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Fanfiction in difesa delle donne nella letteratura: intervista a Emily Lomax

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James Potter, padre di Harry, da ragazzino era un bullo. Lo sappiamo noi e lo sa anche JK Rowling, ma questo non ha impedito che lui potesse crescere e meritare l’affetto dei suoi amici, un grande amore e l’ammirazione di suo figlio. E ci può stare.

Spostiamoci a un’intervista in cui la Rowling parla del futuro dei personaggi, allora. L’intervistatore chiede, tra le varie cose, se Draco Malfoy si sia sposato e se, in particolare, abbia sposato Pansy Parkinson… e l’autrice scoppia in una risata inorridita. “Io detesto Pansy Parkinson! È una bulletta! È tutto ciò che odio!”. E io concordo, però c’è un evidente problema nel fatto che gli identici difetti di una ragazzina e un ragazzino vengano trattati in modo così differente. Per intenderci: io risolverei buttando anche James Potter giù da un burrone, ma è la disparità di trattamento a lasciarmi perplessa.

Se questo capita in una serie come Harry Potter, che ci ha comunque regalato personaggi femminili amabili e complessi come Hermione Granger, Ginny Weasley e Luna Lovegood, spostandosi ad altre opere le cose peggiorano: le donne in letteratura sono spesso marginali, o monodimensionali, o se sono meno che perfette vengono gettate dal metaforico burrone di cui sopra.

Così, Susan Pevensie diventa regina di Narnia, ma un giorno le viene precluso l’accesso al suo regno perché ora s’interessa di rossetti. Eowyn è un personaggio straordinario, ma a lei sono dedicate una ventina di pagine sulle mille e rotti de Il Signore degli anelli. La Sirenetta di Andersen rinuncia alla voce per il suo principe, non riesce a sposarlo, muore. Cappuccetto Rosso viene mangiata dal lupo e meno male che ci sono cacciatori in gamba in giro. E così via.

Se anche per voi tutto ciò è fonte di tristezza, vi piacerà fare la conoscenza di Emily Lomax, una giovane californiana che di giorno fa l’ingegnere, di sera scrive storie che vengono lette da migliaia di persone in internet. Scrive anche narrativa sua propria, ma il motivo per cui ve ne parlo oggi è che lei si mette nella testa dei personaggi secondari di cui abbiamo letto e scrive una storia dal loro punto di vista.

Lo fa con estremo rispetto dei lavori originali, ma con una visionarietà e un’empatia che rendono le donne di cui scrive estremamente reali. La maggior parte delle sue creature abita su Archive Of Our Own, dove potete trovare la serie di otto storie su Hogwarts – una traduzione italiana del pezzo in difesa di Ginny è su EFP – ma anche Eowyn, Arwen, Wendy, Ariel, Cappuccetto Rosso e molte altre. I suoi romanzi invece sono sul suo sito.

Ecco la chiacchierata che ha avuto la gentilezza di fare con me. Buona lettura!

sr-lomax

Illustrazione di Marta Baroni

 

Per cominciare: dicci un po’ chi sei!

Su tumblr sono ink-splotch, sugli altri siti di solito sono dirgewithoutmusic perché è il titolo di una delle mie poesie preferite (di Edna St.Vincent Millay, ndr). Scrivo i miei romanzi sotto il nome di E. Jade Lomax perché a dodici anni ho deciso che il mio nome, che nelle lettere e nei temi e nei compiti a casa era Emily Lomax, sarebbe stato strano stampato sulla copertina di un libro, e poi adoravo il mio secondo nome. Sono una californiana da sette generazioni da parte di madre. Ho 23 anni e una laurea in ingegneria meccanica e in storia. Lavoro per una compagnia che costruisce robot chirurgici. Di notte scrivo storie e mi è difficile immaginare di poter essere più soddisfatta di così.

 

Sul web ti ho trovata tramite la tua Wendy Darling e so che in molti sono passati da Susan Pevensie. Come hai iniziato a scrivere questi “studi sui personaggi”, se la definizione va bene?

