Cosa succederebbe se tutti gli uomini si astenessero dal matrimonio? Piaccia a Dio che vogliano farlo tutti!

In una delle sue numerose opere dogmatiche, intitolata La dignità del matrimonio, Sant’Agostino d’Ippona (354-430), teologo e padre della Chiesa cattolica, affronta con questa domanda un problema cruciale per il cattolicesimo dei primi secoli.

Come ho illustrato in un precedente articolo, la diffusa convinzione secondo cui la Chiesa cattolica avrebbe sempre tenuto in gran considerazione la figura della madre è falsa: l’idealizzazione generica della maternità appartiene alla Chiesa degli ultimi due secoli, in funzione prevalentemente antiabortista (per molti versi coincidente anche con le tendenze repubblicane e socialiste), mentre la Chiesa degli albori preferiva in assoluto la verginità e la purezza. L’archetipo della donna cristiana è appunto la vergine e non la madre.

D’altronde, tanto Gesù quanto i suoi immediati successori consideravano imminente l’Apocalisse e il giudizio universale, pertanto non vi era alcuna ragione perché abbracciassero un’ideologia popolazionista.

Madonna del Belvedere di Raffaello (1506 - Kunsthistorisches Museum, Vienna)

Madonna del Belvedere di Raffaello (1506 – Kunsthistorisches Museum, Vienna)

La maternità, al contrario, veniva considerata una condizione che produceva impurità, tant’è che anche nel Levitico era scritto che una donna che aveva appena partorito doveva stare lontana dai luoghi sacri per quaranta giorni, sessanta se aveva partorito una femmina. San Gerolamo (347-420) riteneva che la gravidanza conferisse alle donne un “aspetto orrendo” (Lettera 107).

Tuttavia, un simile rifiuto della maternità poneva sul lungo periodo dei problemi demografici per le masse cristiane. Intorno al IX-X secolo ci fu un pericoloso calo della popolazione europea, determinato anche dai divieti circa i rapporti i sessuali, e si rese necessaria un’inversione di tendenza, quanto meno parziale. Cominciò quindi ad essere maggiormente incoraggiato il matrimonio (nel 1215 ne venne regolamentata la liturgia ma solo a partire dal 1563 divenne obbligatoria la presenza di un prete), considerato a tutti gli effetti un sacramento che metteva al riparo i coniugi da uno stato “peccaminoso”, sebbene con pesanti restrizioni e codifiche.

Comunque, la perdita della verginità avrebbe continuato ad essere considerata come una perdita di “qualità” per gli uomini, e ovviamente ancora di più per le donne. Contestualmente, intorno al XII secolo, nelle chiese cominciarono a moltiplicarsi le immagini di Maria, la madre di Gesù.

Prima di allora, la figura di Maria era stata piuttosto marginale. Per certi versi, si può tranquillamente affermare che nei primi secoli era stata una figura addirittura inesistente. Di lei non parlano due evangelisti su quattro e non viene mai menzionata nelle epistole di Paolo, cioè i più antichi scritti del Nuovo Testamento.

Nei Vangeli, Maria parla soltanto quattro volte. Talvolta è presente, ma non dice nulla e in molti altri episodi importanti della vita del figlio semplicemente non c’è. Quando si rivolge a lei, Gesù non la chiama “madre” ma la chiama “donna” e non la incarica di alcuna missione prima della sua morte, ritenendola evidentemente ben diversa dagli apostoli.

Ancora, in alcuni episodi dei Vangeli sembra che Cristo consideri la sua vera “famiglia” non quella composta da Maria, Giuseppe e dai suoi fratelli, bensì quella costituita dalla folla di fedeli e poveri che lo seguivano (*).

Matteo: 12, 46-50

Gesù stava parlando alla folla. Sua madre e i suoi fratelli volevano parlare con lui, ma erano rimasti fuori. Un tale disse a Gesù: – Qui fuori ci sono tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlare con te.
Gesù a chi gli parlava rispose: – Chi è mia madre? E chi sono i miei fratelli?
Poi con la mano indicò i suoi discepoli e disse: – Guarda: sono questi mia madre e i miei fratelli, perché se uno fa la volontà dl Padre mio che è in cielo, egli è mio fratello, mia sorella e mia madre.

Gesù, d’altronde, era un ebreo e un monoteista, non proponeva certo il culto di se stesso, tanto meno di sua madre. La proclamazione di Maria come “madre di Dio” è avvenuta nel 431, cioè quattro secoli dopo la predicazione di Gesù e, nonostante gli evangelisti abbiano esplicitamente parlato dei fratelli di Gesù, questi sparirono letteralmente dalla circolazione poiché da subito si insistette molto sulla verginità di Maria.

L’idea che la madre di una divinità fosse vergine non era certo una novità, piuttosto, ricalcava molti miti religiospagani dell’Egitto, della Babilonia, della Persia e altri ancora. In particolare fu il culto di Iside ad ispirare molte delle caratteristiche che poi sarebbero state proprie del culto mariano.

La divinizzazione crescente di Maria offriva una serie di vantaggi per la Chiesa: da una parte, i popoli pagani che si avvicinavano al Cattolicesimo trovavano maggiormente rassicurante e affine una divinità materna rispetto all’assolutismo monoteista, reso ancora più ostico per il suo legame con la parola scritta in tempi di analfabetismo generalizzato; dall’altra parte, Maria vergine e madre rappresentava un ideale di perfezione femminile cui aspirare che sarebbe però rimasto biologicamente inaccessibile per qualunque donna, anche la più devota.

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Annunciata di Palermo di Antonello da Messina (1476 – Palazzo Abatelli, Palermo)

Il culto mariano comportò anche una piccola “rivoluzione” nell’estetica occidentale, poiché all’icona di Maria venne associato il colore azzurro, tipico dei suoi abiti, fino ad allora considerato un colore che caratterizzava i popoli barbari, per via dei loro occhi azzurri.

Forse qualcuno ritenne che per la madre di Dio non fosse sufficiente aver concepito senza “conoscere uomo”, pertanto in molti vollero sottolineare che Maria fu vergine eterna, in ogni tempo (aeiparthenos), cioè che restò vergine anche dopo il parto, parto che avvenne con “la vulva e l’utero chiusi”, come affermò con sicurezza l’arcivescovo e teologo Incmaro di Reims, intorno al IX secolo.

Per secoli, la verginità di Maria ha rappresentato un dogma blindatissimo, un caposaldo della dottrina e della misogina ecclesiastica. Nel 1854 la Chiesa spinse ancora più in là questa esaltazione parossistica, affermando che Maria era nata senza il marchio del peccato originale che caratterizzava le discendenti di Eva: è questo il dogma dell’Immacolata concezione, spesso frainteso con quello della verginità. Rimaneva quindi la purezza, nella sua accezione più ampia, ad essere l’elemento distintivo di Maria e del suo culto, molto meno che la maternità in sé.

Il culto mariano, pertanto, è stato funzionale alla riproduzione di tutte le forme di patriarcato, alla giustificazione della subalternità morale cui la Chiesa ha relegato le donne e al processo di colpevolizzazione del genere femminile ed in particolare della loro sessualità.