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Women are the new black (o: il potere del riconosc...

Women are the new black (o: il potere del riconoscerci su uno schermo)

C’erano un volta due piccoli e sconosciuti telefilm: uno, canadese, lanciato da BBC America, dalle fosche tinte science-fiction; l’altro, americano, prodotto a sorpresa da un sempre più potente Netflix (sito di streaming a pagamento), scritto e diretto da Jenji Kohan, che portava in scena un libro su donne in prigione. Entrambi vantavano un cast & crew di pressoché sconosciut*. Nessuno dei due introduceva, apparentemente, niente di straordinario nel mondo telefilmico.
Nessuno, però, si aspettava la rivoluzione che entrambi i telefilm, e in particolare il secondo, hanno poi scatenato a livello mondiale. Anzi, vi dirò di più, nessuno si aspettava tanto successo da due telefilm composti in predominanza da personaggi femminili. Sì, purtroppo è ancora così. Quando si tratta di box office e di rating, film e telefilm a predominanza (o comunque con un protagonista) maschile sono considerati come aventi più probabilità di successo. Perché? Beh, apparentemente, secondo non so bene quale logica assurda, per un pubblico femminile sarebbe più facile identificarsi in un personaggio maschile, piuttosto che per un pubblico maschile identificarsi in un personaggio femminile. Bene, eccovi la verità: non è che sia più facile, è che, in mancanza d’alternative, ci siamo dovute abituare. Per tutte le amanti del fantasy e della fantascienza, per non parlare dei video giochi: in quanti protagonisti maschili abbiamo imparato a rivederci? Quanti di loro abbiamo adorato a scapito delle scarse presenze femminili in suddette narrative?

Il punto è che Orphan Black e Orange is the New Black (il cui capitolo appositamente dedicato nella storia telefilmica sarà denominato probabilmente “Orphan is the New Black”) hanno “rivoltato la frittata” per dirla come la direbbe mia madre, e dimostrato al mondo che hey, women are fucking interesting and funny for everyone, not just other women!
È un tripudio di orgoglio e di rivincita, ma anche gratitudine nel vedere il buon uso che entrambi questi apparentemente piccoli telefilm hanno fatto dell’attenzione che stanno ricevendo. Perché a mio parere, al momento, non potrebbe esserci niente di meglio sui vostri schermi, da tutti i punti di vista possibili.

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Il cast di “Orange is the New Black”

E visto che a quanto pare oggi sembra essere il giorno delle verità, eccovi un’altra bomba: il successo di questi telefilm non è arrivato nonostante la sua predominanza femminile, ma anzi proprio grazie a quest’ultima. Sì, signore e signori, al mondo intero interessano storie di donne. Sì, signori e signore, il mondo intero ama storie di donne. E non parlo delle loro avventure con gli uomini, delle loro carriere in mezzo agli uomini, delle gelosie fra di loro per altri uomini, no. Parlo di ecco-questa-è-la-sfortunata-storia-della-mia-vita tipo di storia. Parlo di abusi, errori, gioie e dolori, amori, odii, famiglie spezzate, orfani, aborti, madri, figlie, sorelle, fratelli, nonne, gravidanze, migliori amiche, amanti, soldi, rapine, droga, baci, libertà negate e riacquistate. Storie di donne alla ricerca della propria identità, storie di donne che richiedono a gran voce, che esigono, con la forza e la peculiare umanità che le contraddistinguono, potere sul proprio corpo e sulla propria vita. Storie di donne che lottano per sopravvivere in un mondo che non le vuole così come sono, che le vorrebbe più magre, più bianche, più belle, più ricche, più photoshoppate, più fini, più mansuete, più obbedienti, più eterosessuali.

Quale pensate sia stato il miracolo? Sarà forse che raccontare storie di personaggi femminili veri, crudi, reali, con le proprie forze e le proprie debolezze, porti le persone, senza distinzioni di genere, ad amarli? Sarà forse che i cast sono stati scelti per impegno e talento, e non per determinati criteri di etnia, sessualità o corporatura? Sarà forse che per la prima volta, fra i telefilm diventati ormai mainstream, questi due riescano finalmente a riflettere le minoranze e le maggioranze insieme, facendoci tutti felici e contenti?

