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Sulle Olimpiadi invernali di Sochi e l’esser...

Sulle Olimpiadi invernali di Sochi e l’essere lesbica a distanza

fear

di Marta Sottoriva

Non è facile essere lesbica a migliaia di chilometri da casa. Sono partita per codardia. Nascondendomi sotto un tappeto di ottime scuse, quando in realtà vivevo una vita a metà divisa per due.
Ho preso un aereo verso l’Australia convinta di andare verso la libertà e mi ritrovo più in gabbia di prima. Sono partita per paura del rifiuto, dell’odio, delle offese profonde, dette in nome di Dio. E tutt’oggi quella conversazione sul tavolo della cucina, la conversazione che ho immaginato per anni, non l’ho ancora fatta.
Non potrò dirmi libera fino ad allora, e il ritorno si preannuncia ancora lontano.
Non è facile essere cresciuta in una famiglia cattolica che mi ha dato tanto, e continua ad amarmi in un modo tutt’ora contorto e parallelo a me. L’ho sussurrato a bassa voce in un qualche vecchio post del mio blog, scatenando chiamate Skype, pianti e ritrattazioni.
Ora lo dico ad alta voce.

Perché da qualche parte, in un paese lontano dal mio, la gente viene arrestata, pestata, insultata. Costretta a tortura psicologica, incarcerazione e violenza. Da qualche parte la gente muore. Gente gay muore. Di nuovo in nome di Dio, della purezza, dell’orgoglio russo.
Nel mese di gennaio, in Russia è stata approvata la proposta per una nuova legge che proibisca qualsiasi manifestazione pro-gay: persino affrontare il tema in pubblico sarà perseguibile per legge. La strategia di Vladimir Putin e di molti gruppi estremisti è di equiparare l’omosessualità alla pedofilia: proteggere i bambini dalla perversione è diventata la nuova crociata del tempo libero.

La comunità lgbtq ha registrato un’escalation di violenza nel 2013: a tutti piacerebbe avere cifre concrete alla mano ma nessuna ha la più pallida idea del numero di molestie, arresti e soprusi. Lo scorso maggio un ragazzo a Volgograd è morto, e questo è sicuro. Continuano a sorgere gruppi di forze armate estremiste con il preciso intento di distruggere ogni omosessuale esistente in Russia. Anche tra la popolazione “pacifica” l’omosessualità è percepita come malattia nel migliore dei casi, nel peggiore come un fenomeno da “liquidare”.

La Russia è un caso estremo: ci sono precise teorie secondo cui l’intolleranza violenta degli ultimi anni è un espediente atto a dividere la popolazione e indebolire il dissenso. Come sempre ai vertici ci sono gay ed ebrei. Far convergere l’odio verso le minoranze e incolparle del degrado in Russia permetterebbe a Putin di mantenere il pugno di ferro laddove era andato a scemare.

In occasione delle Olimpiadi Invernali che si stanno tenendo in questi giorni nel sud della Russia, a Sochi, vari personaggi internazionali hanno dovuto rendere più chiara la loro posizione in relazione alle leggi anti-gay.
Il panorama internazionale è desolante: mentre Angela Merkel e François Hollande hanno optato per l’assenza, Obama è partito al contrattacco facendosi rappresentare dall’ex tennista lesbica Billie Jean King. Enrico Letta invece ha deciso di presenziare ma, parole sue, difenderà con forza la libertà dei gay, che come sempre vuol dire tutto e niente. Ban Ki-moon, segretario generale dell’ONU, alla vigilia dei giochi ha chiesto di alzare la voce contro le discriminazioni sessuali senza mai citare le leggi russe. Amnesty International e diverse altre associazioni hanno chiesto di boicottare le Olimpiadi in nome dei diritti umani, poi Blake Skjellerup, pattinatore neozelandese gay, ha detto di non boicottare per non danneggiare gli atleti.

I giochi vanno avanti, e nulla cambia.

stop homofobia

Nella mia pacifica Italia mi viene detto che dovrei essere curata, che potrei andare all’inferno. Quelli che me lo dicono sono i miei genitori, le persone più importanti della mia vita. E non posso smettere di amarli seppur odiandoli. Non posso nemmeno essere indifferente. Una parte della mia testa continua a dirmi che hanno ragione, e ho cercato di cambiare in ogni modo. Seppur da quattordici anni a questa parte le uniche che ho amato sono state donne, e abbia cercato di non dare peso alla cosa. Perché mi è stato insegnato che l’amore è tra uomo e donna. E io gli uomini ho provato a farmeli piacere, ma non ci riesco. Qualcosa dentro di me non funziona come dovrebbe, come vorrebbero. L’amore per me è diverso che per loro. Ho provato tutta la vita a non deluderli, fino ad arrivare a deludere me stessa. Ogni volta che ho taciuto un pezzo del mio cuore, della mia anima, del mio essere si è indurito. Al punto di chiedermi se non fossi già morta da un pezzo.

Come fare a spiegare che sono sempre io? Che prima di essere chiamata lesbica, gay, frociara, lesbicona e quant’altro sono prima di tutto un essere umano? Che non cambia nulla tra prima e adesso. Sono sempre la figlia pazza, lettrice, brava a scuola, umorale, disordinata, stupida, artistoide, criticona, violenta, mangiona, affettuosa che ero? Perché chi amiamo ha tanta importanza oggi?

Non è retorica. Ogni volta che permetto a me stessa di pensare a questo conflitto piango forte, dentro di me. Perché non riusciranno mai ad accettare che potrei amare ed essere felice con qualcuno. Perché quando cammino per strada non rischio il linciaggio ma gli occhi di mio padre velati di disgusto fanno male comunque. Perché mi hanno chiesto di non presentarmi a casa con nessuna. E un giorno, quando mia sorella e i miei fratelli si innamoreranno, si sposeranno e avranno delle famiglie. Quello sarà Amore. E il mio Malattia. Perché quando sorriderò e sarò felice e mi chiederanno il perché, non potrò dire che sono innamorata.
È il loro Gesù che l’ha detto.

Ci ho creduto anche io, per tanto tempo. Ci sono cresciuta, con il loro Gesù. E andava bene per loro, ma non per me. In una provincia italiana del nord l’amore universale esiste, ma fino ad un certo punto. Poi diventa pietà, giudizio, tolleranza. La tolleranza non è bella. Pensateci: tollerare qualcuno significa che accetti che ti passi davanti. Tolleri la puzza in autobus, le code alle poste, un treno in ritardo ma non un figlio. Un figlio lo ami. Nella buona e nella cattiva sorte. Un figlio è un patto che stringi con il tuo tempo sulla terra.
Un figlio lo ami ma devi avere il coraggio e la generosità di donarlo al mondo e sperare che diventi un buon essere umano. E ti basti sapere che di tanto in tanto è felice.

Oggi le dighe si aprono. Oggi è un giorno di verità. Oggi penso alle vite in Russia e nel mondo, a quelli che non hanno scelta. Mentre quello che rischio io è una porta in faccia e il dolore di una famiglia che ti rifiuta. Mentre le creature meravigliose che chiami amici continuano ad amarti, nella buona e nella cattiva sorte.


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  1. FRANCESCA

    4 marzo

    Nulla è facile rispetto alla famiglia quasi in nessun ambito tra quelli considerati importanti nella vita. Io non ho figli, ma quando vedo un bimbo e so che crescerà e diventerà qualcuno che non avrà solo a che fare con la realtà nella quale è cresciuto e con l’educazione che ha ricevuto, penso sempre lo stesso pensiero: saremo sempre un pò dei nostri genitori, ma siamo anche del mondo e di noi stessi.

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