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Amore unico o multirelazionalità? Proviamo a capir...

Amore unico o multirelazionalità? Proviamo a capirci qualcosa

Leggevo non molto tempo fa un intervento di Jacques Attali dal titolo L’amore ai tempi del consumismo. L’economista illustrava la sua interpretazione del mutamento nelle relazioni sentimentali dalla coppia al poliamore, un passaggio epocale che corrisponde ai radicali cambiamenti del sistema economico e sociale.

Secondo Attali il poliamore (tornerò a brevissimo sulla questione terminologica) sarebbe frutto di un adattamento delle “regole del cuore” alle “regole di mercato”; in questa fase delicata di passaggio, a pagare il prezzo più alto in termini di stress adattativo sarebbero le donne. L’opinione è motivata dal fatto che, culturalmente e socialmente, la figura femminile fonda la sua sicurezza esistenziale sulla dimensione di coppia, sul legame stabile e duraturo. Difficilmente ciò si concilia con un cambiamento in senso “aperto” delle relazioni.

La mia prima reazione è stata un’alzata di spalle: donna è focolare, donna è famiglia, donna è tradizione, una storia già sentita. Essendomi però occupata da tempo di poliamore e mutamenti nel sistema delle relazioni amorose, ho pensato che una riflessione in più male di certo non avrebbe fatto, anche perché – ad oggi – il dibattito italiano sul tema è quasi interamente declinato al maschile.

Partiamo quindi dalla domanda delle domande: di cosa parliamo quando parliamo d’amore? In un’epoca che ha decostruito il decostruibile, che ha messo in dubbio i fondamenti stessi del pensiero occidentale, che ha fatto della distinzione ragione/sentimento la base del suo agire, l’amore sembra ancora un territorio regolato dalla legge del “è sempre stato così”.

Illustrazione di Silvia Bettini

Illustrazione di Silvia Bettini

La relazione amorosa deve condurre da qualche parte e ci si aspetta che da un momento A (l’incontro con “l’anima gemella”) si passi a un momento B (frequentazione, corteggiamento) al C (fidanzamento/convivenza) per giungere al “risultato finale” ovvero il matrimonio. Prova ne è che tutte le giovani donne, una volta laureate e inserite (anche malamente) nel mercato del lavoro si sentono ripetere assai di frequente la frase “E allora, quando trovi qualcuno?” a cui segue, se quel qualcuno si è già palesato, “Allora quando vi sposate?”.

Questo processo non ha in realtà nulla a che vedere con l’amore romantico. Si tratta del retaggio culturale più antico che possediamo in merito alle relazioni fra i sessi: l’istituto matrimoniale, per niente legato all’idea d’amore fino a quando – nel Settecento inoltrato – qualcuno si è svegliato una mattina e ha iniziato a discutere di sentimenti. [1]

Fino ad allora (e poi ancora per molto tempo) il matrimonio era un vincolo di natura economica la cui funzione era quella di tutelare la prole, cementare i rapporti fra famiglie, costituire l’ossatura di una società sana e funzionale. Funzionava per le grandi dinastie che stipulavano trattati di pace sull’altare, funzionava per i contadini che potevano contare sul “sistema famiglia” per gestire l’economia di sussistenza dei loro campi. I sentimenti esistevano già allora, ma se li potevano permettere solo i ricchi, le cui liste di amanti sono croce e delizia di chiunque decida di dedicarsi allo studio dei casati.

Ma torniamo ad oggi. La difesa della coppia come istituzione sociale e fondamento del vivere civile fa appello a tutta una serie di motivazioni che ben poco hanno a che fare con il concetto di amore: si deve restare insieme per il bene dei figli, per senso di responsabilità rispetto alle scelte fatte, per non essere “consumisti” anche in merito ai rapporti umani, per non “buttare al vento” un investimento emotivo che magari dura da anni.

Investimento emotivo: le parole sono importanti. Relazioni che portano da qualche parte, che sono finalizzate. Investimento, finalità, responsabilità non appartengono alla sfera semantica del sentimento, ma della ragione, ragione alla quale però non riusciamo a ricondurre le nostre “reazioni del cuore”. Una bella gatta da pelare.

