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Bag it: la nostra vita è troppo plastica

Bag it: la nostra vita è troppo plastica

Nell’ambito dell’industria alimentare esiste una cosa detta bliss point che è il punto di estasi del palato, il punto cosiddetto di beatitudine. Il giusto miscuglio di dolce, salato e grasso che ci fa raggiungere una reazione (il rilascio di endorfine), e un riflesso (ripetere il gesto che ha procurato quel rilascio). Ciò ci induce a continuare ad ingerire quella cosa che ci ha procurato un così acuto appagamento, facendoci diventare compulsivi, dipendenti, drogati.

Nessuno di noi ci fa caso, e nessuno ha idea del meccanismo. O, se ne abbiamo idea, minimizziamo, trattiamo il discorso in modo vago, indefinito, magari scherzandoci su, senza realizzare che dietro ci siano effettivamente degli studi, delle menti pagate, dei soldi, e della chimica. Solo che di fatto è proprio di questo che si tratta, di scienza provata. Provata e manipolata, ovviamente a beneficio dei venditori.

81630-yeah-mr-white-yeah-science-gif-kR8fPerché vi racconto tutto questo? Questo pezzo non parla dell’industria alimentare, bensì dell’industria della plastica.

Il circuito in cui ci troviamo è però lo stesso: una dinamica che vuole la vendita sopra ogni cosa. E, in un caso come nell’altro, nel momento in cui la dinamica in questione viene messa a nudo, spiegata e motivata, ci sentiamo pressoché raggirati, se non addirittura tonti; potrei dire a metà fra la scimmia ammaestrata e la vittima di una truffa.

Bag it, documentario del 2010 girato da Suzan Beraza, mi sembra un ottimo esempio di come funziona questo meccanismo, ossia lo stato di ipnosi in cui coloro che ci vedono unicamente come consumatori vorrebbero farci vivere in modo permanente. Forse potremmo chiamarlo anche marketing, o disinformazione. Ma qui lo chiameremo Stato Di Ipnosi.

Questo film in poco più di un’ora riesce a mettere perfettamente a fuoco il doppio problema legato all’utilizzo della plastica, ossia: l’aspetto deleterio del materiale in sé e la totale omissione/mistificazione di informazioni in merito.

Si tratta di cose di cui si si è già sentito parlare, che si conosce in parte, superficialmente, ma che fino ad un certo punto, non ci toccano o non ci interessano. Questo documentario però ci fa arrivare esattamente oltre quel punto. Bag it riesce cioè a prendere in mano una questione che è già un po’ nota a tutti ma che tutti tralasciano, per farla diventare di vitale importanza.

Bag it non è proprio indolore. Quando ho finito di vederlo sono corsa in cucina a cercare simboli specifici sotto i coperchi di tutti i miei tupperware. Ma su questo ci torno dopo.

Abbiamo tutti tante buste di plastica. Tutti facciamo la stessa cosa, le raccogliamo le stipiamo sotto il lavello, negli armadi, nei cassetti delle cianfrusaglie. Ogni tanto ne buttiamo qualcuna, perché in fondo sono usa e getta, sono state create per essere buttate via. Ma, affrontiamo la cosa: c’è un problema e non vogliamo ammetterlo. Solo perché la plastica è usa e getta, non significa che se ne vada via. E  poi, VIA DOVE?

Se ci pensiamo bene l’usa e getta è un concetto piuttosto tracotante e compulsivo che, a posteriori, suona un po’ come un delirio lisergico da boom economico. Non che non sia comodo e funzionale. Come viene detto nel film, la plastica è per certi versi, un materiale incredibile (“leggera, plasmabile, durevole, versatile, economica”).

Il problema sono gli effetti collaterali. Il fatto che ce ne sia davvero troppa, per fare un esempio. E il fatto che resti in circolazione praticamente per sempre, per farne un altro. Non a caso la vendita di borse di plastica, oggetto usa e getta per eccellenza, è stata vietata un po’ ovunque, oppure è stata fortemente disincentivata, come attraverso l’aumento della tassazione.

Oggetto monouso in plastica. Pensateci: perché si fabbricano delle cose che la gente usa per pochi minuti utilizzando un materiale che durerà per sempre? E che verrà buttato via. Che senso ha?

giphy_parkÈ una spinta consumista che ormai non riconosciamo nemmeno più come tale perché si è già integrata nella nostra vita e nella nostra routine. In più abbiamo l’alibi della raccolta differenziata e del riciclo con il quale pensiamo di fare la nostra parte e ci mettiamo a posto la coscienza.

Quello che scopriamo qui però è che buona parte della plastica, quella per così dire “peggiore”, difficile da trattare, viene spedita al riciclo in Asia, dove viene scaricata in aree specifiche, all’aperto; e dove della manodopera a bassissimo costo, in barba sia a qualsiasi diritto umano che a qualsiasi protocollo igienico sanitario, seleziona la plastica che si può fondere.

Peccato che fondere la plastica sia un processo che, a sua volta, produce fumi tossici. Il che trasforma il nostro idillio del riciclo in una sorta di connivenza.

I prodotti di plastica usa e getta sono davvero poco costosi? Il punto è questo: non sono così convenienti, qualcuno paga sempre.

