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Geeshie, sulle tracce del più intricato mistero del blues

Last Kind Words è una canzone lenta e affaticata, sudata. Ad ascoltarla sale la febbre. Blues primitivo e umido, canti di lavoro, pelle scura e abiti chiari, fatalismo e fantasmi. Soprattutto fantasmi.

What you do to me baby it never gets outta me
I may not see you after I cross the deep blue sea

La conobbi grazie a due miei amici, Andrea e Eugenia, nell’estate del 2014.
Scoprii solo mesi dopo che dietro quelle strofe si celava uno dei più intricati enigmi del blues: Geeshie Wiley, donna di cui si sa poco o nulla, il cui nome stesso resta ambiguo.

C’è chi la chiama Geeshie, chi Geechie, ma entrambe le versioni fanno riferimento a un soprannome, comune soprattutto nella zona costiera del South Carolina e della Georgia, usato per identificare gli schiavi africani appartenenti al gruppo etnico dei gullah. Anche la sua provenienza è avvolta nel mistero: sicuramente è vissuta nei primi decenni del Novecento, sicuramente nei primi anni Trenta ha registrato la sua voce in uno studio del Wiscounsin, la Paramount Company di Grafton, specializzato in race record – dischi registrati da persone di colore perché fossero ascoltati da altre persone di colore. Si faceva accompagnare alla chitarra da tale Elvie Thomas, un altro fantasma – il cui vero volto è resuscitato solo nell’aprile 2014, grazie alle ricerche svolte con grande pazienza e tenacia dal giornalista John Jeremiah Sullivan, raccolte dal New York Times nel bellissimo articolo intitolato The Ballad of Geeshie and Elvie.

Ma da dove arrivava? Il soprannome Geechie porta in direzione della costa est degli Stati Uniti, così come il racconto del bassista Herbert Wiley, il quale sosteneva – ma la fonte è incerta – che fosse una cugina di suo padre, e che la sua famiglia provenisse da una fattoria del South Carolina. C’è chi dice avesse sangue Cherokee, chi ancora dice provenisse dal Messico. Le ricerche di Sullivan portano da tutt’altra parte: in Texas. Portano anche a tutt’altro nome: Lilli Mae Scott.

geechiewiley

Geechie secondo Ester Rossi

Provo a farvela conoscere attraverso le scarne notizie che ho raccolto su di lei, attraverso i testi delle uniche due canzoni che si sono salvate dalle intemperie del tempo – Last Kind Words e Skinny Legs Blues. Tento questo esperimento perché in italiano non ho trovato un solo intervento in tutta la rete che le sia dedicato. Perché, come dice il mio amico Andrea, «bisogna smacchiare i gabbiani dal petrolio», contribuire a far apprezzare il blues nella sua essenza radicale. Perché la persona che si legge tra le righe di quelle canzoni è dura ma vale la pena farci amicizia.

I dati certi a disposizione sono pochi, provengono più che altro dalla lunga ricostruzione di Sullivan. Da lui impariamo innanzitutto chi fosse Elvie Thomas: il suo vero nome era L.V. Grant, nata nell’agosto del 1891 a Houston. Imparò a suonare la chitarra a undici anni, più o meno quando abbandonò la scuola. I suoi insegnanti erano i ragazzi del vicinato, ma qualche influenza deve averla avuto anche il nuovo marito delle madre – che conosceva soprattutto il mandolino, ma non disprezzava banjo e chitarra. A diciassette anni Elvie cominciò a esibirsi nelle feste di campagna, le cosiddette country suppers. Il cognome Thomas sembra sia arrivato dopo, passato attraverso un breve matrimonio di cui si hanno poche notizie. L’incontro con Lilli Mae – anche lei di Houston, sposata ad un ferramenta – coincise con la decisione di costituire un insolito duo femminile, per accompagnarsi a vicenda.

Elvie Thomas – L. V. Thomas

Quando nel 1930 vennero invitate alla Paramount da Mr. Laibly – sorta di talent scout che girava le province in cerca di voci – vollero registrare una traccia a testa. Lavorarono per quattro pomeriggi, vennero pagate, e non seppero mai più nulla di quel disco. L.V. aveva trentotto anni all’epoca, Lilli Mae era più giovane, ne aveva solo ventuno. Il sodalizio non durò molto, pare che l’ultimo tour assieme risalga al 1933.

