Il femminismo mi ha insegnato a mettere in discussione i criteri di rilevanza sui quali si basano i manuali di storia, spesso abitati da soli uomini e dalle loro disparate attività. Mi ha insegnato che c’è del vero nel detto “la storia la scrivono i vincitori”, ma che questo non vale solo per le guerre.
Entro un sistema patriarcale come il nostro, i manuali consegnati agli studenti come piccole bibbie racconteranno quasi esclusivamente conquiste di uomini bianchi, relegando ai margini ciò che è ascrivibile alla categoria dell’Altro. Tale rimozione si palesa nel momento in cui andiamo ad approfondire la storia di innumerevoli discipline, anche le più inaspettate.

L’ambito della musica elettronica, ad esempio, è uno dei tanti in cui, andando a scavare con pazienza, emergono con agilità un gran numero di donne brillanti, visionarie e ispiratrici, il cui contributo agli sviluppi della disciplina è spesso dimenticato o menzionato di sfuggita. Questo fa sì che oggi sia comunemente dato per scontato che i pionieri del genere fossero tutti uomini, e che le donne siano “saltate sulla barca” nel momento in cui andò riducendosi la complessità e la dispendiosità dei sintetizzatori e degli altri strumenti disponibili sul mercato. Un caso lampante, recente e sotto gli occhi di tutti, è quello delle critiche ricevute da Claire Boucher (a.k.a. Grimes) dopo il successo del suo album del 2012 Visions. In molti la accusarono di non saper suonare veramente i suoi strumenti elettronici e di essere stata aiutata da qualche individuo di genere maschile.
In cuor mio, mi chiedo se ciò si verificherebbe anche se il mondo sapesse di Daphne Oram e di tutte le altre pioniere che sto poco a poco scoprendo.

artist_8910_6927

Daphne Oram mi si palesò sotto forma di una signora inglese vestita secondo la moda dei primi anni ’60, con occhiali dall’invidiabile montatura cat eye e abiti floreali. Il suo aspetto mi fece pensare alle foto un po’ sbiadite delle mie zie e tale constatazione mi diede gioia, poiché significava che non occorreva essere dei vecchi parrucconi in tweed per guadagnarsi il titolo di pioniere della musica elettronica.

Daphne Oram è ricordata come prima direttrice e fondatrice del BBC Radiophonic Workshop, all’interno del quale venivano prodotti i suoni e le musiche per la tv e la radio inglese, ma buona parte della sua carriera fu dedicata alla costruzione e al perfezionamento dell’Oramics Machine.

Da bambina, Daphne scoprì l’elettronica grazie ai sue due fratelli, entrambi appassionati costruttori di ricevitori e trasmettitori radio. Nel 1942, all’età di 18 anni, rifiutò un invito ad iscriversi presso il Royal College of Music, preferendo optare per un apprendistato da ingegnere presso la BBC. Fu durante un test di laboratorio che Daphne osservò per la prima volta il funzionamento di un oscilloscopio a tubo catodico, tramite il quale il suono di una voce umana poteva essere tradotto in segni grafici. In quell’occasione, iniziò a prendere forma il suo progetto per l’Oramics Machine, il cui principio era diametralmente opposto a quello dell’oscilloscopio. Daphne intendeva infatti ricavare nuovi suoni e creare musica a partire da tracce lineari disegnate a mano.

Oramics_03

La sua idea non era del tutto nuova. Daphne però non aveva avuto accesso agli scritti dei colleghi che avevano avuto la stessa intuizione, e non sapeva della loro esistenza. Percy Grainger, ad esempio, aveva composto della musica per theremin in forma grafica – Free Music For Theremins – già nel decennio precedente, con l’intenzione di ideare un sistema per far sì che essa fosse suonata dagli strumenti senza alcun tipo di intervento umano. Cionostante, Daphne fu inizialmente derisa quando presentò la sua teoria agli apprendisti del suo corso e ai docenti. Nel ricordare quell’episodio, scrisse:

Avevo 18 anni […] e pensarono che fossi abbastanza stupida, una sciocca ragazza adolescente che faceva domande stupide, ma ero molto determinata a investigare [quel principio], anche se non disponevo di un oscilloscopio.