Il primo che ho scritto è stato quello su Susan Pevensie e su come avrebbe potuto vivere, amare ed elaborare il lutto dopo aver perso prima Narnia e poi la sua famiglia. Internet mi esplose addosso in risposta – dai complimenti alle lacrime al rabbioso disaccordo – e restai stupefatta. L’avevo pensata come una storia della buonanotte per me stessa. Ero rimasta colpita, improvvisamente, dalla tristezza di Susan e avevo voluto costruirle una storia in cui imparasse a vivere con sé stessa e ad amarsi nel dopo. Non mi ero aspettata che la leggesse nessuno, ma era successo.

Così, ho provato timidamente a farmi un’idea su Wendy Darling (la ragazzina in Peter Pan) e a scrivere cosa dev’essere stato tornare dall’Isola Che Non C’è, senza volo, incatenata a terra, con nuove cose da imparare; su Cappuccetto Rosso e la sua vita dopo il lupo; su una Sirenetta che non aveva mai amato il suo principe e quindi riesce a scappare dalla maledizione e dalla cura assieme, per poi innamorarsi del mondo, invece.

Erano storie che amavo raccontare: storie che parlassero di ragazze, della vita dopo eventi straordinari, del ricomporre i pezzi… Ma non avevo capito che qualcun altro avrebbe potuto volerle leggere.

La povera Susan Pevensie nella versione cinematografica di Il leone, la strega e l'armadio, primo volume de Le cronache di Narnia.

La povera Susan Pevensie nella versione cinematografica di Il leone, la strega e l’armadio, primo volume de Le cronache di Narnia.

 

So che su Tumblr sono tutti entusiasti delle tue storie quanto lo sono io. Quando hai iniziato a metterle in internet e qual è stata la tua reazione quando son state bene accolte per la prima volta? A me piace immaginarti tanto piacevolmente impazzita quanto è umanamente possibile, ma mi dirai.

Davvero tanto piacevolmente impazzita. Ho provato a spiegare Tumblr e notifiche e condivisioni ai miei genitori, per far loro capire perché avevo quegli occhi spalancati. La mia migliore amica si è messa a rintracciare tutte le pagine dove la gente le aveva postate al di fuori di Tumblr e ha iniziato a mandarmi le reazioni positive o particolarmente divertenti. È passato più di un anno da allora. Ho scritto molte cose di cui sono orgogliosa e ho imparato tanto, da me stessa, dalle donne di cui scrivo e dalle persone che ho incontrato e con le quali mi sono relazionata online grazie a questo.

 

In quanto lettrice e in quanto donna, personalmente ho impiegato decisamente troppo tempo a rendermi conto del fatto che, se tendevo a non amare MAI i personaggi femminili dei libri, poteva dipendere non tanto dalla loro intrinseca e inevitabile natura, ma piuttosto dalla visione stereotipata che gli autori (spesso uomini) avevano delle donne in generale. Qual è stata la tua esperienza a proposito? Sei stata subito cosciente dei pregiudizi ai quali erano sottoposti i personaggi femminili o ci hai messo un po’ a rendertene conto? Se è vera la seconda: qual è stato il momento decisivo?

Beh, s’impara sempre a piccoli passi, no? Ci sono alcune cose che ho capito soltanto e letteralmente quando mi son messa a scrivere di Susan. Difendere specificamente la vanità nelle donne era qualcosa che non sapevo fosse importante per me, finché non mi son trovata a pensare alla giovane signorina Pevensie e a quella che – si diceva – era stata la sua dannazione. E poi c’erano cose che mi sono state insegnate fin da piccola, perché ho avuto e ho la fortuna di crescere in una famiglia piena di donne dotate di diversi tipi di forza e intelligenza, che sono molto brave a parlarsi e a rispettarsi.

Una delle cose importanti che ho capito, crescendo, è stata che i personaggi femminili che amavo non erano così complicati, sfaccettati e rispettati sulla carta come lo erano nella mia testa.

Valentine Wiggin, de Il gioco di Ender, è un affascinante enigma morale oscuramente imperfetto: è intrappolata in una situazione impossibile e reagisce con sotterfugi, manipolazioni e delizioso egoismo. Rileggendo quei libri da adulta ho scoperto che, mentre guardando le sue scelte io vedevo una questione morale complicata, irrisolta e preziosa, la narrazione faceva di lei una santa.