La società ci spinge a creare rapporti funzionali e ci propone un modello culturalmente maggioritario di legame che bene si possa combinare con le sovrastrutture economiche [2]. Allo stesso tempo però mantiene vivo in noi il concetto di amore romantico, per quanto tutti coloro che cercano di salvaguardare la coppia tradizionale – “Sii ragionevole, non buttare tutto all’aria” – si appellino alla separarazione tra ragione e sentimento. Ma il prevalere di un approccio sull’altro rischia di portare ad uno squilibrio, perché noi non nasciamo (e qui inizia la mia provocazione) “tarati” su un sistema affettivo binario.

Noi nasciamo improntati alla multirelazionalità [3], termine che di gran lunga preferisco a poliamore, perché richiama il concetto di relazione e quindi combina il campo dell’affettività con quello della costruzione razionale del rapporto.

La famiglia tradizionale, proprio quella a cui si appellano i difensori della coppia “naturale”, è infatti composta da due genitori e una discendenza. Il bambino impara l’amore attraverso la relazione con i genitori e la pedagogia ci ha insegnato che una delle domande più “pericolose” da fare a un bambino è proprio “Preferisci la mamma o il papà?”. La domanda crea stress, imbarazza, mette il bambino a disagio ed è normale. Non si vuole più bene alla mamma o al papà, casomai si preferisce, quando è ora di andare a letto, la mamma per farsi rimboccare le coperte e il papà perché sa raccontare le favole facendo le voci buffe. E viceversa. L’amore non cambia, cambia il tipo di relazione.

Allo stesso modo un genitore con più figli non dirà mai di amare di più il primogenito o il secondo o il terzo, ma di amarli ugualmente, magari in modi diversi per le diverse fasi della vita. Dimostrerà il suo amore per il figlio piccolo raccontandogli una favola, per il più grande accompagnandolo a trovare un amico. Questo perché i rapporti cambiano, cambiano le richieste, cambiano le esigenze, ma l’amore, se è amore, resta.

La maturità emotiva arriva dunque quando incominciamo a non lasciarci sopraffare dai sentimenti, ma li riconosciamo, li “sentiamo” e li gestiamo. La gelosia è un sentimento “normale”, quando non sfocia nello stalking, nella violenza, nella prevaricazione. Su questo credo si possa essere tutti d’accordo e credo si possa essere tutti d’accordo sul fatto che i sentimenti siano tanto femminili, quanto maschili.

La distinzione di Attali in merito allo stress traumatico delle donne in questo momento di mutamento nei rapporti amorosi è dunque dettata più dalla sovrastruttura relazionale che dai sentimenti. Se l’amore unico fosse naturale lo sarebbe per l’uomo quanto per la donna.

L’amore unico però non è naturale. L’aumento dei divorzi, delle separazioni in casa, del numero di relazioni intrattenute da un soggetto nel corso della sua vita non è frutto del consumismo, ma dell’affermazione di una nuova sincerità emotiva. Un tempo ci si innamorava come oggi, ma si taceva, per abnegazione o per omertà, e si “andava avanti” come se nulla fosse.

Oggi il grado di complessità della società, la frammentazione delle certezze (lavoro, salute, posto in cui vivere), rischiano di sottoporre le persone ad uno stress esistenziale eccessivo e portano, nel migliore dei casi, ad un tentativo di semplificazione attraverso una nuova sincerità emotiva. Non esiste più una solida routine di riferimento a cui appellarsi per giustificare lo stoicismo relazionale: abbiamo decostruito tutto, decostruiremo anche l’amore.

Questo può condurre a due esiti: il ciclico susseguirsi di rapporti “tradizionali”, pronti a susseguirsi l’uno all’altro, o la multirelazionalità, ovvero un sistema di rapporti che prevede il cambiamento nella relazione, ma il mantenimento della relazione stessa qualora ritenuta “importante”.