Uno dei principi introiettati nel nostro Stato di Ipnosi è che i prodotti in plastica sono convenienti. Ma convenienti come? In quali termini? Se la comodità di un bicchiere usa e getta venisse per così dire addebitata alla vita di ignare tartarughe o, peggio, alla salute dei vostri frugoli, ne sareste comunque soddisfatti?

Lì fuori, in mezzo all’oceano, c’è un’isola grande come due volte il Texas (o forse anche gli interi USA) fatta di zuppa di plastica, detta “grande chiazza di immondizia del Pacifico”. E dico “zuppa di plastica” perché qui la plastica si è scomposta in micro-detriti che permangono sotto la superficie del mare e che, anche volendo, non sono affatto facili da recuperare. In più le specie marine confondono questi residui col cibo.

Per cui, anche se un animale è stato abbastanza fortunato da non rimanere impigliato a vita in una busta di mozzarella, non è detto che ad un certo punto non la ingerisca e non muoia comunque di stenti o soffocamento. Ne sanno qualcosa gli albatros dell’atollo di Midway.

Si è detto poi che la plastica è entrata ormai a far parte della nostra vita; ma non ci è entrata soltanto sotto forma delle borse di plastica che teniamo appallottolate in cucina. Moltissimi oggetti e prodotti che usiamo sono di plastica o derivano da prodotti chimici. Dei 125mila prodotti chimici registrati in tutto il mondo, però, ben pochi siano stati testati per gli effetti sulla salute umana.

In Europa, dal 2006, esiste il programma REACH che testa la sicurezza di un prodotto; ma negli Stati Uniti funziona diversamente. La distribuzione dei prodotti chimici parte senza controllo alcuno. Così, sulla fiducia. E solo se si è in grado di provare la nocività di un certo prodotto, questo verrà esaminato e (forse) ritirato. Probabilmente è a causa di questo genere di iter che siamo arrivati ad avere cose come il BPA e gli ftalati a stretto contatto col nostro cibo, con la nostra pelle, nei giocattoli e nei biberon dei nostri nipotini.

Forse, all’alba del 2015, queste due parole – BPA e ftalati – vi dicono qualcosa, poiché negli ultimi anni sono circolati un pò di opuscoli e articoli di giornale (nel 2012 anche il Ministero della salute italiano ha cercato di fare prevenzione); ma la divulgazione in merito non si può dire proprio massiccia. Anche perché associazioni come l’American Chemistry Council, con grossi interessi economici nella produzione della plastica, continuano a sostenere che questi prodotti chimici non sono nocivi e non espongono a rischi.

tina-fey-shrimpIl BPA è un agente chimico indurente presente nel policarbonato usato per bottiglie, contenitori per alimenti (i tupperware appunto), lattine, e come detto biberon. Gli ftalati al contrario servono per ammorbidire la plastica e sono onnipresenti soprattutto nei prodotti per la cura personale e nei giocattoli. In entrambi i casi dunque finiremo al 100% col mescolarli al nostro cibo, spalmarceli addosso, o ritrovarli masticati e ciucciati in bocca ai bambini. E sono soprattutto loro quelli a rischio, dato che, in tenera età, è sufficiente anche una bassa esposizione a tali agenti chimici, per riscontrare disturbi seri come alterazioni ormonali e disturbi dello sviluppo. Problemi insomma che chiunque, potendolo fare, vorrebbe evitare.

Ammettendo che andare contro le aziende è impossibile e che il governo è troppo lento, quello che non dobbiamo dimenticare è che siamo noi a influenzare le aziende.

Il protagonista e voce narrante del documentario, Jeb Berrier, ripete più volte di essere uno qualunque, “una persona come tante, di certo non un fanatico ambientalista”. Cosi come ripete o fa ripetere più volte le cose da fare per sottrarsi a queste dinamiche e andare contro lo Stato di Ipnosi di cui sopra. Sono semplici indicazioni di carattere pratico, conclusioni dettate più che altro dal buon senso e alla portata di chiunque. Partono dal presupposto più importante: pensare a ciò che si sta facendo. A ciò che si sta comprando. A ciò che ci stanno vendendo. E poi scegliere, distinguere, consumare meno, diversamente, usare le sporte per la spesa. Trovare un proprio gesto, un proprio segnale da lanciare. Forse l’eroismo contemporaneo passa per di qua: nel decidere di bere l’acqua del lavandino, nel tirare fuori i fazzoletti e tovaglioli di stoffa che abbiamo ereditato, o nel portarsi la propria tazza in ufficio.


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  1. Garnant

    3 giugno

    Segnalo che i Tupperware (nel senso di quelli griffati) sono in polipropilene, non in policarbonato (il BPA è assente nel polipropilene, come anche nel PET).

    Sull’argomento consiglio anche il cortometraggio Plastic Bag, lo trovate su Youtube, narrato da Werner Herzog (finale pazzesco).

  2. ta

    4 giugno

    delle varie tipologie di plastica da imballaggio il BPA si trova in quelle indicate dai codici 3 e 7 (li trovate sotto il coperchio o sul fondo del contenitore); che sono quindi quelle da evitare.
    per quanto riguarda la Tupperware solo negli ultimi anni, dopo l’obbligo imposto dalla normativa, avrebbe eliminato quei tipi di plastica… anche se le informazioni ufficiali sono di difficile reperibilità.. meglio il vetro! 🙂

    grazie per la segnalazione su Herzog!

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