La sua “intuizione femminile”, stando all’autore, le dava il diritto e la responsabilità di manipolare gli uomini “meno saggi” che la circondavano. Bleah! Elogiando la sua “innata” bontà come propria di una di quelle incomprensibili creature magiche che sarebbero le donne, l’autore ha mancato di rispettare la sua autonomia, la sua responsabilità morale e la sua oscurità, tutte le cose che amavo di lei.

Da bambina ho trascorso molto tempo a “riempire i buchi” che circondavano le donne di cui leggevo. Pensavo che quei buchi fossero lì proprio perché io li riempissi, perché sono stata fortunata abbastanza da crescere aspettandomi che le donne nella vita e nei libri fossero lì per essere prese sul serio e considerate con profondità. Una delle cose più preziose che ho imparato è che, no: molto spesso c’è bisogno di difenderle. E se non lo facciamo noi, chi lo farà?

 

La serie che hai scritto su Harry Potter è estremamente potente, per me. Quel che mi colpisce di più è che sei stata in grado non solo di metterti nei panni di personaggi genericamente amabili come Ginny e Luna, ma anche in quelli più difficili di, per dire, Cho Chang… o anche Pansy Parkinson! Mi sembra un esercizio di umanità prima ancora che uno di letteratura. Come ti sei accostata a quei personaggi meno gradevoli?

Prima di tutto, grazie! Poi, mmmh. Beh, spesso all’inizio non ho emozioni particolari per i personaggi che scelgo, cosa che stupisce molti, credo. Mi sa che sembro una scrittrice piuttosto emotiva, ma non è così. Scelgo qualcuno, mi siedo e mi chiedo: chi è questa persona? Perché qualcuno dovrebbe amarla? Che cosa le è successo? Cosa l’ha costruita? Come fa ad amare sé stessa?

Pansy Parkinson è stata una lotta! Non mi piacciono i bulli. Però volevo due personaggi per ogni casata, perché una delle ragioni per cui ho scritto quella serie è la diversità e il valore intrinseco di ciascuna di esse. All’inizio del pezzo su Pansy avevo una domanda in più da pormi: come giustifico un pezzo “in difesa” di un bullo? Ho trovato una risposta che funzionava per me ed è quella che anima la storia.

In molti sensi, queste storie sono me che mi siedo e decido d’innamorarmi di un estraneo. Mi illumina. Amo la possibilità di vivere in quello spazio mentale, ed è terrificante e lusinghiero che così tante persone abbiano reagito tanto positivamente.

HARRY POTTER AND THE DEATHLY HALLOWS Ð PART 2

Beccatevi Hermione, che Pansy Parkinson nel film era ancora più inesistente che nel libro.

 

Una cosa che amo sinceramente delle tue storie è che la tua sensibilità per le questioni di genere s’intreccia a una disposizione analoga verso questioni di razza, sessualità e disabilità. Qual è la tua posizione sul femminismo intersezionale, sia come scrittrice che come persona?

Il mondo è vasto. Le persone e le loro esperienze individuali sono innumerevoli, varie e inimmaginabili. Un femminismo che non prende in considerazione il fatto che donne individuali avranno doni da offrire, bisogni cui rispondere e lotte da combattere tutti diversi tra loro è un femminismo che non è di grande aiuto a nessuno.

 

So che scrivi anche fiction completamente originale. Che influenza ha sulla tua scrittura la sensibilità che hai per la necessità di rappresentare tipi umani diversi?

La mia sensibilità di cui sopra è in continua crescita, per cui la sua influenza sulla mia scrittura è in crescita anch’essa. Se continuo sulla buona strada, dovrei continuare a crescere per tutta la vita. Un’altra cosa importante che ho imparato è che non scrivo solo nel contesto della mia opera, ma nel contesto più vasto del genere d’appartenenza.

Ad esempio: la seconda serie di romanzi che sto scrivendo l’ho costruita attorno a un protagonista maschile, perché pensavo che sarebbe stata una sfida per me, e lo è stata, però a quel tempo non sapevo che avrei dovuto anche prendere in considerazione il posto che il mio libro avrebbe potuto avere nel più ampio mondo della narrativa young adult. Questa considerazione non deve essere lo stimolo centrale del mio lavoro e della mia creatività, ma è decisamente qualcosa di cui terrò conto nei prossimi romanzi.