La multirelazionalità non prevede esclusività e lavora sulla gestione di sentimenti quali il senso del possesso, la gelosia, la territorialità, ma prevede anche un impegno superiore rispetto alla ciclicità, perché deve offrire “garanzia” ai soggetti coinvolti di una stabilità relazionale e di una serietà del rapporto che non si basa sulle “sicurezze” certificate socialmente. Non basta un anello al dito per garantire il rapporto, ci vuole impegno quotidiano e quotidiana riconferma della scelta. In questo panorama i soggetti non rivestono un ruolo istituzionale, ma la definizione del rapporto è unicamente legata al rapporto stesso. “Non sei qualcuno perché sei la mia ragazza, sei qualcuno per me in quanto tu soggetto”.

Ovviamente questo tipo di relazione implica, oltre a un alto grado di sincerità fra le parti, la capacità del singolo di definire il suo desiderio e la sua personale visione di relazione affettiva. Non c’è nulla di pronto e confezionato, lo sforzo potrebbe essere alto, i valori negoziabili.

Ma riflettiamo: in un epoca importanta sulla liquidità, che tende a “normalizzare” il tradimento come prassi nelle relazioni a lungo termine (a maggior ragione se confessato), perché “il sesso non è la componente discriminante del rapporto”, che giustifica la vita a distanza perché “la crisi economica, la globalizzazione, gli stili di vita ci condizionano”, che giustifica i momenti di svago e realizzazione personale al di fuori della coppia perché “è giusto che ognuno viva le proprie esperienze e si senta realizzato”, in che cosa consiste l’essenza ultima del rapporto affettivo?

La perdita di riferimenti ci costringe a restare vincolati a schemi “tradizionali” e, nel caso delle donne, a un’immagine femminile dipendente dalla relazione sentimentale? Non è forse possibile pensare ad uno scenario in cui i rapporti evolvano e le persone non vengano sostituite e avvicendate le une nel ruolo delle altre (qui davvero con analogie rispetto ai “prodotti non più funzionali”), ma integrate in un sistema relazionale ampio e articolato?

La possibilità implica un alto grado di responsabilità: nel non prendere alla leggera le situazioni, nel non “sperimentare” sulla pelle degli altri, nell’avere rispetto per le esigenze altrui e per gli altrui sentimenti, nel saper essere presenti non solo quando “spinti dall’emozione momentanea”, ma secondo una scelta, questa sì di vita, ponderata e stabile.

Io ci sarò per te”, detto alla leggera, con la scappatoia della sostituzione in itinere è una frase facile. “Io ci sarò per te anche qualora ci fosse qualcun altro” è assai più complesso, antieconomico in termini emotivi e di tempo, sfidante. Forse è per questo che il cambiamento spaventa, perché ci mette di fronte a una grande libertà che implica però grandi responsabilità. E a volte il vecchio metodo del “tagliare i ponti” è più rassicurante, per quanto ci condanni a perdite non necessarie e ad una non necessaria solitudine.

 

 


Note

[1] Sui percorsi e le scelte all’origine delle unioni matrimoniali:
http://storicamente.org/scelta_del_coniuge

[2] Sulla funzione sociale ed economica della famiglia gli studi spaziano dai decisamente datati al contemporaneo: Friedrich Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1884), Roma, Editori Riuniti 1963; Chiara Saraceno, La famiglia nella società contemporanea, Loescher, 1975; Pierpalo Donati (a cura di), Famiglia risorsa della società, Il mulino, 2012.

Dalla recensione: “Ciò che emerge è che la destrutturazione della famiglia non migliora la condizione esistenziale delle persone, ma spesso la peggiora: se la famiglia, pur articolata in modi diversi, viene depotenziata, le persone diventano socialmente deboli e aumentano la loro richiesta di assistenza. In sintesi, la ricerca dimostra che nelle dinamiche familiari si originano i beni e i mali relazionali che condizionano la vita delle persone”.

