Esistono regni più pervasi dall’odore del patriarcato di altri. Alcuni dei più ardui da abitare sono quelli nei quali il discorso dominante consiste in plurime declinazioni della gara a Chi Ce l’Ha Più Lungo. Dall’alta pasticceria francese alla club culture, passando per il gaming, le donne e le persone non-binary sono sistematicamente sottoposte ad uno scrutinio volto a mettere in discussione la loro legittima partecipazione a tali realtà sociali. Praticare un hobby o una professione che dovrebbe dare piacere rischia allora di diventare un percorso ad ostacoli, irto di quiz, battutine, insulti e lagne di chi rimpiange un’ipotetica età dell’oro in cui “le femmine” non avevano ancora rovinato la possibilità di trovarsi tra soli uomini per godere di una quanto mai necessaria Nicchia Maschile.

Alla luce di tutto ciò, non mi sono stupita più di tanto, quando ho letto il commento di un conoscente alla notizia della collaborazione tra Ernie Ball Guitar e St. Vincent, che descriveva gli humbucker dello strumento disegnato dalla musicista texana come “froci”. D’altronde c’era da aspettarselo: Annie Clark non è un Uomo Eterosessuale. Cosa mai potrà saperne di rock e di tecnologie del secolo scorso?

Questo esempio, a mio avviso, illustra splendidamente uno dei meccanismi attraverso i quali viene costantemente rinsaldata l’idea che il regno dell’attrezzatura e della strumentazione “rock” sia a tutti gli effetti maschile. Gli uomini che sono legittimati a definire le caratteristiche della loro nicchia si adoperano per svilire l’operato di chi fa parte della comunità in un corpo femminile o non-binary, confermando al contempo la percezione che quei corpi siano una minoranza pressoché insignificante. L’uso di metafore che pongono la questione sul piano del genere, del sesso e dell’orientamento sessuale, come nel caso degli humbucker “froci”, sono la ciliegina sulla torta, nonché un elemento che ci agevola fin troppo nella nostra analisi.

Fare un giro in un negozio di musica significa spesso scontrarsi con pareti e pareti di cartelloni pubblicitari che ritraggono schiere di metallari e altri notabili riccardoni dediti all’endorsement di un dato strumento. Le donne vestite che ci invitano a comprare sono sempre pochissime o inesistenti, a meno che non ci si rifugi negli angoli più protetti dalla cattiveria dei fuzz e delle testate Orange, come quello delle chitarre acustiche.

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Tale sottorappresentazione sembra essere sistematica, e probabilmente giustificata attraverso il mantra di molte aziende che operano in ambiti male-dominated: le donne non piegate allo sguardo maschile alienano il potenziale pubblico maschile e danneggiano i profitti.

Alla luce di tutto ciò, la messa in produzione della chitarra signature di St. Vincent rappresenta un evento quasi epocale. Ernie Ball ha infatti scommesso sul talento e sulla lunghissima esperienza di Annie Clark, sfidando gli stereotipi e le tradizioni della propria nicchia, nella quale il dato per scontato è che il privilegio di disegnare una chitarra e adattarla ai propri gusti ed esigenze sia concesso solo agli uomini.

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In passato si sono registrati solo una manciata di casi che rappresentano delle eccezioni. Cercando a lungo in rete sono riuscita a trovarne solo tredici. Si tratta di cinque chitarre acustiche (Lucinda Williams, Nancy Griffith, Nancy Wilson, Sheryl Crow e Kaki King) e di otto elettriche.

La maggior parte delle musiciste che hanno disegnato chitarre acustiche appartengono al mondo del country, nel quale, storicamente, si è sempre riscontrato un discreto culto dell’operato femminile.
La questione cambia quando ci spostiamo sulle chitarre elettriche.

Delle otto che ho individuato, la più diffusa nei negozi e ancora agilmente reperibile sul mercato è la Squier Avril Lavigne Telecaster, uno strumento costoso per la sua categoria, di qualità abbastanza scarsa, e palesemente pensato per le teenager degli anni zero. Da circa tre anni ne vedo una tra i fondi di magazzino di un negozio di musica che ero solita frequentare, prima che tentassero di rifilarmela in virtù della mia appartenenza alla Minoranza Non-Maschile.