 

Fammi tre nomi di personaggi femminili – film o libri – che secondo te avrebbero meritato di più di quel che gli autori hanno dato loro; e tre personaggi che invece son stati trattati come esseri umani complessi.

Gamora e Nebula de I Guardiani Della Galassia sono andate vicinissime ad essere rivoluzionarie. Il poco che abbiamo ottenuto in cambio me lo sono divorata con gioia, però cavolo se avrei voluto di più. Ogni donna mai scritta da Steven Moffat ha un potenziale incredibile, nessuno sviluppo e un livello assurdo di mancanza di rispetto dalla narrazione. Da adulta ho riprovato a leggere la saga di Xanth, che da bambina adoravo, ma il modo in cui Chameleon viene trattata nel primo libro – quel nome! A prescindere! – era troppo sconfortante.

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Nebula e Gamora de I Guardiani Della Galassia in versione cinematografica

Ora, esempi positivi. Hermione Granger (specialmente nei libri, dove è libera di essere imperfetta) diventerà una delle definizioni di cos’è un’eroina per la nostra generazione di narratori. È forte e benintenzionata, è assillante e a volte meschina, è coraggiosa e spietata e impenitente, leale e generosa e onnipotente. È interiormente complessa e le viene concesso d’essere così tante cose senza mai risultare sminuita o semplificata o contraddittoria. È un’eroina e al contempo un’adolescente nei rossori scontrosi del primo amore ed è anche una lettrice, una pensatrice, un’amica e una strega.

La scrittrice Tamora Pierce è una star a scrivere personaggi femminili completi dotati di amori, capacità e personalità diverse. Un altro aspetto in cui eccelle, forse più di qualsiasi altra autrice o autore che abbia mai letto, è la capacità di rimanere aperta e in crescita. Ad ogni serie di libri che scrive spinge i confini un po’ più in là. Non si accontenta la prima volta che viene lodata per esser “progressista”; ascolta chi la circonda ed espande i suoi mondi fino a includere storie su tutti i tipi umani. E quando sbaglia è bravissima a riconoscerlo in maniera rispettosa, a scusarsi e a crescere grazie al suo errore.

Vathara, un’autrice di fanfiction, ha un lavoro epico dal titolo Embers che rielabora Avatar: the Last Airbender dandogli una lettura sociopolitica. Tratta meravigliosamente di trauma e amici forgiati dal fuoco, ma immagina anche Katara, Toph, Azula, Ty Lee e i suoi personaggi femminili originali in maniera così complessa che a volte è un’ascesa e a volte una dannazione, ma è sempre sempre illuminante.

Anche Avatar: the Last Airbender, la serie tv originale, è un grande esempio di giovani donne ben scritte e differenti: Toph cieca e testarda, Katara generosa e violenta, tutta la tragedia che c’è in Azula. E ora la nuova serie: Korra brusca, che impara, che cresce; Asami brillante e scaltra; tutta la pazienza e la gioia di Jinora.

Adoro Mako Mori di Pacific Rim; Irene Adler e Joan Watson di Elementary sono straordinarie; Elizabeth Burke in White Collar è una delizia; Hilari Bell è un’autrice meravigliosa per i suoi personaggi femminili (The Goblin Wood! La trilogia di Farsala!) e mi piacciono anche Pamela Dean, Megan Whalen Turner e Diana Wynne Jones.

Sono più di tre, ma sono un ingegnere, non so contare 🙂

 

Finora abbiamo parlato di donne come personaggi. Si potrebbe dire che le cose non sono facili neanche per le donne come autrici. È stato / è difficile per te prenderti seriamente come scrittrice per il fatto che ops, per caso sei anche una donna, o l’intersezione di genere e scrittura da questo punto di vista non ti ha danneggiata?

Sono cresciuta con un incredibile vantaggio in termini di fiducia in me stessa. I miei genitori sono tra i sostegni più attivamente positivi che abbia incontrato in vita. Hanno sempre trattato mia sorella e me come esseri senzienti e intelligenti meritevoli di rispetto e considerazione, e hanno al contempo incoraggiato e preteso che esigessimo lo stesso livello di rispetto dalle autorità e dagli avversari delle nostre vite.

