Crea sito
READING

Milos Forman, la violenza sessuale e il mio più re...

Milos Forman, la violenza sessuale e il mio più recente attacco di panico

***Questo articolo contiene informazioni sulla violenza sessuale.***

 

stress post traumatico

1. I trigger warning e la loro utilità

I trigger warning sono simili agli spoiler alert, nel senso che sono delle indicazioni poste solitamente all’inizio di un articolo o di un video, volte ad avvisare le potenziali fruitrici e i potenziali fruitori di alcuni temi problematici che vi saranno trattati.
I trigger warning, nello specifico, riguardano i contenuti che potrebbero scatenare flashback post-traumatici, come nel caso di una persona che abbia subìto violenza sessuale che si trovi, inaspettatamente, a vedere un film con una scena ritraente qualcosa di simile a quanto da lei vissuto, al punto da avere una reazione emotiva negativa.
Idealmente potrebbero essere posti in bella vista su ogni tipo di prodotto culturale, dai libri ai film, passando per le serie tv e, come accade più spesso, negli articoli giornalistici.

I trigger warning sono utilizzati principalmente per segnalare riferimenti a questi tipi di contenuti:
– abuso sessuale
– tortura
– abuso psicologico
– autolesionismo
– disturbi alimentari
– suicidio

2. Uomini di merda che fanno battute razziste sulla violenza sessuale alla festa di compleanno della mia amica

Non sono estranea al ruolo di “femminista della situazione“: spesso capita che quella che ferma i discorsi sessisti rivelandone la natura, quella degli spiegoni, nonché quella che si inalbera sia proprio io. Non lo faccio sempre. Il più delle volte sarei portata a tenere la bocca chiusa, per non rovinarmi la serata con un’incazzatura bruciante. Ci riesco solo di tanto in tanto.

Qualche tempo fa mi trovavo ad una festa di compleanno insieme ad un folto gruppo di ragazzi e ragazze, in piedi accanto ad una finestra spalancata, alla ricerca di un po’ di fresco. Stavo chiacchierando del più e del meno, quando un amico della festeggiata si infilò tra i miei interlocutori annunciando che aveva una splendida battuta da farci ascoltare.
La battuta in questione aveva per tema la violenza sessuale ed era profondamente razzista. Nell’udirla, qualcuno rise. Io non la capii e me la dovetti far spiegare. Il motivo per cui non la intesi risiede del fatto che, quando penso alla violenza sessuale, penso ai dati sulla diffusione del fenomeno in Italia e non ad uno stereotipo razzista. Penso ad uomini che fanno cose ripugnanti a donne della propria nazionalità.

Una battuta del genere ad un palmo dalla mia faccia non poteva far altro che agitarmi. Ponderai con prontezza la possibilità di stare zitta, anziché fare la “femminista della situazione”. Mi vidi però irritata al punto da non godermi più la festa e poi pentita di non aver mostrato al ragazzo della battuta tutta la sua enorme e disgustosa idiozia davanti ad una enorme platea di persone.
Fu così che mi trovai a danzare sospesa tra i patetici giochini retorici cui tanti uomini eterosessuali fanno ricorso, quando si sentono attaccati, quando qualcuno fa loro notare che stanno dicendo delle stronzate decisamente poco divertenti.

Il ragazzo in questione le tentò tutte, arrivando a sogghignare dicendo che io ero la più razzista di tutti, perché davo peso alle differenze etniche, laddove chi aveva riso alla battuta era così progressista e aperto mentalmente da poterselo permettere.
Cominciai facendo notare che non avrebbe mai dato spettacolo con un’uscita razzista, se alla festa non fossimo stati tutti bianchi. Proseguii, facendo uno sforzo immane per mantenere la calma, e gli dissi che, se anche riteneva appropriato fare battute sulla violenza sessuale con i suoi amici, doveva considerare – da giovane sociologo, da collega – che, pensando alle statistiche sul fenomeno in Italia, con ogni probabilità nelle sue immediate vicinanze c’era qualcuno che la violenza sessuale l’aveva vissuta sulla propria pelle.
Chiusi il discorso facendogli presente che andare ad una festa e trovarsi accanto un idiota che fa l’ironico su una delle cose più traumatiche che ti siano mai accadute non è per niente piacevole.