[3] Il concetto di multirelazionalità così come inteso in questo contesto è ancora in via di definizione. Esistono studi e ricerche sul termine poliamore e le tipologie di relazione che questa macro categoria racchiude. Tuttavia il termine multirelazionalità assume una valenza più restrittiva all’interno del panorama delle relazioni non monogame. Amore (love all’inglese, quindi da intendersi come amore/affetto; amore/passione), non implica di necessità una scelta relazionale (come da secondo termine) precisa. All’interno dell’insieme poliamore possono dunque essere inclusi gli anarchici relazionali e gli scambisti, mentre il termine multirelazionalità implica, di necessità, una struttura – relazionale appunto – che coinvolga le parti in causa. [http://www.poliamore.org/glossario/]

 


RELATED POST

  1. Paolo

    25 febbraio

    Per me l’amore e la passione erotica a esso legata continua a essere importante per una donna come per un uomo
    A me pare che anche l’amore romantico sia in via di decostruzione e non so se è una buona cosa anche perchè ci vedo un tentativo di razionalizzare ciò che razionale non è, non del tutto.
    Io nell’amore romantico continuo a crederci (esiste, le persone lo provano)..il che non vuol dire che deve durare “per sempre” razionalmente devi mettere in conto che può finireo non essere corrisposto e affrontare la sofferenza che ne deriverà, ma se non scommetti almeno un po’ sul fatto che possa durare non ne vale la pena. L’amore monogamo non è “naturale”? Bè neanche il poliamore..noi tutti siamo un mix di natura e cultura ma siamo comunque noi stessi.
    e se la monogamia con fedeltà reciproca (con o senza matrimonio) continua a essere la modalità di relazione amorosa più diffusa e la fedeltà sentimental-sessuale reciproca continua ad essere per molti (ma non per tutti) una cosa importante, non può essere solo una “imposizione” esterna che non ha nulla a che fare con ciò che vogliamo per noi stessi.
    comunque fermo restando che ognuno vive la sua affettività e le sue relazioni amorose come vuole e che se entrambi sono d’accordo nel non ritenere l’esclusività sessuale reciproca un valore importante non c’è problema, direi che una relazione monogama stabile richiede per funzionare più o meno lo stesso grado di fiducia reciproca, onestà e “gestione della gelosia” delle relazioni amorose non monogame (coppia aperta, scambista o poliamorosa che sia).
    Personalmente io (e non solo io) non posso e non voglio impedire alla mia compagna di innamorarsi e/o avere rapporti sessuali con un’altra persona ma ho il diritto di dire che non voglio più stare con lei, e lei lo stesso nei miei confronti. Detto questo, massimo rispetto per chi sta in una relazione aperta (di qualunque tipo sia) ed è felice così

  2. TEodora

    25 febbraio

    Salve!vorrei chiedere alcune delucidazioni su alcuni punti che non mi sono chiari.
    Lei scrive che “l’amore unico non è naturale”, come se amare una sola persona tutta la vita derivasse necessariamente, per ogni singolo individuo, da un’imposizione culturale che dall’alto obbliga a sentire l’amore solo in un dato modo. Io penso che l’esclusività in un rapporto, un’esclusività che non significa soffocamento ma unicità, sia possibile solo se è quello che si vuole. Non possiamo dire che l’amore esclusivo è una scelta tra le tante, esattamente come lo è la multirelazionalità che, se non ho capito male, è la facoltà di amare anche più persone contemporaneamente ma in modo differente? Lei scrive che la multirelazionalità è la nostra condizione naturale, quella del bambino che è portato ad amare entrambi i genitori ma in modo diverso. In primis,pur trattandosi di amore, non riesco a capire come si possa paragonare il rapporto genitori-figli ad una relazione sentimentale tra adulti. Lei poi si riferisce nell’articolo ad un modo tutto occidentale di impostare il rapporto genitori figli. Inoltre, non è come dire, ancora una volta, che un rapporto esclusivo è contro la nostra stessa natura? Ma non potrebbero essere perfettamente plausibili e legittime e naturali entrambe le cose, proprio perchè sono frutto del nostro personalissimo esistere a questo mondo? Mi sembra troppo forte dire “l’amore unico non è naturale”. Come si può usare il termine “naturale” quando a questo mondo, per fortuna, esistono tanti modi di dare senso alle esperienze della vita?

