È vero che essere donna ti farà guadagnare meno, in Italia? La discriminazione salariale di genere esiste? Per non fermarsi alle chiacchiere da bar, la cosa migliore è andare a vedere i dati.

Innanzitutto, bisogna sapere che l’Eurostat pubblica per tutti i paesi europei una misura della differenza “cruda” tra i salari maschili e quelli femminili. “Cruda” significa che prendono semplicemente la media di tutti i salari degli uomini di un determinato paese, e la confrontano con la media di tutti i salari delle donne dello stesso paese. A vedere questo dato, l’Italia non se la passa male:

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Si trova infatti ben al di sotto della media europea. Ma come, l’Italia meglio della Svezia? Come abbiamo detto, questa misura è “cruda”: bisogna “cucinarla” prima di poterne trarre qualche conclusione.

Per chiarire questo punto, facciamo finta che in un’economia ci siano solo 4 persone: due uomini e due donne. Nel paese A, che chiameremo Svervegia, una donna e un uomo fanno gli amministratori d’azienda, mentre gli altri due (donna e uomo) fanno gli impiegati. Le donne, lì, guadagnano un po’ meno degli uomini che fanno lo stesso lavoro. Se confrontiamo il salario medio degli uomini a quello delle donne, ci accorgeremo della differenza. Bene.

Nel paese B (che non chiameremo, dato che non mi viene in mente nessun nome contraffatto) la situazione è invece questa: ci sono un uomo e una donna che fanno gli amministratori, come in Svervegia, ma qui la donna prende molto meno. L’altro uomo fa l’operaio, ma l’altra donna, qui, invece, non lavora, perché guadagnerebbe troppo poco. Quindi, se prendiamo il salario medio delle donne di questo paese sarà piuttosto alto – coinciderà con quello della manager – mentre il salario medio maschile sarà una via di mezzo tra il manager e l’impiegato. Questa via di mezzo potrebbe addirittura essere più bassa dello stipendio dell’amministratrice.

Ed è proprio per questo meccanismo che l’Italia è così ben posizionata in questa classifica. Se la prospettiva di ottenere un buon salario (o addirittura un lavoro) è particolarmente scarso, le donne potrebbero semplicemente non entrare nel mondo del lavoro. Se guardiamo infatti un’altra classifica, quella dell’occupazione femminile versus quella maschile, la situazione non è più così simpatica:

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Il grafico mostra la percentuale di persone tra i 20 e i 64 anni che lavorano, divisi per genere. Come si può vedere per l’Italia, la differenza tra uomini e donne è molto marcata: tra l’altro, meno di una donna su due lavora.

Perché in Italia lavorano così poche donne? Ci sono diverse possibili spiegazioni, oltre agli stipendi troppo bassi, tra i quali norme culturali e sociali, scarsa tutela della maternità (e della paternità), pressioni familiari, poche prospettive di avanzamento di carriera, discriminazione da parte di datori di lavoro e colleghi. Senza dimenticare la cronica auto-discriminazione femminile.

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Illustrazione di Norma Nardi

Come fare allora a capire se effettivamente le donne guadagnano meno degli uomini? L’ideale sarebbe prendere due persone per quanto più possibile simili: stesso lavoro, stessa educazione, stessa esperienza lavorativa – l’unica differenza dovrebbe essere il genere. La statistica ci aiuta in questo, e con determinate tecniche di elaborazione dati è possibile “isolare” individui il più possibile simili, e stimare la loro differenza di stipendio in base al genere.

Facendo questo esercizio, diversi studi hanno provato a dare una stima di questo divario salariale, che in ogni caso è maggiore di quello “crudo”. Per quanto riguarda gli inizi degli anni 2000, la stima media minima è del 16% [Olivetti e Petrongolo (2008), Pissarides et al. (2005), Isfol (2005)]. Più recentemente, Zizza (2013) studia gli anni tra il 1995 e il 2008 usando i dati dell’Indagine sui Bilanci delle Famiglie Italiane raccolti dalla Banca d’Italia ogni due anni. E certo non si tratta di fare calcoli su quattro persone come nel nostro precedente esempio, bensì su 6.000. I risultati non sono molto confortanti: il differenziale retributivo, anziché chiudersi nel corso del tempo, si è allargato. La sua analisi, infatti, trova un differenziale del 10% per la fine degli anni ’90 (un po’ inferiore agli altri studi), arrivando intorno al 13% per il decennio successivo.

C’è anche da dire che questo divario cambia a seconda del settore, con gli impiegati del settore pubblico e gli operai tra coloro che ne risentono meno, grazie alla più stretta regolamentazione degli stipendi. Difatti, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, sono i lavori più qualificati quelli più a rischio discriminazione: in un certo senso, si potrebbe dire che il problema non è tanto che le donne vengano pagate di meno, ma che gli uomini vengano premiati di più. Questo aspetto non è, però, peculiare all’Italia, ma è diffuso in molti paesi europei.

Per analizzare questo aspetto, Zizza (2010) prende altri dati, questa volta ISTAT, riguardanti 82.000 lavoratori. Quello che trova è che, sì, gli uomini tendono a ricevere più bonus rispetto alle donne (la probabilità di riceverli è tra il 6 e il 9% in più), ma che questo aspetto non incide molto sul divario salariale.

L’ipotesi più plausibile è invece quella secondo cui le donne avrebbero una mobilità lavorativa più scarsa e, se cambiano lavoro, sarebbero più degli uomini guidate da considerazioni di flessibilità di orari lavorativi e distanza da casa, piuttosto che dal denaro. Questo per accomodare la vita lavorativa a quella familiare, ancora più a carico delle donne che degli uomini. Inoltre, la maternità, oltre ad essere in molti casi la causa di fine carriera, costituisce un’interruzione di accumulazione di esperienza lavorativa, e un motivo che frena i datori di lavoro a promuovere le donne.

