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So quanto valgo: i meriti di “Agent Carter”

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L’universo supereroistico, specialmente quello della Marvel, è popolato da un numero infinito di uomini straordinari. Superforti, superbuoni, superintelligenti e persino alieni, ma di donne all’orizzonte se ne vedono poche. Si continua a vociferare di un film sulla Vedova Nera, ma a quanto pare, ai piani alti non sono convinti, perché di fatti concreti non ce ne sono. In mezzo al mare di disappunto, naviga tuttavia una piccola zattera di speranza: la serie dedicata a Agent Peggy Carter, comparsa per la prima volta nel film di Captain America – Il primo Vendicatore.

Peggy Carter e Steve Rogers si erano conosciuti nell’esercito, prima ancora della trasformazione di quest’ultimo in Captain America, e fra loro c’era sempre stata una certa chimica. Chimica che non porta a molto, un po’ perché Captain America con le donne non ci sa proprio fare, un po’ perché Steve “muore” in missione (in realtà sopravvive grazie alla fortunata coicidenza di schiantarsi in un ghiacciaio e si risveglia nel futuro, ma quella è un’altra storia).

Alla morte di Captain America, Peggy Carter continua il suo prezioso lavoro nell’esercito e poi, alla fine della guerra, passa alla SSR, un’agenzia governativa stile CIA. Qui la ritroviamo nella serie della Marvel Agent Carter, composta da otto puntate: “un esperimento”, evidentemente, per misurare l’interesse del pubblico su una protagonista femminile.

Nonostante questa premessa – a nessuno piace essere un esperimento – Agent Carter è una gran bella storia. Hayley Atwell, nei panni di Peggy Carter contro il Patriarcato, spacca tutto e ci regala un’ottima performance.

La serie è quindi un incrocio fra Mad Men e Buffy, dove Peggy è Buffy, i mostri sono spie russe e i colleghi di Peggy sono gli insopportabili uomini sessisti di Madison Street (senza la patina glamorosa regalatagli da Mattew Weiner).

“I conducted my own investigation because no one listens to me. I got away with it because no one looks at me. Because, unless I have your reports, your coffee or your lunch, I am invisible”

“I conducted my own investigation because no one listens to me. I got away with it because no one looks at me. Because, unless I have your reports, your coffee or your lunch, I am invisible”

Siamo pur sempre nel 1946, e se Buffy era costretta a sopportare il paternalismo e gli sguardi di scherno di certi adulti e supercattivi, non è niente in confronto alla costante ondata di sessismo istituzionale che Peggy Carter riceve ogni giorno.

Nonostante tutta l’esperienza e la competenza guadagnate durante la guerra, e l’innato talento nel risolvere codici ed enigmi, Peggy viene trattata a tutti gli effetti come una segretaria. La nostra eroina, però, ha altre cose a cui pensare, e non esita ad approfittarsi dei pregiudizi e delle debolezze dei suoi colleghi nei suoi confronti per portare a termine la sua missione.

Come dite? Volete sapere di quale missione si tratta? Davvero, non importa. Vi dirò solo che c’entra quello sciagurato di Howard Stark.

Non importa perché il boss finale di questo telefilm, che Peggy Carter combatte ogni giorno, parallelamente alle sue missioni più tradizionali, è il Patriarcato. Sono i commenti e le frecciatine inappropriate, il venir sottovalutata, ignorata, messa in dubbio e usata come capro espiatorio. Eppure, Peggy Carter ne esce, in quale modo, vincitrice, usando ogni arma e debolezza nemica a propria disposizione.

È questa, in realtà, la sua specialità – usare tutti i mezzi a propria disposizione per arrivare all’obiettivo – e si riflette anche nel suo modo di combattere: lontano dallo stile preciso e quasi ipnotico della Vedova Nera, Peggy usa qualunque cosa: pinzatrici, valigie, letti, specchi, rossetti sonniferi, e chi più ne ha più ne metta. Passa dal comportarsi da femme fatale a James Bond nel giro di tre minuti e disinnesca bombe altamente esplosive nel bagno di casa propria con ingredienti da cucina e qualche liquore.

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Sì, lo so, vi avevo convinto a “pinzatrici”.

Agent Carter crea una dinamica molto interessante fra i suoi personaggi: Jarvis, il maggiordomo di Stark, è chiamato ad aiutare Peggy nelle sue missioni, ma la sua funzione è unicamente di supporto intellettuale/morale. In altre parole, Jarvis ricopre quel ruolo classicamente riservato ad un personaggio femminile: si preoccupa, cura le ferite, ogni tanto aiuta a salvare la situazione. Peggy è chiaramente l’eroe della nostra storia, e ciò viene dimostrato esplicitamente nella seconda puntata, in cui Peggy indaga e spacca i culi ai cattivi in diretta opposizione con un programma radiofonico su Captain America, dove viene invece rappresentata come una piagnucolante donzella in pericolo (cosa che le da un fastidio incredibile, a ragione).