    Spero che i miei pensieri e le mie domande non sembrino aggressivi e polemici, perchè non è questa la mia intenzione. A volte mi viene da pensare che non ci sia una fine di quelli che sono stati a lungo i modelli dominanti, ma che finalmente accanto ad essi emergano altri modi di dare significato alle esperienze della vita, modi che sono sempre esistiti e che sempre sono stati repressi.
    Grazie in anticipo

  3. Paolo

    25 febbraio

    Concordo nella sostanza con Teodora, in effetti paragonare il rapporto genitori-figli a un rapporto sentimentale tra adulti mi pare un azzardo.
    per quanto riguarda le relazioni amorose io credo nell’appartenenza reciproca nella libertà, sembra un paradosso ma credo che a volte capiti, anche se non è facile

  4. Paolo

    25 febbraio

    insomma l’importante è trovare un equilibrio, per quanto difficile sia, nelle nostre relazioni amorose (monogame, poli o aperte che siano)

  5. teodora

    25 febbraio

    Avrei qualche altra domanda. La multirelazionalità che ha di diverso dalla poliandria o dalla poligamia? E’ il fatto di non essere inserita in una cornice istituzionale?

    Lei scrive:

    “La multirelazionalità non prevede esclusività e lavora sulla gestione di sentimenti quali il senso del possesso, la gelosia, la territorialità, ma prevede anche un impegno superiore rispetto alla ciclicità, perché deve offrire “garanzia” ai soggetti coinvolti di una stabilità relazionale e di una serietà del rapporto che non si basa sulle “sicurezze” certificate socialmente. Non basta un anello al dito per garantire il rapporto, ci vuole impegno quotidiano e quotidiana riconferma della scelta. In questo panorama i soggetti non rivestono un ruolo istituzionale, ma la definizione del rapporto è unicamente legata al rapporto stesso. “Non sei qualcuno perché sei la mia ragazza, sei qualcuno per me in quanto tu soggetto”Ovviamente questo tipo di relazione implica, oltre a un alto grado di sincerità fra le parti, la capacità del singolo di definire il suo desiderio e la sua personale visione di relazione affettiva. Non c’è nulla di pronto e confezionato, lo sforzo potrebbe essere alto, i valori negoziabili ”

    Ma la multirelazionalità così descritta non è esattamente quello che dovrebbe essere un sano rapporto di coppia? E perchè in un rapporto di coppia esclusivo o “amore unico”, tutto dovrebbe essere “pronto e confezionato” a priori? Non si può amare esclusivamente qualcuno senza ricoprire ruoli, senza avere codici cui attenersi, ma semplicemente essendo se stessi, scambiandoli quei ruoli? Quindi, per esempio, per una coppia monogama la donna deve essere “la costola dell’uomo”, quella da proteggere, senza che possa essere il contrario?. Per un “amore unico” devono valere per forza, per tutti, gli stessi schemi del tipo : la donna non può offrire la cena all’uomo perchè è degradante per l’uomo in quanto uomo ( giuro che ho sentito discorsi così).

    Cito ancora : “Ma riflettiamo: in un epoca importanta sulla liquidità, che tende a “normalizzare” il tradimento come prassi nelle relazioni a lungo termine (a maggior ragione se confessato), perché “il sesso non è la componente discriminante del rapporto”, che giustifica la vita a distanza perché “la crisi economica, la globalizzazione, gli stili di vita ci condizionano”, che giustifica i momenti di svago e realizzazione personale al di fuori della coppia perché “è giusto che ognuno viva le proprie esperienze e si senta realizzato”, in che cosa consiste l’essenza ultima del rapporto affettivo?”

