Attenzione: questo articolo contiene riferimenti alla violenza sessuale


 

A me, della vita di uno stupratore, non me ne può importare meno. Non mi importa che lavoro faccia, quanti figli abbia, quanti soldi abbia, che aspetto abbia. Per me, e soprattutto per la sua vittima, Simone Borgese è soltanto uno stupratore.

Che uno stupratore sia italiano o straniero, ricco o povero, lavoratore o disoccupato, sposato o celibe non può influire minimamente sulla sua natura, cioè quella di stupratore. È questo il motivo per cui il clamore mediatico dietro la figura di Simone Borgese è una cosa immensamente ingiusta: non c’è alcun fattore esterno, alcuna esperienza o condizione di vita, che possa giustificare anche in minima parte quello che questa persona ha fatto ad una tassista romana pochi giorni fa.

Nessuno ha pensato che la vittima, oltre alle orribili conseguenze fisiche e psicologiche inevitabili dopo un’aggressione simile, dovrà sopportare di vedere ovunque le foto prese dal profilo di Facebook del suo aggressore? Il post potrebbe chiudersi qui, ma è interessante capire la dinamica di tutto questo interesse per la vita privata del reo confesso e quali possano essere le possibili misure per arginare il fenomeno.

Due articoli, pubblicati a distanza di poche ore, del Corriere della Sera che riguardano la vita privata di Simone Borgese. Notare il fatto che venga chiamato anche "Simone", senza cognome, come se si trattasse di una celebrità.

Due articoli, pubblicati a distanza di poche ore, del Corriere della Sera che riguardano la vita privata di Simone Borgese. Notare il fatto che venga chiamato anche “Simone”, senza cognome, come se si trattasse di una celebrità.

 

Innanzitutto, ciò che spinge la stampa ad andare sul profilo Facebook di un criminale per salvare le sue fotografie e cercare di estrapolare più notizie possibili dalla sua vita è semplicemente voyeurismo malato e perverso. Queste “informazioni” sono completamente inutili al fine della comprensione dei fatti. Anche dal punto di vista giudiziario sono spesso irrilevanti le condizioni sociali di chi commette il resto, per non parlare del fatto che Facebook non è lo specchio più limpido delle nostre vite.

Simone Borgese viene definito “un bravo ragazzo”, ma a quanto mi risulta i bravi ragazzi non portano tassiste nei luoghi isolati per stuprarle, picchiarle e derubarle. Chi l’ha detto che è un bravo ragazzo? Se queste informazioni sono state dedotte dai social network, devo porre i miei più vivi complimenti alla stampa italiana. A tratti pare che questa insistenza sull’apparente normalità della vita di Simone Borgese serva a sostenere la sua tesi, cioè che si sia trattato di un raptus (ripeto: luogo isolato, stupro, furto). Come se, come è evidente dalle foto profilo con la figlioletta o gli amici, fosse impossibile che un ragazzo così normale abbia premeditato una cosa così orribile.

Solitamente, per rispettare la vittima, non vengono rese note alla stampa né le sue generalità né fotografie. Non trovo, comunque, sufficiente questa forma di rispetto se accompagnata da un clamore mediatico simile: sbandierare la vita del suo stupratore è rispetto? Sottoporla alla continua visione dell’uomo che ha abusato di lei è rispetto? Non sarebbe più rispettoso, assieme alle informazioni basilari, affrontare con più chiarezza il problema delle violenze sessuali in Italia dal momento che 7 milioni di donne (senza contare quelle che non hanno denunciato) ne hanno subita una?

Questo non è, purtroppo, l’unico caso di stupro in cui l’attenzione dei media si concentra su simili sciocchezze e non sul vero problema, cioè lo stupro. Come porre fine ad un atteggiamento simile? Serve al più presto da parte dei giornalisti un codice deontologico per trattare i casi di abusi sessuali, molestie, violenze domestiche, femminicidi. Quanto ancora dovremo sopportare un giornalismo che non ha alcun rispetto delle vittime e che si impegna più a tracciare biografie degli stupratori che a parlare dei reali problemi del Paese?

Immagine in apertura: Markus Schreiber