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Il cast di “Orphan Black”

Mai sottovalutare il potere che ha il riflesso sulla nostra pelle. Mai sottovalutare il potere che ha ritrovarci su uno schermo, riconoscerci pienamente, senza mediazioni, in figure non più stereotipate, non più appiattite, non più bistrattate, ma celebrate ognuna nella sua particolare e personale gloria. Orphan Black, in questa sua seconda stagione, ha inserito un clone transessuale. In una puntata e una manciata di battute, è riuscito a comunicare un sacco di cose che altri telefilm non riuscirebbero a beccare neanche con una decina di stagioni (utilizzo dei pronomi: è servita mezza battuta), ma soprattutto ha creato un personaggio in cui questa porzione di popolazione, ancora maltrattata e ignorata a volte dalla stessa comunità LGBT, è riuscita, quasi con le lacrime agli occhi, a ritrovarsi.
Orange is the New Black continua ad essere un campione di perfezione nella nuova stagione, portando avanti la storia di Sophia, donna transessuale, ma anche di Poussey, lesbica, per le quali transessualità e lesbismo rappresentano gli ultimi dei loro problemi. Guadagna sempre più punti, poi, facendo aspri commenti sul trattamento delle donne anziane nelle prigioni, che è poi lo stesso di quello che subiscono nell’immaginario collettivo: “No one gives a shit about old ladies. We remind everyone that they’re gonna die”.

La forza, la vitalità e il successo di questi telefilm sta nell’aver creato delle sculture, non dei bassorilievi, e nella costante esplorazione del processo di nascita di queste sculture, nel suo dire, senza troppi mezzi termini, “My sexuality isn’t the most interesting thing about me” (Cosima, Orphan Black). Le storie di queste persone non si basano sulla loro sessualità, identità sessuale, magrezza, grassezza, etnia, età. Certamente, questi fattori influiscono, ma perché non dovrebbero? Sono parte integrante della nostra identità, un complesso composto chimico e fisico in costante mutamento che l’umanità intera sta ancora cercando di capire a fondo.
Questa è la ragione più importante del loro successo: fanno appello all’umanità di ognuno di noi. Every sentence is a story, è il motto di Orange is the New Black, e l’esplorazione, a volte struggente, di queste storie sta consumando anche il pubblico più scettico.
È una rivelazione e una rivoluzione: una che aspettiamo da molto tempo, ma che finalmente, storia dopo storia, passaparola dopo passaparola, stiamo contribuendo a creare. We’ve got the power.


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  1. Paolo1984

    23 luglio

    A me sembra che oggi ci siano molti personaggi femminili credibili e complessi quanto quelli maschili, e non solo nei due telefilm in questione. sarà che io cerco sopratutto belle storie, ma non mi è mai interessato più di tanto “riconoscermi” nei personaggi immaginari, mi interessa che siano personaggi credibili e ben scritti (a prescindere da orientamento sessuale o altre caratteristiche) ma francamente non ho mai capito perchè un maschio etero non dovrebbe non dico “identificarsi” ma appassionarsi alle vicende di una protagonista femminile.
    il fatto che attori e attrici vengano scelti anche in base alla corporatura mi pare normale, un attore deve essere anche fisicamente credibile per un dato personaggio: Danny De Vito non può fare James Bond, e questo non vuol dire disprezzare chi ha un fisico alla De Vito.
    Quanto poi alle avventure delle donne con gli uomini, le gelosie ecc..bè esistono, fanno parte dell’umano come le avventure degli uomini con le donne, le rivalità maschili eccetera, è legittimo raccontarle come è legittimo raccontare anche altro. Per fortuna tra letteratura, cinema e serie tv la pluralità di storie e di storie appassionanti e ben raccontate sta aumentando.

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