Sono anche cresciuta avendo nella mia vita degli incredibili esempi di donne potenti e spregiudicate. Una delle mie nonne è stata un’assistente sociale per trent’anni. L’altra è arrivata dall’Oklahoma durante la Grande Depressione e ha cresciuto una bellissima e talentuosa famiglia allargata nella sua casa dal tetto rosso. Mia madre ha appena smesso di lavorare per la NASA e ha trascorso gli ultimi decenni a lanciare satelliti e mandare carichi biologici sull’International Space Station.

Quando si parla del potere della rappresentazione nel cambiare ciò che le bambine credono di poter diventare… questo è un po’ quel che intendono. Ho avuto in sorte di crescere non solo sapendo ma vedendo che potevo essere qualsiasi cosa volessi.

 

Per concludere: un suggerimento per scrittrici e per scrittori che vogliono creare protagonisti diversi dal solito bianco maschio etero cisgender e able-bodied!

Non fateli bianchi! Non fateli cis, etero, able-bodied o neurotipici! Se siete una qualsiasi di queste cose o tutte assieme, provate a leggere opere scritte da – e a proposito di – persone che non sono come voi. Io sono sia bianca che cisgendered e ci sono moltissime cose delle quali non ho conoscenza o consapevolezza. Tra gli aspetti meravigliosi di internet c’è la nuova possibilità di accedere agevolmente a tantissime persone e tantissime storie diverse dalle nostre. Approfittatene.

Scrivere in maniera banale di esperienze minoritarie o altre da noi è irresponsabile. Escluderle dalle nostre storie lo è altrettanto. Quindi altre buone idee: imparare. Leggere autori dei quali non condividiamo e non sappiamo concepire le esistenze. Ascoltare le persone nella nostra vita che sanno o hanno vissuto cose diverse da noi (spoiler: quasi tutti sanno cose che noi non sappiamo). Scrivere di persone che appaiono, agiscono, amano o pensano diversamente da noi. Imparare ad ascoltare. Scusarsi quando sbagliamo. Non pensare mai di aver smesso d’imparare.


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  1. Valeria

    16 febbraio

    C’entra poco con l’intervista in sè ma credo sia necessario dirlo: condivido alcune delle cose scritte in questo sito, altre no. Questo è uno dei casi in cui meno riesco a digerire alcune cose “estreme”. Il femminismo come paradigma per interpretare la letteratura rischia di essere fuorviante, come in questo caso. Prendiamo l’esempio di Harry Potter: James era un bullo, ma si è redento. Pansy Parkinson no. E non c’entra il fatto di essere uomini e donne, non c’entra il fatto di essere personaggi principali o secondari, nella mente dell’autrice sono PERSONE e hanno storie diverse.
    Ricordo come ieri il passo delle Cronache di Narnia in cui Susan accusa i fratelli di credere ancora in certe sciocchezze (Narnia, appunto). Lei non riesce a tornare a Narnia perché non ci crede più, non perchè è una ragazza a cui piace vestirsi bene.
    Suvvia, va bene l’impegno femminista, battaglia sacrosanta e importantissima, ma vediamo di non scadere nel sentirsi discriminate a tutti i costi. Ricordiamoci che prima di essere uomini e donne siamo persone, anche nei libri.

  2. Paolo

    16 febbraio

    “Scrivere in maniera banale di esperienze minoritarie o altre da noi è irresponsabile. Escluderle dalle nostre storie lo è altrettanto.”

    Io non credo che escluderle sia da irresponsabili se non vuoi raccontarle o non sai come fare a raccontarle in maniera credibile (e non basta certo una ricerca su google). Scrittori e scrittrici hanno il diritto di raccontare ciò che vogliono e che conoscono secondo la loro sensibilità e senza preoccuparsi di essere politically correct a tutti i costi. La sola responsabilità che hanno è raccontare storie avvincenti.
    E poi anche le persone appartenenti ad una “maggioranza” etero, bianca ecc.. non sono tutte uguali tra loro come non lo sono gli appartenenti a una minoranza.
    Comunque nella letteratura ci sono oggi personaggi sia maschili sia femminili interessanti e credibili sopratutto

  3. Paolo

    16 febbraio

    Comunque nella letteratura ci sono oggi personaggi sia maschili sia femminili interessanti e credibili sopratutto
    e intendo sia personaggi principali sia secondari o comprimari come preferisco chiamarli

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