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Carry That Weight: Emma Sulkowicz e il peso di uno stupro

***Attenzione: questo articolo contiene riferimenti espliciti alla violenza sessuale***

 

È dall’inizio di quest’anno accademico che Emma Sulkowicz si trascina dietro un materasso singolo, come quelli che si trovano nei dormitori della sua università, la Columbia University di New York. A lezione, nel cortile, in mensa, sulle scale: in qualsiasi posto si trovi – purché appartenga al campus della Columbia, quel materasso sarà con lei. Secondo una norma autoimposta, non le è concesso chiedere aiuto per trasportarlo; può, invece, accettare aiuto se questo le viene offerto.

Queste le regole della sua performance, Mattress Piece: Carry That Weight, un progetto artistico che è anche una forma di protesta: Emma, infatti, non smetterà di portarsi dietro il suo materasso fino a quando lo studente che l’ha violentata non lascerà il campus una volta per tutte, perché sarà stato espulso o se ne sarà andato di sua spontanea volontà.

Già, perché, nonostante la violenza subita e la successiva testimonianza di Emma, la Columbia ha deciso di non espellerlo, mettendo anzi in dubbio la versione della ragazza (“Come ha potuto violentarti analmente senza usare un lubrificante?” le ha chiesto un membro della commissione davanti a cui Emma ha testimoniato).

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Facciamo un passo indietro: Emma subisce uno stupro nel suo letto, su un materasso identico a quello che da settembre sta portando in giro per il campus. Non ha intenzione di denunciare la cosa, ma quando scopre che altre due ragazze sono state violentate dallo stesso uomo, uno stupratore seriale, decide di farsi avanti e segnalare lo stupro. Dopo aver sentito le testimonianze di entrambi, l’università decide di chiudere il caso, dichiarando lo stupratore innocente, decisione inappellabile che spinge Emma a protestare con il suo Mattress Piece, performance artistica e di protesta e pièce de resistance.

Potrebbe portarsi dietro un cuscino, ma decide per il materasso: impossibile ignorarlo, impossibile assuefarsi all’immagine di una ragazza che si porta sulle spalle un qualcosa di più grande di lei, come è certamente il trauma di uno stupro.

Con Mattress Piece, Sulkowicz riceve non solo moltissima attenzione da parte dei media, ma fa anche luce sull’omertà che vige in molte università americane per quanto riguarda la violenza sessuale. La maggior parte degli abusi non viene denunciata; degli stupri denunciati, molte vittime non vengono credute, e molti dei colpevoli non vengono puniti, o puniti in modo molto lieve (con motivazioni come “non vogliamo che la parola “stupro” sul curriculum possa precludergli di fare carriera, o l’ingresso a una grad school prestigiosa), altri vengono risolti “a porte chiuse”, con la vittima che viene risarcita in denaro ed obbligata a non farne parola con nessuno, meno che mai con la stampa. Spesso questo atteggiamento di negazione del problema viene giustificato come un tentativo – assurdo, viste le  conseguenze – di mantenere alta ed infangata la reputazione dell’università.

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Ma storie come quelle di Emma sono molto, troppo frequenti, ed una nuova legge, “Yes Means Yes”, è stata promossa nel tentativo di facilitare le investigazioni condotte dalle università in caso di molestie sessuali – e anche di prevenire gli stupri on campus invertendo la regola vigente, “No Means No”: non più un rifiuto esplicito, ma un consenso esplicito, per evitare scuse tipo “Ma non mi ha mai detto ‘NO’.”

Nel frattempo, la Casa Bianca ha lanciato la campagna “It’s On Us”. All’università di Cambridge, per la prima volta si sono tenuti dei corsi sul consenso, una sessione obbligatoria tenuta nella settimana di orientamento, prima che le lezioni inizino in modo definitivo, nel tentativo di arginare – e se possibile, sconfiggere del tutto – il problema, creando consapevolezza negli studenti. Questo, certo, è solo l’inizio.

L’iniziativa di Cambridge, pur ricevendo il plauso dall’opinione pubblica, ha anche acceso il dibattito su quanto sia necessario tenere questi corsi PRIMA, durante le scuole superiori, come parte dell’educazione sessuale, che non dovrebbe limitarsi solo a nozioni biologiche/anatomiche ma anche istruire i ragazzi riguardo ai contraccettivi, al sesso sicuro e consapevole/consenziente. Inoltre, è altrettanto necessario che le università si rendano ambienti degni di fiducia, dove chi subisce molestie e stupri possa denunciare l’accaduto senza temere di non essere creduto, e dove molestatori e stupratori vengano giustamente puniti.

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Questo, come dicevo, è soltanto l’inizio, e di strada da fare ce n’è ancora molta. Perché, nonostante il clamore mediatico, Emma Sulkowicz non ha ancora potuto poggiare il suo materasso e dichiarare la sua performance finalmente compiuta.

Per approfondire: il pezzo più completo che ho letto sull’argomento è questo, che ho citato varie volte nel corso dell’articolo.


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  1. Paolo

    10 novembre

    Sull’iniziativa di legge della California: bisogna tenere conto che Yes means Yes che sia espresso a verbalmente o no. Io sono dell’idea che un ragazzo sa (quasi) sempre quando no è no e quando invece c’è possibilità, quindi se stupra la responsabilità è sua.

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