quelle cose poi le andava effettivamente a cercare, santa donna. Tuttora racconta che il giocattolo inventato che ho desiderato più a lungo, con più convinzione, più ardentemente… era un introvabile mocio giocattolo per pulire i pavimenti. Non mi interessava una scopa, non mi interessava un aspirapolvere: volevo proprio un mocio (mi affascinava il meccanismo per strizzarlo, pare). Ma al tempo i moci giocattolo non esistevano e, insieme al robot Emilio, è rimasto uno dei sogni irrealizzati della mia infanzia.

Anni dopo la Vileda si sarebbe accorta di questa clamorosa lacuna nell’offerta e avrebbe provveduto a colmarla, ma purtroppo io ormai avevo tipo quattordici anni e quindi non ne ho potuto approfittare. Avevo però seguito con interesse la vicenda, perché all’inizio era stato messo in vendita un mocio giocattolo tutto rosa e fatto apposta per le bambine. Ad ogni modo, in seguito alle proteste sull’evidente matrice sessista di quel prodotto, era stato proposto un nuovo e più politically correct mocio gender-neutral, che aveva peraltro il vantaggio incidentale di rivolgersi anche ai bambini come possibili consumatori, senza per questo precludersi le bambine.

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A sinistra il mocio sessista, a destra quello gender-neutral

All’epoca non avevo ancora una coscienza femminista particolarmente sviluppata, e avevo pensato, senza arrivare a una conclusione precisa, che sì, effettivamente far giocare una bambina con un mocio è sessista, ma anche che quando ero bambina sarebbe stato esattamente quello che desideravo. Qualche anno più tardi, e superati i miei sentimenti per il mocio, forse posso provare a imbastire un ragionamento un po’ più complesso.

L’idea che quello che apprendiamo da bambini ci plasmi per sempre e faccia di noi gli adulti che siamo è uno dei capisaldi della psicologia: basti pensare all’importanza data all’esperienza infantile nel pensiero di Freud. La psicologia dello sviluppo, che è essenzialmente una disciplina determinista basata sullo stabilimento di rapporti chiari di causa-effetto, è diventata la disciplina di riferimento nel discorso corrente sui bambini, sui loro bisogni, sull’impatto che determinate pratiche hanno o non hanno su di loro, su quali siano, di conseguenza, i comportamenti da tenere per assicurare un “corretto sviluppo” del bambino.

Un più recente filone di studi critici sull’infanzia, però, ha messo in luce alcuni impliciti, debolezze e nodi problematici di questo modello. Un articolo di Berry Mayall (docente all’Università di Londra) dal titolo The Sociology of Childhood in Relation To Children’s Rights mostra che pensare ai bambini come ad “adulti non ancora formati” (secondo il modello che per definizione è quello della psicologia dello sviluppo) ha diverse implicazioni: anzitutto, un’opposizione sottintesa tra dei bambini instabili, irrazionali e inaffidabili, e degli adulti perfettamente consapevoli e padroni delle loro azioni; in secondo luogo, la spersonalizzazione dei bambini come “pre-persone”, che quindi non hanno titolo ad avere una voce propria ascoltata con serietà, ma devono delegare la propria rappresentanza a chi sa meglio di loro; terzo, l’esclusione dei bambini come agenti dal discorso sulla società e sullo spazio politico.

Non scrivo quest’articolo per fornire risposte che non ho, ma per porre domande. È evidente che la questione dei diritti dei bambini e della loro agency pone dei problemi speciali, che è estremamente delicata e che non va presa con la minima leggerezza. Ma è chiaro anche che il modello più tradizionale della psicologia dello sviluppo andrebbe aggiustato e, in qualche modo ed entro certi limiti, ripensato in senso più democratico.

Per restare all’interno del nostro esempio dei giocattoli sessisti (che è occidentale e piuttosto disimpegnato e marginale rispetto ad altri problemi posti da uno studio critico dei diritti dei bambini), il fatto che a Natale vengano proposti cataloghi con regali stereotipati per bambini e bambine non fa di per sé più schifo del fatto che a San Valentino la Feltrinelli proponga libri “per lui” e “per lei”, ma ci scandalizza di più perché pensiamo che gli adulti abbiano gli strumenti per difendersi e i bambini no.

Siamo sicure, come femministe, che la risposta migliore a questo problema sia la censura? Non possiamo forse dare più fiducia ai bambini e pensare che una bambina che gioca con un giocattolo sessista sia semplicemente una persona che sta sperimentando, e che un giorno potrà, proprio per questo, rifiutare una cosa che non le piace con cognizione di causa?

Uno dei problemi centrali dei modelli deterministici di causa-effetto è che non tengono conto di tutti i fattori che possono intervenire a complicarli. Il passo dei Promessi sposi costantemente citato per mostrare come i giocattoli influenzino quello che diventeremo l’abbiamo letto tutti, al liceo:

Bambole vestite da monaca furono i primi balocchi che le si diedero in mano; poi santini che rappresentavan monache; e que’ regali eran sempre accompagnati con gran raccomandazioni di tenerli ben di conto; come cosa preziosa, e con quell’interrogare affermativo: “bello eh?”.

Ma troppo spesso, nel discorso corrente e semplificante, ci dimentichiamo del seguito della storia:

Sarebbe forse camminata così fino alla fine, se Gertrude fosse stata la sola ragazza in quel monastero. Ma, tra le sue compagne d’educazione, ce n’erano alcune che sapevano d’esser destinate al matrimonio.

Gertrudina, nudrita nelle idee della sua superiorità, parlava magnificamente de’ suoi destini futuri di badessa, di principessa del monastero, voleva a ogni conto esser per le altre un soggetto d’invidia; e vedeva con maraviglia e con dispetto, che alcune di quelle non ne sentivano punto.

All’immagini maestose, ma circoscritte e fredde, che può somministrare il primato in un monastero, contrapponevan esse le immagini varie e luccicanti, di nozze, di pranzi, di conversazioni, di festini, come dicevano allora, di villeggiature, di vestiti, di carrozze. Queste immagini cagionarono nel cervello di Gertrude quel movimento, quel brulichìo che produrrebbe un gran paniere di fiori appena colti, messo davanti a un alveare.

I parenti e l’educatrici avevan coltivata e accresciuta in lei la vanità naturale, per farle piacere il chiostro; ma quando questa passione fu stuzzicata da idee tanto più omogenee ad essa, si gettò su quelle, con un ardore ben più vivo e più spontaneo.

Finché gli stimoli a cui una persona è esposta sono molteplici, e finché le è data la possibilità di soppesarli, perché non dovremmo avere fiducia nella sua capacità di rielaborarli in maniera creativa, e di cambiare idea nel corso del tempo? I giocattoli sono strumenti, e anche quelli più sessisti possono essere tanto amati quanto accantonati con disinteresse, per non parlare della possibilità di usarli in maniera non convenzionale. A me da bambina piaceva un sacco giocare con i trucchi, e la mia cosa preferita, le rare volte in cui mi veniva concessa, era usarli sui maschi.