    Quando lei riporta queste affermazioni:

    ” in un epoca importanta sulla liquidità, che tende a “normalizzare” il tradimento come prassi nelle relazioni a lungo termine (a maggior ragione se confessato), perché “il sesso non è la componente discriminante del rapporto”

    Mi chiedo: stiamo parlando ancora di amore? O di una intensa complicità intellettuale, che non c’entra con l’amore, come lo era, ad esempio, per Simone De Beauvoir e Sartre?. Poi “giustifica i momenti di svago e di realizzazione al di fuori della coppia”. Ma quale coppia sana può andare avanti senza che quelli che la compongano abbiano i propri spazi? Ma un rapporto d'”amore unico” deve significare smettere di vivere? Ma perchè un rapporto esclusivo dovrebbe implicare un arresto della propria crescita come singolo essere umano per forza?Possono esistere rapporti di coppia in cui si dà importanza alla realizzazione reciproca senza per questo essere meno uniti?

    Io mi chiedo una cosa. Ma è così necessario distruggere per essere liberi?
    Non è l’amore esclusivo a dover essere decostruito, è la pessima educazione che produce l’unica forma di “amore unico” di cui ho letto in questo articolo : avvilente perchè non lascia liberi di essere se stessi, imbrigliato nei ruoli, con persone incapaci di lavorare su stesse per il bene dell’altro ( il famoso discorso sulla gelosia)
    La pessima educazione a cui mi riferisco è educare le bambine a non giocare col meccano perchè non è da femmine, reprimerne la forza, la tenacia,dire loro che il rosa è il colore esclusivo delle donne, è dire loro che non hanno diritto ad una sessualità libera.
    E’ educare i bambini a non “fare le femminucce”, a non mostrarsi mai sensibili perché i maschi non fanno così, è fargli credere che un padre non possa prendersi cura dei figli tanto quanto una madre, è dirgli che un vero uomo pensa le donne principalmente come oggetti sessuali.
    E’ educare i bambini a credere che l’amore sia solo tra eterosessuali.
    Ho fatto degli esempi banalissimi e scontati, perchè l’unica cosa che voglio affermare è che qualsiasi relazione, perchè sia autentica, deve basarsi sul considerarsi persone, sull’amarsi in quanto persone, non in quanto attori sociali che rivestono un ruolo con precisi comportamenti cui attenersi.
    Non c’è bisogno di distruggere l'” amore unico” per affermare la multirelazionalità, e sarebbe tremendamente ingiusto se qualcuno si permettesse di contestare la legittimità della multirelazionalità come modalità di relazione. Non me ne frega niente di difendere la coppia come istituzione, ma come modalità di relazione possibile, senza che debba fare necessariamente schifo, al di fuori delle idiozie di quelli che : ” si deve restare insieme per il bene dei figli, per senso di responsabilità rispetto alle scelte fatte, per non essere “consumisti” anche in merito ai rapporti umani, per non “buttare al vento” un investimento emotivo che magari dura da anni. ”

    Grazie ancora.

  6. Paolo

    25 febbraio

    “a non mostrarsi mai sensibili perché i maschi non fanno così, è fargli credere che un padre non possa prendersi cura dei figli tanto quanto una madre, è dirgli che un vero uomo pensa le donne principalmente come oggetti sessuali.”

    in effetti sarebbe il caso di insegnare a bambini e bambine a essere forti senza negare la loro sensibilità (che non è legata direttamente a “quanto si piange”). E va insegnato anche che se e quando proveranno desideri sessuali verso una ragazza o un ragazzo non ci sarà nulla di male nè di degradante
    Va da sè che forza e sensibilità come il loro contrario sono sia maschili sia femminili. E ancora una volta concordo con Teodora anche sul resto dell’intervento.
    Fiducia reciproca così come la passione sono gli elementi di qualsiasi felice relazione amorosa, esclusiva o aperta che sia

