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Famiglie numerose e sessismo

di Cecilia Boschini

In una famiglia numerosa, le questioni di genere sono solo uno dei problemi con cui ci si scontra quotidianamente. A casa mia siamo quattro sorelle e un fratello: componiamo un caotico ma armonico nucleo familiare che riesce ad andare avanti grazie al nostro costante impegno e al legame affettivo che ci unisce.

L’essere un gruppo a maggioranza femminile ci espone in continuazione a commenti misogini solitamente diretti a mio padre: “Quattro figlie e un solo maschio? Che sfortuna, come fai a stare in casa? Deve essere un incubo!”, “Come fate quando hanno tutte il ciclo?” o “Per fortuna abitate vicino ai vostri cugini (maschi)!” L’alternativa è il classico stereotipo, invariabilmente indirizzato a mia madre: “Avrai un sacco di aiuto in casa!”

Non ci ho mai fatto caso, soprattutto perché le ho sempre ritenute frasi scherzose: si potrebbero rivolgere domande analoghe a una mamma con quattro figli e una sola figlia; anche in quel caso la convivenza avrebbe lati negativi.

Col passare degli anni però hanno iniziato ad infastidirmi. Ovviamente riesco a distinguere quando queste osservazioni sono bonariamente ironiche e ammetto che la frequenza con cui si discute di assorbenti a pranzo da noi sia esilarante. Il problema è che qualche volta chi fa tali affermazioni le pensa davvero.

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Illustrazione di Eleonora Bovo

 

Un sonnacchioso sabato sera mi trovavo con un gruppo di conoscenti a chiacchierare. Ad un certo punto il discorso è caduto su mio fratello e sulla sua timidezza.

“Ah beh, con quattro sorelle come vuoi che sia cresciuto”, esordisce uno.

Non colgo il nesso logico, ma mi inquieta la serietà del tono.

“Secondo me è terribile crescere con così tante sorelle” dice pensosa una ragazza.

Un terzo, spaventato: “Deve essere un incubo, ogni settimana ce ne sarà una col ciclo”.

Inizio ad essere infastidita.

“Pensa, non avrà mai potuto fare discorsi seri; di cosa mai si può parlare con così tante sorelle?”

Ancora il primo ragazzo, trionfante: “È per quello che da piccolo era così taciturno!”

A quel punto mi sono innervosita e sono sbottata dicendo: “Qualcuno di voi ha sorelle?” “No” “E allora cosa ne sapete?”. Ho sdrammatizzato con una battuta e ho cambiato argomento.

Fortunatamente, poco dopo ho potuto abbandonare la compagnia e tornarmene a casa. Una rabbia impotente mi stringeva lo stomaco in una morsa feroce: non avevo saputo controbattere in modo intelligente, e quelle affermazioni mi avevano fatta quasi sentire colpa per la timidezza di mio fratello.

Questo episodio mi ha spinta a meditare a lungo sulla percezione che hanno gli estranei della nostra famiglia.

Storicamente, la nascita di una figlia non è mai stata motivo di gioia. Per esempio, in Cina, subito dopo il parto, mentre i figli maschi venivano simbolicamente adagiati su un letto, le neonate venivano lasciate in terra, perché si abituassero sin dall’infanzia al loro ruolo subalterno. La loro unica utilità sarebbe stata l’alleanza che il loro matrimonio avrebbe suggellato [*].

In generale infatti, nelle società patriarcali a discendenza patrilineare (dove il nome della famiglia si trasmette di padre in figlio) la figlia non porta onore alla famiglia di provenienza, ma a quella del marito e solo nel caso in cui gli generi un erede maschio. Per il resto, essendo più debole dell’uomo sia di mente che di corpo, non è di nessun aiuto se non nella gestione della casa. Per quanto riguarda l’educazione della prole, in molte società si lasciava che la madre educasse le figlie, mentre i figli venivano da lei separati nei primi anni di vita (si pensi all’educazione spartana per esempio) per “farne dei veri uomini”.