Cosa sta succedendo in questi ultimi anni? Qual è la tendenza per l’Italia? Diamo un’occhiata al “crudo” divario di genere negli ultimi anni, comparato alla media europea:

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Come abbiamo visto, questo dato di per sé potrebbe avere due implicazioni: una negativa, e ciò significherebbe semplicemente che il divario di genere si sta allargando; e una positiva, che vorrebbe dire che più donne stanno entrando nel mondo del lavoro, abbassando il salario medio femminile. (Ricordate il nostro esempio di prima.)

Per avere un’idea approssimativa di ciò che sta succedendo, andiamo allora a vedere i tassi di occupazione per genere:

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Il quadro non sembrerebbe molto confortante. A parte il chiaro declino dell’occupazione maschile a partire dalla crisi del 2008, si può notare che l’occupazione femminile non è per nulla migliorata negli ultimi anni. Ma fermarsi qui non basta. L’aumento del divario potrebbe essere dovuto a una diversa composizione della forza lavoro.

Per quanto riguarda il genere femminile, dal Rapporto annuale ISTAT 2014:

Per il totale delle donne di 15-49 anni, tra il 2008 e il 2013, al calo delle professioni qualificate e operaie (rispettivamente -4,7 e -2,9 punti percentuali […] ) si affianca l’aumento delle professioni esecutive nel commercio e servizi e di quelle non qualificate (+5,6 e +2,0 punti percentuali […] ). Nei settori di attività la diminuzione più forte si registra nell’industria in senso stretto (-1,9 punti percentuali) e nei servizi generali della Pubblica amministrazione e istruzione e sanità (all’incirca 1 punto percentuale in ciascun comparto), a fronte dell’incremento nei servizi alle famiglie (+2,6 punti percentuali), in particolare tra le donne meno istruite.

C’è da dire anche che molte donne, specialmente nel Meridione, sono state spinte ad entrare nel mondo del lavoro proprio per sopperire allo stipendio del compagno licenziato o cassaintegrato, quindi senza tanto badare alla qualità dell’impiego.

Ma allora, questo crescente divario potrebbe anche essere spiegato dall’uscita degli uomini col reddito più basso dal mercato del lavoro. Sempre dal Rapporto annuale ISTAT 2014:

La generale contrazione dell’occupazione nel periodo 2008-2013 ([..] -4,2 per cento) interessa fortemente i meno istruiti, tanto che gli occupati con titolo di studio basso diminuiscono del 12,9 per cento […].

Nella nostra economia di 4 persone, è un po’ come se l’impiegato fosse stato licenziato, e la donna che non lavorava avesse trovato lavoro come commessa. Questo porta a una diminuzione del salario medio femminile, e a un’aumento di quello maschile, senza significare necessariamente un peggioramento della discriminazione.

C’è però anche da dire che, a fronte di un livello di istruzione maggiore rispetto agli uomini, nel 2013 la sovraistruzione (che significa avere più istruzione di quella richiesta dal posto di lavoro) era più elevata per le donne: 25,3% contro il 21,2% degli uomini.

Un altro indicatore di diseguaglianza è la probabilità di un lavoro autonomo piuttosto che dipendente: le donne, a parità di educazione, esperienza lavorativa e lavoro dei genitori, hanno tra il 6 e l’8% di probabilità in più di essere lavoratrici dipendenti [Zizza (2010)].

E quindi? Quindi, è difficile dire che direzione stiamo prendendo, ma il grande problema dell’Italia sembra essere più l’assenza delle donne nel mercato del lavoro, piuttosto che la diseguaglianza salariale. Anche se presente, infatti, il cosiddetto “gender gap” non si discosta di molto dalla media dei paesi europei, anche quelli più avanzati [vedi Arulampalam et al. (2007)]. Fermo restando che questo “gap” non dovrebbe neanche esistere.

In conclusione, non si può dire che le donne non si stiano dando da fare, studiando più degli uomini, supportando la famiglia in molti modi, entrando anche nel mercato del lavoro per integrare lo stipendio familiare. Questo fa presagire un imminente miglioramento, e in più si spera che le nuove generazioni stiano uscendo dai ruoli tradizionali di genere, riequilibrando i compiti domestici.

Ma finché la maternità rimarrà a carico delle donne, e finché gli uomini saranno impossibilitati a restare a casa in paternità, ci si può aspettare che un datore di lavoro preferisca assumere un uomo, dato che è improbabile che interrompa il suo lavoro per la nascita di un figlio. En passant, questo implica anche che, quando si decide di andare a vivere in maniera autonoma (tipicamente in coppia), si preferisca investire sul lavoro dell’uomo, mentre le donne tendano ad accettare lavori inferiori.

 

Fonti:

Arulampalam, W., Booth, A. L., & Bryan, M. L. (2007). Is there a glass ceiling over Europe? Exploring the gender pay gap across the wage distribution. Industrial & Labor Relations Review60(2), 163-186.

Isfol (2005). Esiste un differenziale retributivo di genere in Italia?. Roma.

Petrongolo, B., & Olivetti, C. (2006). Unequal pay or unequal employment? A cross-country analysis of gender gaps.

Pissarides, C., Garibaldi, P., Olivetti, C., Petrongolo, B., & Wasmer, E. (2005).Women in the labor force: How well is Europe doing? (pp. 9-120). Oxford University Press.

Zizza, R. (2013). The gender wage gap in Italy. Bank of Italy Occasional Paper, (172).