Tutte le volte in cui uso le statistiche sulla violenza sessuale per aprire gli occhi ad un ragazzo che fa il simpatico nelle mie immediate vicinanze, arrivo ad un punto in cui vorrei limitarmi a dire: “Questa è la mia storia. Ora vai a vergognarti in un angolo per i prossimi vent’anni, coglione”. Ma non lo faccio, perché sarebbe troppo rischioso, su ogni possibile fronte.

Mi limito invece a sopportare, anche quando una parola scatena in me il ricordo di sensazioni sgradevolissime. La rabbia mi permette di articolare risposte feroci senza perdere completamente le staffe. Mi viene più facile parlare, passando per la “femminista della situazione”, perché è nel silenzio che sento salire gli incipit degli attacchi di panico. Non si tratta di una scelta razionale. Spesso apro bocca per sfuggire alle mie ombre e, quando lo faccio, i miei appigli sono i dati e le storie che conosco, il femminismo, e il mio potere di fare a pezzi gli interlocutori poco cauti.

Dopo quella festa mi trovai più di una volta a pensare che, se in Italia si sapesse cosa sono i trigger warning, forse capiterebbe meno spesso di dover sopportare battute orribili e simili sgradevolezze. Sarebbe un pezzo di un puzzle più ampio.

 

3. Milos Forman, gli intellettuali del cazzo e lo stress post-traumatico

Qualche sera fa sono stata a casa di amici a vedere un film. Come ogni volta, c’è voluto un po’ di tempo prima che si giungesse all’approvazione di un titolo. La scelta finale è stata Gli amori di una bionda, lungometraggio del 1965 del regista polacco Milos Forman.
Non mi ero curata di leggere la trama, limitandomi ad approvare la scelta del gruppo sulla base di quanto avevo potuto sentire della colonna sonora.

Gli amori di una bionda racconta del tentativo di abuso organizzato della popolazione femminile di un paesello polacco da parte di diversi membri dell’esercito. All’inizio del film vediamo il proprietario di una fabbrica piena di operaie single che prende accordi con dei militari per spedire tre vagoni di uomini nella sua zona, onde soddisfare le esigenze sessuali degli stessi e quelli di “carezze e compagnia” delle ragazze.

Ai miei occhi, Gli amori di una bionda è un film esteticamente grazioso sul sesso non-consensuale, ma nella versione in cui le ragazze dicono dapprima di no e poi, magicamente, cambiano idea.
I personaggi maschili sono uno più disgustoso e subdolo dell’altro. Tentano di far ubriacare le operaie per portarsele a letto più facilmente, le toccano come se fossero degli oggetti e le trattano da stupide quando cercando di opporsi.

Il film è un susseguirsi di scene che, per dirla con leggerezza, mi hanno fatto prendere male.
Ho sentito che stava per venirmi un attacco di panico dopo la seconda metà della pellicola, quando avevo già iniziato a ripetermi ossessivamente che dovevo smetterla di agitarmi, che ero esagerata, che potevo restare lì e arrivare fino alla fine senza scoppiare in lacrime.
Pensavo: “Come giustificarmi con gli altri, se dovessi prendere e andarmene? Non potrò dire che è un film di merda, perché è del fottuto Milos Forman. Dovrei dire la verità. Ricordarla a chi la sa già.”

stress post traumatico

Nella seconda parte del film, la bionda del titolo, Andula, viene condotta con l’inganno nella stanza di un pianista che aveva accompagnato le danze dei militari e delle operaie. Lo sguardo sulla scena è maschile e deformante. Il pianista approfitta dell’ingenuità della ragazza per toccarla, farla cadere sul suo letto e piazzarsi su di lei. Nel farlo, la tratta da bambina stupida, prendendosi gioco della sua innocenza.
Quella parte del film mi ha fatto venire voglia di uccidere qualcuno a sprangate, perché era decisamente troppo simile a quanto mi successe anni fa, anche se io ero più giovane. Nel film, