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“Whiteness needs to be made strange”. ...

“Whiteness needs to be made strange”. Sul libro di Richard Dyer, “White”

Lupita e L-Law

Facciamo un esperimento mentale: pensate a come descrivereste Jennifer Lawrence. Ora fate lo stesso per Lupita Nyong’o.
È probabile che nella descrizione di quest’ultima abbiate menzionato il fatto che è un’attrice nera, e fin qui “tutto ok”. Ma probabilmente – ed è a questo che volevo arrivare – non vi è venuto in mente di descrivere J-Law come bianca. Perché? Il suo essere bianca è un fatto apparente tanto quanto lo è che Lupita sia nera. Eppure nessuno ha mai descritto l’attrice, o le altre attrici bianche, o i predecessori di Obama come bianchi, nonostante questo sia un fatto innegabile.

Questa omissione sta alla base di White: Essays on Race and Culture di Richard Dyer, libro che ho avuto modo di incontrare al secondo anno di università e che ho trovato per certi versi illuminante. Lo scopo principale dell’autore è quello di analizzare il modo in cui l’essere bianchi viene rappresentato all’interno della cultura popolare, e specialmente nell’ambito cinematografico. Le sue riflessioni partono appunto dalla constatazione che, al contrario degli innumerevoli studi sulle rappresentazioni dell’Altro, dove per Altro si intende non-bianco, non ne esiste nessuno che analizzi il modo in cui vengono ritratti i bianchi, o il modo in cui i bianchi ritraggono se stessi (perché, diciamolo, la maggior parte dell’industria cinematografica/televisiva è ancora controllata da loro).

Dyer-White

Cover di “White: Essays on Race and Culture” (edito da Routledge, 1997)

Visto che le rappresentazioni attingono dalla realtà in cui vengono create e di cui sono, almeno in parte, specchio, Dyer analizza anche il modo in cui l’essere bianchi viene percepito fuori dallo schermo, appoggiandosi agli scritti di studiosi come bell hooks. Ed è qui che abbiamo la prima rivelazione: l’essere bianchi è una condizione che non viene percepita e, nonostante sia sotto gli occhi di tutti, diventa quasi invisibile.
Ecco perché a nessuno – mi correggo, a nessun bianco – verrebbe in mente di dire che Jennifer Lawrence è un’attrice bianca. È palese, talmente scontato da diventare invisibile. E proprio per questo, è probabile che nessuna persona bianca si sia mai resa conto del suo essere bianca se non quando circondata da non-bianchi, quando capita a lei di essere in minoranza.
Questa invisibilità si basa sul fatto che, quando si pensa al concetto di etnia o di diversità, ci si riferisce a persone che non sono bianche. Cito direttamente:

Fino a quando il concetto di etnia viene applicato alle persone non-bianche, fino a quando le persone bianche non verrano considerate come appartenenti ad un’etnia, fino ad allora saranno/saremo considerati come la norma umana. Le altre persone hanno un’etnia, noi siamo semplicemente umani.

Considerarsi “semplicemente umani” è problematico, perché potrebbe portarci a credere che l’essere bianchi sia lo standard dalla quale tutti gli altri si discostano, e in quanto tali, a credere che questo ci dia il diritto di ergerci a rappresentanti dell’umanità intera.

Non c’è posizione di superiorità più grande che quella di essere semplicemente umani. Le persone percepite come appartenenti ad un’etnia non possono farlo. Possono parlare solo per conto della loro etnia.

Pensateci. Pensate a tutte le volte che avete sentito qualcuno dire “as a black person” e quelle (poche) in cui avete sentito qualcuno rimarcare che il loro punto di vista “as a white person” era tale o talaltro. Pensate al fatto che, se dico “Carlo è seduto vicino a una donna”, la maggior parte di voi immaginerà o darà per scontato che sia Carlo che la donna siano bianchi, perché in caso contrario ne avrei specificato l’etnia. Pensate all’espressione “di colore”, che viene applicata a tutti coloro che non sono bianchi, come se noi non avessimo un colore, come se non potessimo essere i diversi.
Fino a quando i bianchi non si renderanno conto di questo paradosso, del loro essere bianchi e del privilegio che questo comporta, l’egemonia del bianco continuerà ad esistere, con tutte le discriminazioni, i “dati per scontato” ed i whitewashing che questo comporta. Per questo, come fa notare bell hooks, è importante ricordare ai bianchi il loro essere bianchi. “Whiteness needs to be made strange” dice Dyer, l’essere bianco deve essere reso strano. Il bianco deve essere reso visibile. Il bianco deve essere reso Altro.

[queste considerazioni si basano soprattutto sull’introduzione e sul primo capitolo del libro. Se volete approfondire l’argomento, vi rimando al libro, di cui potete leggere un estratto in italiano qui]


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  1. Paolo1984

    24 febbraio

    Mi viene in mente il dibattito mai concluso e che mai si concluderà tra femminismo per così dire “egualitario”, “emancipazionista” e femminismo “della differenza”, l’eterna tensione tra l’aspirazione all’uguaglianza e la rivendicazione della propria diversità francamente non credo se ne verrà mai a capo. pensiamo per rientrare in tema alle due filosofie dell’identità afro-americana storicamente incarnate da Martin Luther King e Malcolm X.
    Non so se l’essere bianchi debba essere reso strano, io auspico un mondo in cui l’etnia sia solo una delle tante differenze degli esseri umani che è inutile negare (come è inutile negare ciò che hanno significato socialmente e storicamente) ma che non c’entrano nulla con l’intelligenza, la moralità e la dignità degli esseri umani.

  2. Calogero

    27 febbraio

    Semplicemente assurdo parlare di privilegi, inoltre che vi piaccia o no le razze esistono, anche se l’ideologia “antirazzista” vuole fare il lavaggio del cervello ed instillare deleteri sensi di colpa per il semplice fatto di essere bianchi.
    Come mai se un nero si dice orgoglioso di essere nero viene elogiato mentre se lo fa un bianco tutti parlano di “suprematismo bianco” ed evocano i soliti spettri del passato?

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