Tale opposizione e mancanza di supporto nei confronti delle visioni di Daphne fu un tema ricorrente all’interno della sua carriera. Col passare degli anni, si guadagnò una certa reputazione all’interno della BBC, ma non abbastanza da ottenere supporto al suo progetto per la costruzione dell’Oramics Machine. Nel 1958, dopo lunghe negoziazioni, il BBC Research Department approvò infine la fondazione del Radiophonic Workshop, che Daphne visse però come un contesto in cui espandere gli approcci più tradizionali alla musica elettronica e che abbandonò ben presto per continuare a lavorare alle sue sperimentazioni. Ciononostante, le va riconosciuto il merito di aver creato, insieme a Desmond Briscoe, uno studio d’avanguardia, in cui lavorarono, tra gli altri, Delia Derbyshire e l’italiana Maddalena Fagandini.

Dopo l’esperienza del Workshop, a causa della mancanza di fondi che la afflissero per buona parte della sua vita, Daphne fu costretta a lavorare come freelance e a dedicare meno tempo del voluto al suo sintetizzatore. I suoi appunti dei primi anni ’60 mostrano come il progetto fosse andato mano a mano sviluppandosi e articolandosi, arrivando ad includere quattro tracce diverse. L’obiettivo finale di Daphne, infatti, non era dissimile da quello della thereminista Clara Rockmore. Entrambe erano interessate a produrre od eseguire musica con strumenti elettronici che ricevesse la legittimazione del pubblico più tradizionalista. Daphne puntava alla realizzazione di opere polifoniche e immaginava che l’Oramics Machine potesse arrivare a suonare in contemporanea dodici tracce.

Nel corso dei primi anni ’60, Oram ricevette una piccola sovvenzione dalla Calouste Gulberkian Foundation, che le permise di lavorare all’assemblaggio del suo sintetizzatore insieme al fratello John Anderson e all’ingegnere Fred Wood. Fu in queste circostanze che avvennero i progressi più rapidi e consistenti. Grazie al supporto tecnico dell’ex collega alla BBC Graham Wrench, infine, Daphne riuscì a migliorare sistema di scansione di forme d’onda grafiche, cruciale al funzionamento dell’Oramics.

In seguito, una lunga serie di problemi economici e vane negoziazioni per ottenere fondi rallentarono significativamente il lavoro di Oram, tanto che l’Oramics Machine fu completata tra il 1970 e il 1971, quando la sua preoccupazione nei confronti dell’eventuale concorrenza americana era già forte.
In quel periodo, Daphne focalizzò le sue energie nel progetto per la commercializzazione del sintetizzatore, le cui dimensioni necessitavano dunque di essere ridotte. Uno dei suoi obiettivi era la diffusione dello studio della musica elettronica nelle scuole e la conseguente creazione di sistemi che potessero interfacciarsi con oscilloscopi da laboratorio standard.
Nel 1981 riuscì finalmente a completare il progetto del Mini-Oramics, una versione ridotta e rinnovata dell’Oramics Machine, che però non fu mai commercializzato. Nel frattempo il mondo della musica elettronica si era evoluto, soprattutto grazie alla diffusione dei computer. Il suo ultimo tentativo si concretizzò allora nel trasferimento dei suoi progetti su un Acorn Archimedes 310. Era il 1987.

Daphne Oram morì nel 2003, dopo aver passato gli ultimi dieci anni della sua vita in una casa di riposo. La sua storia personale, dominata da una vera e propria missione e dal desiderio di esplorare nuove vie musicali, fa pensare abbastanza inevitabilmente all’espressione “mai una gioia“. Una sequenza pressoché infinita di ostacoli materiali e di mancanza di supporto la costrinsero a lavorare in prevalenza da sola, al di fuori di istituzioni che avrebbero potuto permetterle di realizzare il suo sogno con diversi anni di anticipo e di vederlo poi commercializzato.

Ciononostante, gli appassionati del settore la ricordano come una grande fonte d’ispirazione e una vera e propria visionaria, che lavorò con dedizione all’interno di un contesto irto di ostacoli e restrizioni. Come spiega Tim Boom, curatore del Science Museum di Londra, Daphne Oram ci può ispirare a non cercare la via più semplice, e a guardare oltre il dato per scontato e le tradizioni (musicali e non), per creare qualcosa di nuovo.

 

Fonti:

Manning, P. D. (2012), “The Oramics Machine: from vision to reality”, Organised Sound, 17 (2), pp. 137-147.