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Uscire dai binari: la rivelazione del progetto Dar...

Uscire dai binari: la rivelazione del progetto DarkMatter

Attiv* su molte piattaforme web, conness* regolarmente sui social media, legat* ad un circuito accademico che ha introdotto e consacrato il loro lavoro nei queer studies. Sono le costanti del lavoro di DarkMatter, il progetto performativo di due attivist* residenti a New York, Alok Vaid-Menon e Janani Balasubramanian, artist* trans di origine sudasiatica. Il modo in cui riescono a parlare della loro identità, insistendo soprattutto sull’essenza queer/trans e le origini sud asiatiche, e a mischiare le esperienze personali con i grandi temi del femminismo intersezionale è semplicemente toccante.

Chi segue il duo si ritrova puntualmente catapultato in uno spazio variegato, dove persino il concetto di queerness viene ridefinito e ampliato, grazie anche all’introduzione di elementi non occidentali. Una liberazione, visiva e sensoriale.

Il loro lavoro si articola, però, su così tanti fronti di diversa natura da meritare un approfondimento mirato.

darkmatter green

Le performance

Il duo è conosciuto principalmente per le performance dal vivo, tenute per esempio al Nuyorican Poets Café e al La MaMa Experimental Theatre, due posti che sono stati sin dalla loro nascita in prima fila per la promozione della diversità nell’arte.

Lo stile di DarkMatter è quello tipico dello spoken word (un connubio di poesia, narrazione e improvvisazione) accompagnato da un umorismo pungente, un genere che fa diventare la narrazione un mezzo di attivismo, grazie anche al fatto che si parte sempre da riflessioni intime ed esperienze vissute in prima persona.

Durante le loro performance ricorre spesso la critica alla cecità dolosa della società americana, colpevole di aver dimenticato e omesso la varietà culturale presente al suo interno. Il paradosso statunitense, quello di un paese nato da un’invasione che continua a non riconoscere le minoranze e a presentare come sola e unica voce quella della borghesia bianca (ciò che con una sola parola potremmo definire whitewashing), viene smontato costantemente. Non è infatti raro durante le performance di DarkMatter il ricorrere di parole come oppressione, dominazione culturale, supremazia bianca.

In quanto persone queer di colore riescono a percepire con ancora più acume le antinomie del mondo con cui sono perennemente a contatto. Dalla mania esotista di un Occidente che in fondo rimane razzista, fino alla difficoltà delle persone queer di trovare spazio sulle dating app, i temi toccano Alok e Janani personalmente, ma potrebbero essere le storie di una moltitudine.

L’attivismo

La connessione tra loro e le altre persone trans e queer di colore è saldata grazie a continui scambi. Una cosa che colpisce molto del progetto DarkMatter è infatti la quantità di informazioni che circolano sui loro profili. Pur essendo in un’era in cui la promozione del sé è diventata una futile costante, il duo si è sottratto a questa logica per dare spazio alle voci di altr* attivist*, promuovendo eventi e iniziative a sostegno delle battaglie delle minoranze e della comunità LGBT. È così che sui loro profili vengono fatte circolare quante più informazioni possibili sulle scrittrici di colore, dei workshop di Joshua Allen, di Reina Gossett, che sta raccogliendo fondi per la realizzazione di un dettagliato documentario sui moti di Stonewall.

Dal punto di vista prettamente politico, DarkMatter è costantemente presente su più fronti. La strategia del duo è quella di fare spazio per altri, che non possono parlare, usando però il proprio di corpo come ariete per fare strada. Di particolare rilievo sono gli eventi organizzati in sostegno dei gruppi queer palestinesi e i panel organizzati presso le più prestigiose università che si distinguono per l’interesse verso gli studi di genere.

Sicuramente, anche in questo caso l’esperienza personale ha giocato un ruolo determinante per la forma che l’attivismo di Janani e Alok ha preso. In numerose interviste ricorre infatti il riferimento agli anni del college, durante i quali erano le uniche persone di colore presenti alle lezioni e alla frustrazione derivata dall’assistere ad un dibattito accademico monotòno.

La moda come arma

Sembrava ormai morta l’idea di cambiare il mondo attraverso l’armadio. Invece eccola qui di nuovo con DarkMatter, in una forma che mischia diverse identità culturali e di genere. Perché i grandi cambiamenti sociali passano anche per cosa abbiamo addosso.

Aggiornano costantemente i propri profili sui social media con foto che l* ritraggono con l’outfit del giorno. È davvero difficile fare una scelta per presentare le mise migliori. Ogni giorno viene abbattuta una barriera: il maschile e il femminile vengono superati, le subculture si fondono, ornamenti asiatici vengono integrati con fierezza a plateau dorati e rossetti fluo.

instagram

Osservando le diverse composizioni, il risultato è galvanizzante, anche per chi ogni giorno non ha tempo o voglia di osare. Tutto questo esporsi continuamente su un mezzo come internet, che il più delle volte è una cloaca massima, ha portato Alok a riflessioni molto profonde su cosa comporti essere veramente sé stess*, soprattutto in relazione ai rischi dello street harassment.

Every morning when I wake up and look at my closet I ask myself, “How much do I want to be street harassed today?”

Ogni giorno, quando mi sveglio e guardo il mio guardaroba, mi chiedo: “Quanto voglio essere soggetto di abuso per strada oggi?”

È così che è nato What I wanted to wear. What I actually wore (“cosa volevo indossare, cosa alla fine ho indossato”), una sorta di progetto nel progetto che esorta le persone queer e trans a postare le foto che ritraggono le due scelte diametralmente opposte: una che esprime il sé, la creatività, la sconfitta dei binari; l’altra che rappresenta la sicurezza, un triste compromesso che, se va bene, garantisce il diritto a muoversi liberamente negli spazi sociali.

Alok Vaid-Menon

Concludendo, posso dire che venire a conoscenza del progetto DarkMatter è stato come salire su una sorta di montagne russe emozionali. I dolori della routine, le storie sullo street harassment, l’esclusione, ma anche la scoperta della varietà, dei destini condivisi, le connessioni con persone rimaste in silenzio per una vita che non vedono l’ora di parlare. La creatività, l’umorismo, la liberazione nel chiamare i mali del mondo con i loro veri nomi, senza cercare di edulcorare i concetti: patriarcato, razzismo, gentrificazione.


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