“A stray kitten, left at your door to be protected, the secretary turned damsel in distress, the girl on the pedestal, transformed into some daft whore. You’re behaving like children. What’s worse is this is just shoddy police work.”

E qual è l’altra componente fondamentale di un set di personaggi in una storia di supereroi? Abbiamo già visto l’eroe, l’aiutante, e i cattivi; manca quindi la donzella in pericolo da salvare e/o corteggiare. Nonostante uno dei suoi colleghi abbia un debole per lei e tutti speculino sulla natura del suo rapporto con Stark, nelle vesti di quest’ultimo ruolo vediamo Angie Martinelli, una vivace attrice-cameriera determinata a fare amicizia con Peggy nonostante la sua reticenza (causata da un classico complesso dell’eroe).

Il rapporto fra le due è classificato come amicizia, ma codificato come sentimentale. Ciò significa che se al posto di Peggy ci fosse stato un eroe di sesso maschile, tutti avrebbero gridato all’Amore. Ma, visto che si tratta di due donne, a meno che non sia esplicita, viene vista dal pubblico solo e unicamente come amicizia, ignorando gli sguardi, il salvarsi a vicenda in modi differenti. Chiedere qualcosa di più esplicito sarebbe stato assurdo, stiamo pur sempre parlando della Marvel, ma come al solito rimane un po’ l’amaro in bocca.

Insomma, Agent Carter non è IL miracolo o LA risposta a tutti i nostri problemi. Ha ancora un cast marcatamente bianco – cosa che, andiamo, perfino Mad Men ha iniziato a cambiare – ed eterosessuale, probabilmente perché hanno ritenuto eccessivo parlare di sessismo, razzismo e omosessualità (o bisessualità) contemporaneamente, ad un pubblico abituato al supereroe maschio bianco eterosessuale (sia mai imparino qualcosa oltre a vedere tante esplosioni).

Tuttavia, ha i suoi meriti: stravolge la normale assegnazione dei ruoli classici del genere supereroistico e di genere, rifugge dagli stereotipi, non assegna un “uomo” a Peggy Carter, e per una volta ha il suo centro assoluto nella lotta al sessismo istituzionale, non relegandolo in un angolino a prendere polvere. In più, è sarcastico, divertente e appassionante.

(Certo, poi tutto il “lavoro anti-eteronormativo” fatto nel telefilm viene annullato dal fatto che nel film di Captain America – The Winter Soldier, una Peggy dai capelli bianchi parla a Steve del suo matrimonio e dei suoi figli, ma ignoreremo questo fatto, altrimenti mi arrabbio soltanto).

“If you don’t mind, these surveillance reports need to be filed, and you’re really so much better at that kind of things”

Peggy è un’eroina fantastica, brillante, ironica e letale, un po’ testarda e riluttante a mostrare la sua fragilità, ma alla fine di una lunga giornata passata a salvare il mondo, anche lei è costretta ad appoggiarsi ad altre persone per sopravvivere. Ed è questo che la rende incredibilmente umana ai nostri occhi. Guardando Peggy Carter combattere ho capito perché gran parte degli uomini adorano e si ritrovano in eroi come Spiderman o Batman: la loro umanità li rende parte di noi.

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Ah, dimenticavo, Peggy andrà poi a fondare S.H.I.E.L.D. insieme a Howard Stark. Così, giusto perché sappiate chi dovete ringraziare per Coulson, Fury e compagnia bella.

 


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  1. Paolo

    30 Aprile

    siamo nel 1946, non credo che nelle agenzie governative statunitensi lavorassero molti afro-americani allora.
    Comunque ho letto con interesse, sembra una ottima serie con personaggi e situazioni credibili e interessanti. Grazie per averne scritto

  2. Paolo

    1 Maggio

    Chiara b. non capisco il sarcasmo, ho solo detto che questo è un telefilm dove c’è una agenzia governativa tipo FBI o CIA ed è ambientato negli anni ’40

  3. Paolo

    16 Maggio

    Chiara, non ho detto che negli anni ’40 era totalmente impossibile trovare una persona non caucasica che lavorasse per una agenzia governativa statunitense, ho detto se non erro che “non erano molti”, presumo fossero numericamente meno di oggi.
    Comunque la diversificazione è auspicabile

  4. Marta Corato

    25 Maggio

    @Paolo – è anche vero che non c’erano eroi coi superpoteri. la scusa della realisticità cade nel vuoto siderale quando si parla di Avengers e associati, quindi la mancanza di diversity è veramente difficile da giustificare.

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