  7. caterina bonetti

    25 febbraio

    @Teodora cercherò di rispondere a tutte le sue domande, ma per prima cosa ci tengo a dire che questo pezzo non aveva assolutamente l’intento di proporre un modello relazionale “in competizione” o “in alternativa” rispetto a quello monogamo “tradizionale”. Parlare laicamente di multirelazionalità equivale, a mio parere, al parlare laicamente di famiglie non eterosessuali: nessuno impone l’omosessualità come “scelta di vita”, ma riconoscere che l’amore eterosessuale non è l’unica forma di amore possibile, pur non intaccando la famiglia “tradizionale” ci impone di riflettere su “altre realtà” con eguale dignità. Quindi: nessun modello vincente, nessuna “verità” rispetto alle relazioni, ma uno stimolo alla riflessione. Quando faccio riferimento alla “naturalità” dell’amore multirelazionale e lo faccio, anche come pungolo critico, citando l’amore fra genitori e figli, ritengo di non fare un eccessivo azzardo. Sotto un certo profilo culturale siamo infatti portati a ritenere “vero amore” l’amore erotico che si esprime fra due individui. Trascuriamo che, in molti casi, soprattutto quando si fa appello al mantenimento della coppia come istituzione, si fa invece riferimento a un amore “ragionato”, che passa per la comunione di progetti, per la vicinanza emotiva/spirituale, per la complicità e l’intesa intellettuale. E’ infatti possibile che coppie di lungo corso mantengano un legame eroticamente connotato, ma – talvolta – l’amore si trasforma in qualcosa di più legato alla sfera puramente sentimentale. E’ un amore di grado inferiore? Lei cita l’esempio di Sartre e della De Beauvoir e afferma che fra i due non esisteva un vincolo d’amore. Questa mi pare un’affermazione un po’ forte (lo dico senza asprezze di tono). Io credo che la relazione fra i due possa essere considerata d’amore così come quella fra due anziani coniugi da sempre monogami o fra due giovani innamorati ai loro primi mesi di convivenza. Cambia la declinazione dell’amore, cambiano le “regole normative del rapporto” forse, ma non credo si possa dire con sicurezza che cambi l’amore. Culturalmente siamo più portati a ritenere vero amore quello fra Dante e Beatrice, ma ci dimentichiamo che Dante era sposato (e con numerosa progenie) con un’altra donna che, non possiamo affermare con sicurezza non amasse. Questo per dire che la cultura è un fattore di grande discrimine nella percezione di quello che definiamo “vero amore”. Quello che intendevo sostenere nel pezzo (e che spero ora di aver chiarito) è che la multirelazionalità non è un’alternativa all’amore monogamo. Non stiamo discutendo di cosa sia meglio, ma riflettendo su possibili forme relazionali. Condivido poi a pieno la riflessione sui modelli educativi e non posso che essere d’accordo.

  8. Bianca Bonollo

    26 febbraio

    Un articolo (decisamente in tema) che ho trovato sull’Economist:

    http://www.economist.com/news/science-and-technology/21642000-promiscuity-and-fidelity-seem-be-specific-biological-adaptations-their

    🙂

  9. Paolo

    26 febbraio

    l’amore romantico tra individui per essere stabile ha bisogno (secondo me) sia della passione erotica (che in alcune coppie continua anche in età avanzata in altre no) sia di una intesa emotiva e intellettuale quindi io non ci vedo contraddizione nè nulla di biecamente “normativo”, fa parte dei modi in cui l’amore può ed è vissuto.
    Al tempo di Dante i matrimoni avevano poco a che fare con l’amore ma non sapremo mai cosa provasse per Gemma Donati, probabilmente le voleva bene.
    Simone De Beauvoir e Sartre si sono amati all’inizio anche dal punto di vista erotico, poi magari hanno cercato la passione con altre passione ma la loro intesa intellettuale non è mai venuta meno

  10. Paolo

    26 febbraio

    “dopo magari hanno cercato la passione con altre persone (e forse hanno amato anche loro)”
    Sartre e De Beauvoir erano una “coppia aperta” (Anche Frida Kahlo e Diego Rivera credo che lo fossero) e se sta bene a tutti e due non c’è nulla di male