La seconda che vi presento è un prodotto a dir poco agghiacciante: la Jacqueline Mannering Signature ARCO-F1. Se il nome Jacqueline Mannering non vi dice granché, non siete da biasimare. Jacqueline non ha infatti alcun album all’attivo. Ha raggiunto però una discreta popolarità su YouTube, pubblicando video di cover e di improvvisazioni in cui dà mostra della sua abilità nello shredding. Tale stile, molto amato dai riccardoni, prevede assoli eseguiti il più velocemente possibile, il cui sottotesto è spesso un inno fallico della durata di venticinque minuti. I commenti alle sue performance ondeggiano tra il basito e il celebratorio. Jacqueline viene descritta come una donna da sposare, di bella presenza e un’eccezione, in quanto ragazza capace di eseguire senza alcun apparente sforzo ciò che molti riccardoni si sognano soltanto.

La lista prosegue con tre strumenti la cui messa in produzione riflette probabilmente una discreta dose di stima da parte delle case produttrici nei confronti dello stile e delle capacità mostrate dalle chitarriste prescelte. Si tratta della Joan Jett Melody Maker, la Bonnie Raiit Stratocaster e la Rickenbacker 350SH di Susanna Hoffs. Ognuno di questi strumenti è stato realizzato in un decennio diverso, il che significa che tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta sono state prodotte solo due chitarre elettriche firmate da donne, contro le decine e decine marchiate da un nome maschile. La più vecchia, sia che si guardi alle acustiche, sia alle elettriche, è la Rickenbacker 350SH, risalente al 1988.

Non si sa di preciso quale sia stata la prima signature firmata da un uomo, ma l’arco di tempo che separa tale evento dal 1988 supera sicuramente il mezzo secolo. Alcuni pensano che si sia trattato della Rickenbacker Ken Roberts del 1936, mentre altri sostengono che si siano verificati dei casi già negli anni venti.

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Negli ultimi anni si è registrato un piccolo aumento del numero di chitarre signature disegnate da donne. Oltre al modello di Annie Clark, hanno infatti visto la luce la Gibson Explorer Lzzy Hale, la Gibson Flying V di Grace Potter e la Reverend Charger HB di Jenn Wasner.

Un elemento che ho trovato degno di nota tra le chitarre elettriche signature cui è dedicato questo articolo, è la volontà di proporre strumenti che non solo suonassero secondo il gusto delle rispettive creatrici, ma che fossero anche pensati per un corpo non necessariamente maschile. Una parola chiave ricorrente, ad esempio, è la leggerezza, laddove moltissime chitarre di pregio sono invece pesanti e possono causare problemi alla schiena, se suonate per diverse ore al giorno, come nei periodi dedicati ai tour.

Nel descrivere la St. Vincent Music Man, Annie Clark è stata però la prima a parlare esplicitamente di corpo femminile, spiegando che la sua chitarra è pensata anche per lasciare lo spazio necessario al seno di chi la suonerà. Potrà sembrare una piccolezza, eppure non lo è. Prima di leggere la dichiarazione di Annie, non mi era mai passato per la mente che fosse possibile disegnare uno strumento musicale di modo da renderlo comodo per tutt*, non solo per gli uomini. Questo mi ha spinta a guardare con occhi diversi la mia Telecaster, di cui amo immensamente il suono, ma di cui trovo scomodo sia il peso, sia il modo in cui, per suonarla, sono costretta a ignorare il fatto che metà del mio seno sia schiacciato contro la schiena dello strumento, e il resto rischi di poggiare in bella vista su uno dei suoi fianchi.

La speranza è che le case produttrici di chitarre seguano l’esempio di Ernie Ball e conferiscano ad un numero sempre crescente di musiciste il potere di disegnare i propri strumenti. Questo influenzerebbe non solo il design delle chitarre del futuro, di modo da includere i nostri corpi nell’equazione, ma aiuterebbe anche a mandare in pensione l’idea che la competenza, la passione e il talento necessari per creare una chitarra di valore siano un’esclusiva maschile.