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Esperimenti involontari: un anno (quasi) senza sho...

Esperimenti involontari: un anno (quasi) senza shopping

Da ottobre 2013 a ottobre 2014 non ho comprato niente che andasse indossato. Oddio, non è del tutto vero: ad agosto ho comprato un paio di scarpe da ginnastica per sostituire quelle che mi avevano abbandonato in mezzo a un’area archeologica. L’alternativa era andare in giro scalza. Teoricamente il post potrebbe finire qui, visto che la premessa si è appena rivelata fallace. Ma visto che intorno a quelle scarpe da tennis c’è un intero anno senza acquisti, qualche riflessione l’ho fatta comunque.

L’esperimento che non era un esperimento è cominciato per due ragioni. Il primo motivo perché avevo da perdere del peso e non volevo comprare dei vestiti che di lì a qualche tempo non sarebbero più stati della mia taglia (spoiler: i suddetti chili sono ancora tutti qui). Il secondo motivo è che stavo affrontando il mio primo anno da freelance e ho pensato a cosa potevo tagliare e i vestiti erano un’urgenza decisamente minore del cibo e delle bollette. In parte è stato anche un po’ colpa del cambio di stagione degli armadi, un momento dell’anno che mi fa desiderare di vestirmi di sacco e andare nel deserto a nutrirmi di locuste.

Che cosa ho imparato da quest’anno di esperimento semi-involontario? Per prima cosa che è possibile. Aree archeologiche a parte, si può fare e si può fare senza particolari sacrifici o rischio di finirla vestita come la gattara dei Simpson.

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Come è possibile? Beh, per prima cosa sono partita da una buona base. Le gioie dello stipendio fisso degli anni passati e l’aver avuto un lavoro d’ufficio in cui il contatto umano era inevitabile avevano fornito il mio armadio di un ventaglio di opzioni di abbigliamento. Da “adeguato al consorzio umano” a “buongiorno grande multinazionale che deve prendermi sul serio, guarda come sono a modo”. Se fate parte anche voi del consorzio umano, la base tendenzialmente ce l’avete già.

Poi ho imparato ad essere meno abitudinaria. Di vestiti il più delle volte ne abbiamo in sovrabbondanza, ma tendiamo a indossare sempre gli stessi per consuetudine, rassicurazione, fretta. Il fatto di non volerne comprare degli altri mi ha portato ad ingegnarmi un po’ di più con gli abbinamenti e gli esperimenti (a parte quel mio problema marginale di dipendenza dalle magliette a righe).

Ho scoperto che la mia predilezione per l’antigoriu (cioè vecchiume in sardo) in questo caso ha avuto un risvolto pratico. Non era difficile da immaginare, ma i vestiti vintage hanno resistito meglio a questa prova delle magliette delle varie marche di fast fashion. Ho realizzato che quello che mi porta a stufare i vestiti è spesso anche quell’aria esausta che assumono dopo qualche lavatrice. Questo mi ha portato anche a fare un po’ più attenzione ai vestiti che ho comprato dopo l’esperimento.

Ho fatto degli swap con le amiche (in numero di due, per la precisione. Gli swap, non le amiche). L’orrore di qualcuno è il tesoro di qualcun altro, come ha dimostrato un assurdo maglioncino anni novanta in che su di me pareva l’ultimo ricordo dell’epoca delle Spice Girls e sulla mia amica Chiara era il perfetto complemento di una gonna anni Cinquanta. Ma pure quel vestito bellissimo, dal taglio così elegante, dalla fantasia così delicata, che però col tuo colorito ti fa sembrare un geco e che non hai mai messo: siamo sinceri, non lo metterai mai, dallo via a qualcuno che intenda realmente indossarlo. Ed inoltre uno swap è sempre un’ottima scusa per fare merenda assieme.

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Ho fatto delle esperienze alla Edmondo De Amicis: ho portato a risuolare delle scarpe, rimettere il tacco a degli stivali e un sacco di altre cose da libro Cuore sorprendentemente interessanti.

La cosa che mi ha colpito di più è stato che non ho passato un anno vestita di stracci e grisaglie (non più della mia media, quantomeno). Sono andata alla Scala e a due matrimoni, e in nessuno di questi casi ero in pigiama e ciabatte (ok, a metà del secondo matrimonio ero in jeans e maglietta ma perché la vita stretta del vestito era un ostacolo tra me e il cibo).

Ho imparato una serie di cose ovvie. Ad usare in maniera più intelligente ciò che possiedo, a pensare con più attenzione a quali acquisti rappresentano un effettivo bisogno e quali invece una forma di gratificazione che si può soddisfare in un altro modo. Al fatto che c’è una certa soddisfazione nel prendersi cura di ciò che si ha. Per la prima volta so esattamente cosa manca nel mio armadio e cosa mi servirebbe comprare. Lo rifarei? Sì, ma non prima di aver trovato dei degni eredi ai miei jeans preferiti che hanno tirato il calzino.


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  1. LucaGras

    14 maggio

    Porca miseria, se scrivi bene! 🙂

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