  11. Skywalker

    27 febbraio

    No vi prego, Bauman e le relazioni amorose c’entrano come i cavoli a merenda. Ho trovato il suo “amore liquido” fuoriluogo nei passaggi di definizione di relazione. E cmq il polimore, da quel che leggo, pare null’altro che la versione hipster delle comuni hippy (citofonare bjork e courtney love che ci son cresciute e ricordano la loro infanzia con orrore) e la versione laica della poligamia (destrutturata, ripulita, politicamente corretta). La monogamia ha smesso da 40 anni, da quando esiste il divorzio, di essere l’unica forma di relazione sentimentale. Solo che all’attivo né le femministe, né le minoranze gender oriented hanno proposto un modello migliore. Solo surrogati.

  12. caterina bonetti

    28 febbraio

    Opinione interessante quella del surrogato. Potrebbe anche essere. Certo ridurre la multirelazionalità alla poligamia e/o alle comunità hippy è, appunto, un po’ riduttivo. Mi piacerebbe invece capire meglio in cosa sbaglierebbe o sarebbe carente Bauman dal punto di vista dell’analisi della relazione.

  13. Layla

    28 febbraio

    Ho qualche dubbio sulla parte finale dell’articolo. Non sono d’accordo sul fatto che la poligamia o il poliamore sia un metodo per non tagliare i ponti. Non so mi dà l’idea della poligamia come alternativa al lasciare una persona. Cosa che secondo me non è, forse è mal formulato l’ultimo pensiero perchè il resto non mi sembra implichi questo. Comunque mi sembra un po’ forzato tutto questo discorso perchè mi sembra che ponga la poligamia come scelta e a mio parere non lo è, come non lo è essere omosessuali. Ci sono certo persone poligame che si forzano all’interno di relazioni monogame con risultati disastrosi (più o meno gli stessi di omosessuali in relazioni etero). Tuttavia come non credo che “siamo tutti un po’ bisessuali” così non credo che “siamo tutti un po’ poligami”, il chè a mio parere fa cadere la tesi che la diffusione della poligamia (o la maggior apertura nei confronti di questa ) sia dovuta alla società. O quantomeno è dovuta alla società in quanto oggi essendo più tollerata più persone si sentono libere di essere sè stesse e di non forzarsi in relazioni per loro non naturali.

  14. Skywalker

    2 marzo

    Guarda Caterina, per quanto mi riguarda quel che c’è di interessante da leggere di Bauman lo trovi tutto ne “Il disagio della postmodernità”, finchè parla genericamente – vabbè è sociologo – della questione dei confini, degli stati nazionali, dell’immigrazione, delle minoranze ok, fa benissimo il suo mestiere, ma le derive divulgative del suo studio (tutto pubblicato dalla Laterza) non sono altro che la versione liquida e diluita di quel testo del 1998. E spesso e volentieri nelle sue disamine di questi scritti divulgativi ho trovato un sottotesto moraleggiante da trombone ottantenne che non riesce più ad interpretare il tempo presente davvero fastidioso (infatti va fortissimo Bauman tra quelli che invecchiano senza maturare). Amore liquido è un testo a tesi è quello il problema.

  15. Layla

    2 marzo

    @Skywalker So che non c’entro nel discorso però volevo ringraziarti perchè finalmente trovo qualcuno che la vede come me. Ho letto Consumo dunque sono di Bauman e mi ero trovata abbastanza d’accordo con la sua visione del consumismo e su molte delle sue idee. Sono anche andata a sentirlo parlare una volta e non mi era dispiaciuto.
    Poi ho letto Amore liquido e ho avuto la stessa impressione ovvero una sorta di analisi che per quanto sembrasse voler rimanere oggettiva ricadeva sul moraleggiante spinto, una roba degna di un ciellino. In più è incompleta, tratta in modo superficiale, banale, non contestualizzato le teorie di Judith Butler ( e anche femministe se non ricordo male) veramente una delusione non sono riuscita a finirlo. In più il tutto da una prospettiva privilegiata e inconsapevole di esserlo.

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