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Vestiti che parlano

di Marta Sottoriva

La prima volta che mi sono innamorata di un vestito vecchio è stato a sei anni. Andavo a casa della nonna e mi vestivo da gran sera con pizzi ricamati, tutti arrotolati intorno al corpo.
Alle superiori rovistavo negli armadi di mia madre cercando di adattare quelle goffe forme anni ’80 con cinture a vita alta fatte in casa. Prendevo le magliette di mio padre e le tagliavo, arrotolavo, candeggiavo… abbinandole a gonne gitane che mia madre aveva comprato in Spagna quando aveva la mia età.

Erano tentativi goffi, spesso ridicoli. Da adolescente ribelle, volevo trovare un modo tutto mio per definire la mia identità, e mi piaceva mischiare. Anche se gli anni sono passati, quella fissazione per i vestiti vecchi mi è rimasta. Amo l’odore degli armadi della nonna, la sensazione della cipria vecchia, l’ossidazione sull’argento. Più di tutto amo indossare quei vestiti.

Come quel prendisole rosso corallo, in organza impalpabile, lungo fino al ginocchio. Trovato per caso in uno degli armadi della camera degli ospiti. Nascosto sotto le coperte per l’inverno. La prima volta che mia madre me lo ha visto addosso mi ha detto: “Stai attenta, perché è trasparente.” Mi ha fatto ridere perché era la stessa cosa che avevo pensato io. A pensarci bene è anche piuttosto banale: qualsiasi essere pensante indossi un vestito che mostra in controluce il colore delle mutande capisce che è trasparente. Ma per me quel vestito era un legame. Era mia madre che si guardava allo specchio quindici anni prima e come me si chiedeva se aveva le cosce troppo grosse. Era mia madre che viveva senza di me, prima di me. Tra le pieghe di quella gonna c’erano sguardi rubati, risate con le amiche, corse per prendere l’autobus, paure. Mia madre non era mia madre, ma una tizia che forse avrei potuto conoscere e magari mi sarebbe pure stata simpatica.

prendisole

O quella volta in cui mia nonna svuotò gli armadi e mi lasciò la giacca che aveva indossato per il matrimonio dei miei genitori. Seta pura, bottoni traforati, profili scuri. Nel filmino sgranato, segnato 23/06/1990, si vede mia nonna sullo sfondo sorridere e trattenere qualche lacrimone, mentre mia madre è un trionfo meringa post-Principessa Diana.
Quella giacca l’ho indossata il giorno in cui sono partita per Sydney. Avevo ventidue anni, mia madre ventitré quando si è sposata. Quella giacca ci ha visto entrambe, me e lei, andare incontro alle nostre vite agli antipodi: lei sarebbe diventata moglie e madre, ed io un punto di domanda.

Sì, stavamo parlando di lei

Sì, stavamo parlando di lei

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La nostra generazione zero, quella del tramonto delle certezze, del vagare continuo tra indefinito e noia forse è a questo che può attaccarsi. Avere con me quell’ammasso di stoffa mi ha tenuta assieme, mi ha impedito di cadere in pezzi. Mi ci sono affezionata come con i rituali, quelli antichissimi. Ho trovato un senso al non senso: quello cioè che forse portavo con me un po’ della saggezza delle donne della mia casa. La vita era stata implacabile, ma buona per mia madre. Allora forse lo sarebbe stata anche per me.

Da divoratrice di romanzi quale sono, mi ossessiona l’idea della storia negli oggetti. Negli oggetti che hanno storie da raccontare.
Jonathan Safran Foer in Ogni cosa è illuminata scrive:

Ho riflettuto molto sulla nostra rigida ricerca, mi ha dimostrato come ogni cosa sia illuminata dalla luce del passato… dall’interno guarda l’esterno, come dici tu, alla rovescia… in questo modo io sarò sempre lungo il fianco della tua vita e tu sarai sempre lungo il fianco della mia vita.

Non sono solo vestiti vecchi. È il nostro passaggio di testimone, una celebrazione ambulante del passato. Le pietre miliari che hanno fatto delle storie quotidiane un monumento. È la storia della femminilità di mia nonna, di mia madre ed ora mia. Le infinite possibilità che stanno dietro alle “gonnelle”; un vestito che ti sta bene, che ti definisce nello spazio, a testa alta, che ti fa parlare con le persone e forse – dico forse – ti fa essere felice.


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  1. giada

    16 gennaio

    meraviglioso, è cio che sento io e mi fa amare il vintage!
    bravissima

  2. marta

    19 gennaio

    Grazie mille! Siamo fortunate ad avere una passione tanto sottile e magica.

  3. Eleonora

    20 gennaio

    Bellissimo!

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