Nel 1937 L.V. divenne membro della chiesa battista di Acres Homes e non ne volle più sapere della sua precedente vita da musicista. «Tutte quelle cose se ne sono andate dalla mia testa e non voglio riportarle indietro», così raccontava a Robert McCormick – celebre musicologo ed esperto di folklore americano che ebbe l’occasione di intervistarla nei primi anni Sessanta.

Continuò a cantare ma solo in chiesa, o a casa lavando i piatti. Non ebbe figli, anche se per molto tempo ospitò presso di sé i nipoti. Visse in modo spartano, senza acqua corrente, eccentrica e solitaria, vestendo abiti maschili, nascondendo una vecchia pistola sotto il grembiule, rollando da sé le proprie sigarette, fumando di tanto in tanto la pipa, conservando i risparmi sotto le assi della rimessa. Cacciando gli opossum e spaccando da sola la legna.

Che fine fece Lilli Mae / Geeshie? Questa domanda è destinata a non trovare risposta, anche se proprio attraverso una nipote di L.V. – Gwen – la ricerca di Sullivan è riuscita ad aprire uno spiraglio decisivo per osservare e capire questa figura tanto affascinante quanto misteriosa, l’ironia consapevole dei suoi testi.

In Last Kind Words si incontra una madre che, prima di morire, chiede alla figlia – per favore – di non essere così selvaggia. In Skinny Legs Blues le piccole gambette secche sono orgogliose di ciò che si trova in mezzo alle nobili cosce che sorreggono, qualcosa che “lavora come un occhio di bo’hog”

La metafora sessuale è esplicita, tuttavia si comprende pienamente solo dopo aver preso confidenza con il gergo tipico del vecchio blues, legato alla cultura tradizionale afroamericana. Attraverso l’immagine dell’occhio – simbolo universale dei genitali femminili – cambia genere un simbolo di virilità maschile, la radice afrodisiaca diffusa in Georgia e North Carolina con il nome di Bo’hog – ritenuta magica in Europa fin dal Medioevo, conosciuta in Italia banalmente come sedano di monte.

I’m gonna cut your throat, baby, look down in your face
I’m gonna let some lonesome graveyard be your resting place.

Così si chiude la canzone, con una minaccia violenta. Così si arriva allo spiraglio aperto da Gwen, che lascia intendere come la zia fosse lesbica: «Si era esiliata dalla nostra vita, a causa del suo stile di vita. Si vestiva come un uomo, devo aggiungere altro?». Si scopre così che nel 1920 L.V. lavorava in un oleificio e abitava con una donna di nome Sarah Goodman Chepus, dichiarata cugina sebbene proveniente da un’altra parte del Texas, sebbene non si abbiano traccia di documenti anagrafici con cognomi in comune. Si scopre che nel 1940 ancora lei e Sarah abitavano assieme. Nel mezzo? Quel breve matrimonio di cui si sa solo come andò a finire, con lui che abbandonò L.V.
Così si arriva al certificato di morte trovato da Caitlin Love Rose, studentessa che aiutò Sullivan nelle ricerche, dopo aver lavorato come assistente di McCormick: il marito di Lilli Mae – Thornton Wiley – morì giovane. Era il 1931, poco tempo dopo la registrazione in Wiscounsin. Morì ucciso, accoltellato tra il collo e la clavicola. Racconta suo fratello, ascoltato come testimone nelle indagini, che in quella giornata erano usciti da Houston, si trovavano in una fattoria nella contea di Fort Bend. Probabilmente lui e la moglie si erano separati, perché il suo nome in quel posto risulta registrato da solo. La ferita mortale, si apprende dal documento, venne inflitta da Lilli Mae Scott. Così si arriva a Motherless Child Blues, canzone cantata da L.V. con l’armonizzazione di Lilli Mae. Antony Heilbut, storico della musica e produttore di gospel, afferma che nei tardi anni Venti qualsiasi persona di colore avesse ascoltato quella canzone avrebbe riconosciuto il fatto che fosse cantata da una persona butch, un “maschiaccio”, perché non venne cambiato il genere delle strofe. Gambling for Sadie, she was my lady Cosa successe dopo? Non si sa. Voci parlano di Geeshie in Oklahoma, a lavorare nei campi.


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