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Quando la forza incontra la tenacia: Aung San Suu ...

Quando la forza incontra la tenacia: Aung San Suu Kyi

Ciò che conduce l’uomo a osare e a soffrire per edificare società libere dal bisogno e dalla paura è la sua visione di un mondo fatto per un’umanità razionale e civilizzata. Non si possono accantonare come obsoleti concetti quali verità, giustizia e solidarietà, quando questi sono spesso gli unici baluardi che si ergono contro la brutalità del potere.

Tra i miei idoli ci sono tante donne importanti, ma un posto speciale nel mio cuore è occupato da Aung San Suu Kyi. La sua è una tormentata vita di lotte e impegno politico, di sofferenza, sacrificio e resistenza; eppure, il leitmotif è sempre stata la pace.

La passione per la politica, che ha colorato tutta la sua vita e continua a farlo, l’ha ereditata dai genitori. Il generale Aung San, il padre, era uno dei principali esponenti politici birmani, da tanti considerato un eroe; negoziò l’indipendenza dal Regno Unito nel 1947 e nello stesso anno fu ucciso da un gruppo di oppositori, lasciandola a soli due anni. La madre, Khin Kyi, una volta vedova, cercò di continuare l’operato politico del marito e divenne ambasciatrice dell’India nel 1960.

sansuukyi

Illustrazione di Cecilia Grandi

Aung San Suu Kyi frequenta, quindi, le migliori scuole indiane, lasciandosi influenzare da Gandhi e dalla sua filosofia politica della non violenza, in cui non ha mai smesso di credere. Si trasferisce poi in Inghilterra, dove si laurea a Oxford, e in seguito a New York, dove lavora per le Nazioni Unite per tre anni. Nel 1971 sposa l’inglese Michael Aris, da cui ha due figli. Questo non le impedisce di conseguire un dottorato nel 1985 alla School of Oriental and African Studies di Londra.

L’equilibrio che Suu Kyi è riuscita a portare nella sua vita, ottenendo tutto quello che si può desiderare e che spesso una donna non riesce a ottenere, cioè la famiglia, gli studi completi e il lavoro, viene alterato per sempre nel 1988, anno in cui deve rientrare in Birmania per accudire la madre molto malata. Sono anni difficili per il suo paese, piegato dal regime militare del generale Saw Maung.

Nell’agosto dello stesso anno, assiste a una brutale repressione del popolo in rivolta, con l’uccisione di molti civili, soprattutto tanti giovani studenti e monaci buddisti; ciò la sconvolge così tanto da spingerla a scrivere una lettera al governo, chiedendo la formazione di una commissione che organizzasse delle elezioni democratiche, nonostante il regime abbia appena instaurato lo SLORC (State Law and Order Restoration).

Un mese dopo, fonda un nuovo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), e inizia a tenere comizi davanti al popolo, violando la legge birmana che vieta riunioni politiche con più di quattro persone; nel 1989, il regime, che la considera un pericolo per lo Stato, la mette davanti a un bivio: lasciare il paese o essere condannata agli arresti domiciliari. Lei sceglie la seconda, senza pensarci due volte. Nel 1990 si organizzano delle elezioni apparentemente libere, vinte dalla NLD, che ottiene l’80% dei seggi, ma il regime annulla le votazioni.

Il caso di Aung San Suu Kyi inizia ad avere una risonanza internazionale. Nel 1991 vince il premio Nobel, ritirato dai suoi figli e poi ufficialmente da lei il 16 giugno 2012; con i soldi, costruisce un sistema sanitario e di istruzione in Birmania.

Nel 1995, viene messa in uno stato di semi libertà, con il divieto di lasciare il paese, altrimenti non sarebbe più potuta tornare, e di vedere i parenti. Il permesso non le viene concesso neanche quando il marito muore per un cancro, nel 1999. In questo periodo, torna a tenere numerosi comizi, in cui invita il popolo a non sottostare a leggi ingiuste pacificamente e invita gli imprenditori e i turisti stranieri a non recarsi in Birmania, in modo da boicottare gli investimenti e il turismo, di cui il regime vive.

Nel 2003, durante una manifestazione con i suoi sostenitori, un gruppo di militari uccide molte persone e Suu Kyi si salva per poco; viene condannata a due anni di arresti domiciliari, rinnovati di anno in anno. Nel 2009, viene condannata per violazione degli arresti domiciliari a causa di un fanatico mormone, che raggiunge la sua casa sul lago a nuoto; un mese dopo viene condannata a tre anni di lavori forzati per violazione della normativa della sicurezza, convertiti poi in diciotto mesi di arresti domiciliari.

Il 13 novembre 2010, Aung San Suu Kyi viene finalmente liberata, grazie anche alle sempre più insistenti pressioni dell’opinione pubblica, degli altri governi e dell’ONU. L’1 aprile 2012 ottiene un seggio al parlamento birmano, grazie al quale continua a opporre resistenza al regime e prova a portare il suo paese sulla via della democrazia.

A novembre ci saranno le elezioni presidenziali in Birmania ma Suu Kyi non potrà candidarsi, perché suo marito era inglese e l’articolo 59 vieta la candidatura alla presidenza a chi ha sposato stranieri o ha avuto figli da loro. È stata quindi lanciata una petizione online internazionale, promossa dall’Associazione per l’amicizia Italia-Birmania, per chiedere di modificare l’articolo. Verrà consegnata a Thein Sein, capo del governo birmano.

Aung San Suu Kyi è l’emblema della pace e la sua causa è stata sostenuta dal mondo politico, ma anche da quello della musica e del cinema. Gli U2 le dedicarono la canzone Walk on; l’album che contiene il brano è tuttora illegale in Birmania, con sanzioni che vanno dai tre ai vent’anni. Nel 1997 il sassofonista Wayne Shorter e il pianista Herbie Hancock  incisero un tema intitolato con il suo nome, il quale vinse il Grammy Award come migliore composizione jazz. Nel 2011 è uscito il film The Lady (in Italia The Lady – L’amore per la libertà), incentrato sulla sua vita.

In occasione del suo compleanno, il 19 giugno, le auguro quindi di godere pienamente della libertà, di vivere finalmente la sua vita, di poter stare vicina ai suoi figli e ai nipoti che non ha potuto vedere per anni, di continuare a viaggiare e di portare avanti la sua carriera politica senza restrizioni o freni. Cose normali e, forse, scontate ma non per lei, che ha sacrificato tutto per il bene degli altri. Se ci fossero mille Aung San Suu Kyi, il nostro sarebbe un mondo migliore.


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  1. valivi

    19 giugno

    Ottimo articolo. Non riesco ad accedere alla vostra pagina di Facebook, va tutto bene?

  2. Valeria Righele

    19 giugno

    Ciao Valivi, in che senso non riesci ad accedere? Qui par funzionare tutto :-\

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