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La canzone del mese: Fuzzy Colors, “Frozen”

Valentina Ziliani (aka Fuzzy Colors) mi si è rivelata qualche mese fa, tra le corsie di un supermercato bergamasco. L’ho scorta all’altezza delle casse.
Pochi secondi di compresenza sono stati sufficienti a farmi pensare: “Quella ragazza sembra una bulla. Voglio diventare sua amica.”
Vi basti sapere questo.

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Partiamo dagli inizi. Sei cresciuta in un ambiente “musicale” o sei arrivata a fare la musicista per vie traverse?

Essere chiamata “musicista” mi suona stranissimo, sai? È un termine piuttosto sacro che applicato a me diventa irrimediabilmente profano. Non “faccio” la musicista, mi limito a giochicchiare un po’ con la musica, mi diverto.
Ho avuto la fortuna di nascere da due genitori molto appassionati di musica: in casa o durante i viaggi delle vacanze estive (non so come mai ma collego i miei genitori a quest’immagine) si ascoltavano sempre molti dischi. Mio padre più sulla musica classica e jazz, mamma più sul rock-pop-soul. Entrambi mi hanno fatto conoscere e amare Sade, Lucio Battisti, Otis Redding, Mina, Nick Drake, Joni Mitchell, Neil Young, David Bowie. Proprio l’ultimo è l’artista preferito di mamma. Sempre con mamma si sono sempre fatte grandi cantate: lei ha una voce bellissima e adoro farle le armonizzazioni ad orecchio.
Posso proprio dire che fare musica è per me la cosa più naturale che esista.

Quali sono i tuoi progetti per Fuzzy Colors? Hai del materiale in uscita?

Di materiale ce n’è, eccome – ma è tutto molto allo stato grezzo. Ho sempre buttato giù nel corso degli anni delle idee con chitarra e voce ma un misto di timidezza, imbarazzo e mancanza di costanza mi ha impedito di approfondire il discorso. Ci vuole davvero dedizione e tempo (insieme a una buona dose di sicurezza) per mettersi lì ad ascoltare, scremare, dare un seguito alle tracce.
Non so cosa ci sarà in futuro, ma una cosa è più che certa: ora percepisco una certa urgenza espressiva. E insieme a Giovanni (altra metà dei Fuzzy Colors) c’è un’intesa spontanea e totale, non riesco a pensare ad un’altra persona con cui sviluppare delle idee. Staremo a vedere, alcuni pezzi a cui abbiamo lavorato in questi mesi hanno già una struttura che funziona. Forse è davvero arrivato il momento di fissarli e registrarne un paio.

Hai scelto di registrare una cover di Frozen di Madonna. Quando ti ho proposto il tema “Blu” ti è venuta in mente subito come possibile opzione o ci sei arriva per gradi? Ti va di spiegarmi come è stata selezionata e perché?

Ogni tanto mi capita di mettermi, per divertimento, a cantare e rimaneggiare alcune hit super-pop come Torn di Natalie Imbruglia (in chiave ambient) o Crazy in Love di Beyoncé (in versione folk). Sono pezzi super-conosciuti che mi colpiscono molto per la struttura, la composizione e il ritornello. Lo confesso, sono una grande appassionata di musica pop e di quelle canzoni immortali che riescono a suscitare sempre grande entusiasmo se inserite in un playlist di una festa – o almeno, delle feste che sogno di fare.

Frozen è una di quelle. Ne avevo registrata un abbozzo qualche mese fa per poi metterlo in un cassetto. Quando mi hai proposto il tema “Blu” ho subito pensato di svilupparla. Mi ha sempre affascinato sia la sua atmosfera mistica che la produzione (un lavoro certosino di William Orbit che conduce Madonna in splendidi territori trip-hop), ma soprattutto mi è rimasto impresso il bellissimo video firmato da Chris Cunnigham, tutto giocato sui toni del blu e ambientato nel deserto del Mojave. Queste immagini hanno influenzato la direzione dell’arrangiamento e soprattutto della coda strumentale, che vira pesantemente verso i Cocteau Twins. Così Giovanni ed io abbiamo deciso di registrarla; il nostro William Orbit è stato Federico “Koodoo” Laini che ha tirato fuori dal cappello suoni magnifici.

Quando mi capita di diventare amica di qualcuno, arriva sempre un momento in cui mi viene spontaneo consigliare – se non sono già noti – alcuni dischi che sono stati importanti per me. Potresti farmi i nomi di una manciata di dischi che ti hanno cambiata, che ritieni parte imprescindibile della tua storia di vita e che consiglieresti ad una nuova amica?

Ouch! Domandone temibile che divido in due. Questi i dischi per me sacri: Pet Sounds dei Beach Boys (il pop nella sua espressione più alta), Blue di Joni Mitchell (ogni donna dovrebbe ascoltarlo); Low di David Bowie (grazie mamma), Amnesiac dei Radiohead (ricordo ancora il senso di smarrimento e di calore dopo il primo ascolto) e Teen Dream dei Beach House (non so neanche più che aggettivi usare per descrivere il mio amore per Victoria Legrand).
Ad una nuova amica consiglierei invece questi cinque: The Whitey on the Moon dei Department of Eagles, Moon Pix di Cat Power (il suo migliore), Chega de Saudade di João Gilberto (la scioglievolezza in musica), il primo, omonimo, degli Akron/Family e L’incroyable vérité di Sebastien Tellier. Sono dischi che amo profondamente, miei riferimenti costanti.

Cosa stai ascoltando di bello in questo periodo?

Ultimamente sono innamorata di due playlist: una di Spotify con le migliori hit pop degli anni ’80, l’altra che mi ha passato Giovanni con canzoni di gruppi femminili anni ’60 (produzioni spectoriane che ci fanno perdere la testa); tra i dischi ascoltati di recente e per cui sono entrata in fissa c’è quello di Jessica Pratt (On Your Own Love Again), uno di Cass McCombs (Catacombs) e l’ultimo di Sufjan Stevens, che è di una bellezza sconvolgente. E i Verdena, certo. Loro non mancano mai.


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