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Campagne pubblicitarie: “La violenza ha mill...

Campagne pubblicitarie: “La violenza ha mille volti”

di Josephine Lawson-Tancred

Un’indagine del 2014 dell’Agenzia europea dei diritti fondamentali riguardo la violenza sulle donne ha rivelato che il 19% delle donne italiane ha ricevuto violenza fisica o sessuale da parte del partner. Questa ricerca ci ricorda che la violenza domestica è un problema frequente e quindi denota la necessità di discutere maggiormente la questione. L’ultima campagna pubblicitaria contro la violenza domestica del Dipartimento per le Pari Opportunità consiste in una serie di manifesti esposti in luoghi pubblici. Vi sono foto banali di una coppia impeccabile. Un uomo ben vestito abbraccia una donna fotogenica che guarda verso lo spettatore con soddisfazione. Questa scena di tranquillità domestica viene interrotta dallo slogan “La violenza ha mille volti. Impara a riconoscerli”.

Violenza 1

Violenza 2

Violenza 3

Il sito web parla apertamente di “prima campagna preventiva sul tema della violenza” offrendo alle donne “la libertà di escludere, fin dall’inizio, un uomo violento dalla propria vita”. Si tratta di un messaggio altamente problematico.

Sai già che picchia. Quando picchia alla porta, non aprire.

Questo gioco di parole fraintende dolorosamente la natura della violenza domestica. Non si sa se per ingenuità o ignoranza intenzionale, ma presupporre che lasciare un partner violento sia facile è estremamente offensivo. In un rapporto violento l’aggressore manipola il partner, costruendo un rapporto di fiducia e dipendenza prima di creare un ambiente tossico di incertezza. Gli effetti psicologici sono devastanti. Il 30% delle donne con partner fisicamente violento soffre d’ansia, perdita di fiducia e vulnerabilità. La violenza domestica è la principale causa di morte tra le donne di età compresa tra i 16-44 in Italia, con una morte ogni due giorni. Decidere di lasciare è rischioso. La mancanza di indipendenza economica, l’isolamento dal nucleo familiare e la presenza di figli sono tutti ostacoli alla fuga.

In aggiunta, la violenza continua per una donna su sei donne dopo che il rapporto si è concluso*. Una campagna che ignora completamente la realtà della violenza domestica fallisce nell’offrire supporto alle donne.

Non sposare un uomo violento. I bambini imparano in fretta.

La società si affretta a giudicare le scelte delle donne, che vengono sempre fatte sentire colpevoli. L’incapacità di soddisfare le elevate aspettative della società si ripercuotono in una feroce riprensione. Il 21% delle donne che hanno ricevuto violenza psicologica riporta di provare vergogna, percentuale che sale al 47% per l’abuso fisico. Quando le donne realizzano di poter essere colpevolizzate dalla società, tendono a cercare meno l’aiuto. Gli uomini, invece, difficilmente vengono incolpati per aver sposato una donna che li maltratta. Se i bambini imparano comportamenti violenti dal padre, non è MAI colpa delle madri. Gli uomini devono essere ritenuti responsabili per le loro azioni: ad esempio, la didascalia “Non essere un marito violento. I bambini imparano in fretta” potrebbe rimediare a questo errore sessista. Questo offensivo ragionamento ritorna quando la campagna suggerisce alle donne che soffrono abusi domestici semplicemente di “cambiare fidanzato”.

La violenza ha mille volti. Impara a riconoscerli.

La violenza ha mille volti, cosa che non si evince nei manifesti. Gli uomini sono giovani, bianchi, con capelli scuri mentre le donne sembrano tutte fotocopie. La campagna sembra non riconoscere che il fenomeno affligga le donne anziane o disabili, le donne che vivono in povertà, LGBT o quelle poco attraenti. Perché ci presentano una visione così ristretta di violenza domestica? Le violenze colpiscono altre categorie di donne oltre allo stereotipo di donna bella e alta di cui parla sempre la società.

Questa campagna viene definita come “preventiva”, mi lascia quindi perplessa la mancanza di qualsiasi consiglio pratico. Il sito dà “sette utili consigli per evitare la violenza”, ma non vi si trova nulla a parte un invito “a non scambiare la violenza per amore”. “Un uomo violento non merita il tuo amore” risulta di poco aiuto come consiglio. Un aggiunta di segnali e informazioni potrebbe rivelarsi utile per salvare molte vite.