Alla luce della mia esperienza, direi che molte di queste convinzioni rimangono anche oggi, nonostante alcune stiano forse perdendo vigore. Nessuna delle osservazioni sessiste con cui mi sono scontrata è da sottovalutare, ma quella che mi ha colpito di più non era diretta solo a me, ma anche a mio fratello. Ovviamente non voglio minimizzare l’importanza delle altre (che sono inquietanti in quanto dimostrano che c’è ancora moltissima strada da fare perché le donne ottengano considerazione e rispetto) ma, nonostante mi senta pronta ad affrontare i classici stereotipi misogini, mi sono trovata disarmata nel momento in cui le osservazioni sessiste hanno colpito un ragazzo.

Ho realizzato infatti che è abbastanza comune che si adducano i difetti del carattere di un uomo all’ambiente femminile che lo circonda: alla madre in primis, ma anche alle numerose sorelle e alla mancanza di un fratello. In particolare, ogni “debolezza” maschile viene ferocemente condannata, sottoponendo il soggetto in questione a una discriminazione molto simile a quella subita dalle donne per forzarlo a rientrare nei canoni prestabiliti.

Ne traspare la paura che il femminino possa intaccare la mascolinità di un uomo, instillandogli difetti e debolezze non sue. Come se la femminilità fosse una malattia infettiva e ogni aspetto che differenzia un uomo dal modello del maschio dominante non fosse parte di lui, ma una caratteristica indotta dall’esterno.

Se questa che vi ho raccontato fosse una favola come quelle di Esopo, a questo punto ci sarebbe da analizzare quale insegnamento ci vuole trasmettere il racconto. Ecco, io credo che ciò che la mia esperienza evidenzia sia che la discriminazione di genere non è un problema solo del genere discriminato, ma si riflette sull’umanità nella sua interezza. Ogni uomo che si discosti dallo stereotipo del maschio alfa ne diventa una possibile vittima per colpa di tratti del carattere che vengono classificati come “debolezze femminili”.

Il disprezzo di caratteristiche considerate femminili, come la timidezza, l’empatia, la gentilezza, si è rivelato una gabbia per tutti e per uscirne ognuno deve liberarsi degli stereotipi di genere e percorrere la strada fatta di consapevolezza e accettazione di sé che il femminismo ha indicato.

Le donne sono già partite, ma gli uomini dove sono?

 

* Figlie della Cina, Bamboo Hirst, Edizioni Piemme, 2002.


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  1. DaRko

    20 febbraio

    Articolo molto interessante (e bellissima illustrazione)!

  2. Paolo

    20 febbraio

    io sono figlio unico e sono taciturno e timido lo stesso.
    La timidezza e la gentilezza possono essere sia maschili sia femminili così come la spigliatezza e l’arroganza.
    E’ anche vero che genitori iper-protettivi o troppo permissivi possono tirare su figli deboli nel senso peggiore del termine, ma vale per i maschi come per le femmine

  3. Paolo

    20 febbraio

    per meglio dire: la forza, l’aggressività così come il loro contrario può appartenere sia al maschile sia al femminile

  4. Sabri

    21 febbraio

    Nella famiglia di mio padre, 9 figli, 6 maschi e tre femmine, il ‘pater familias’ ha fatto un disastro imponendo, tra le altre delizie di un’educazione spaventosamente sessista, alle donne la rinuncia agli studi, anche se erano ben più dotate dei fratelli.
    Facendo un rapido e brutale riassunto, solo due maschi e una femmina (che però era adolescente quando il padre è morto) si sono poi realizzati serenamente, per il resto annoveriamo:
    -femmina1, depressione grave
    -femmina2, sposata ad un alcolizzato, morto da poco
    -maschio1, morto alcolizzato
    -maschio2, problemi di alcolismo fortunatamente rientrati con matrimonio e paternità in età matura, ha passato la vita a fare lavoretti saltuari in edilizia
    -maschio3, ha preso il diploma di maturità nello stesso anno in cui l’ho preso io. No, non siamo quasi coetanei per niente.
    -maschio4, meno male che ha preso il posto del babbo in ente statale, in tempi in cui si poteva, altrimenti pure lui chissà che accidenti di lavoro (non) avrebbe fatto.

    Tutte persone la cui affettività e pure, alla fine, l’autonomia e la realizzazione economica, sono state asfaltate da un’educazione maschilista in maniera tutt’altro che sottile.

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