Questa campagna presenta gli aggressori come entità senza volto posizionando lo slogan sopra le loro teste. Le figure indossano gli abiti che non connotano alcuna particolare occupazione. Piuttosto che evidenziare le facce dei colpevoli, questa tecnica ci invita a imprimere le nostre percezioni pre-esistenti dei cattivi.

La scomoda verità? Questi uomini potrebbero essere il fratello, il figlio, l’amico… Potrebbero essere anche un calciatore, uno scienziato, un veterano di guerra. È una pillola amara che va accettata. Il problema non troverà soluzione finché la gente non se ne renderà conto. Bisogna coinvolgere gli uomini nell’argomento, visto che è un problema causato da loro. Solo così si potrebbe vedere una luce alla fine del tunnel.


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  1. Giulia

    14 ottobre

    Sì a tutto quello che avete detto. Vi adoro.

  2. Paolo

    14 ottobre

    bè le coppie eterosessuali sono numericamente di più quindi è ovvio che statisticamente la maggioranza dei casi di violenza domestica avvenga in contesti eterosessuali inoltre se avessero messo una coppia lesbica o gay sarebbero potute scattare accuse di omofobia. Anche il fatto che gli abiti degli uomini non indicassero alcun lavoro credo volesse indicare che l’uomo violento può essere chiunque e la generale fotogenia dei soggetti fotografati credo volesse significare come la violenza può esserci anche nel contesto a prima vista “idilliaco” della giovane coppia sorridente.
    Le critiche dell’articolo sono pertinenti ma la verità è che comunicare cose serie e anche drammatiche attraverso il linguaggio pubblicitario (che per sua natura tende all’immediatezza, alla semplificazione e all’edulcorazione a meno che non si opti per una campagna “shock” che però si espone a critiche di altro tipo) è difficilissimo.

  3. Chiara B.

    14 ottobre

    L’anno scorso, la prima volta che vidi il manifesto di “i bambini imparano in fretta” ero con mia madre e sbottai: “e certo, non solo tuo marito ti mena, mo’ è pura colpa tua se i tuoi bambini crescono male!”. Dopo qualche giorno ero arrivata a pianificare attentamente i miei sguardi in giro per evitare i manifesti, che mi causavano un misto di rabbia furibonda e ansia invalidante. Avevo pensato di proporre un articolo, ma era davvero troppo doloroso. Ora che si avvicinava il 25, mi accorgevo di provare una certa tensione al pensiero di passare di nuovo attraverso l’ordalia. Perciò trovare questo articolo e trovarvi tutte le obiezioni che avrei voluto fare, trovarvi la denuncia di tutti gli enormi punti problematici di questa campagna, è un sollievo immenso, e uno strumento di cui farmi scudo quando – lo so già – dovrò discuterne col mansplainer di turno.
    Grazie.

  4. Annamaria Arlotta

    15 ottobre

    Ottima analisi. Inoltre non si sa perché queste campagne sono rivolte solo alle donne, non ce n’è una che si rivolga agli uomini. In questo modo sembra che la violenza sia la conseguenza di uno sbaglio della donna, e non dell’uomo.

  5. Mary

    15 ottobre

    Bellissimo articolo, complimenti! Sottoscrivo il fatto che se ci si rivolgesse agli uomini e non alle donne, la campagna sarebbe sicuramente più benefica.

  6. Chiara

    16 ottobre

    forse succede anche perche’ non c’e’ un ministero per le pari opportunita’ con magari persone competenti che abbiamo una strategia da portare avanti (o che almeno leggano dati e ricerche recenti?). Ricordiamo che il governo Renzi non ha un ministero per le PO, ma un dipartimento sotto il ministero degli interni (che ha prodotto questi manifesti), non ha ancora dato il via libera all’implementazione della convenzione di Istanbul n’e’ assegnato la delega spendere i fondi disponibili per i centri anti violenza.

  7. michela

    6 gennaio

    Sono totalmente d’accordo con l’articolo, perchè rivolgendo e colpevolizzando le donne e esentando le responsabilità agli uomini si ottiene un effetto contrario. Basterebbe cambiare le frasi e i soggetti a cui si rivolgono.

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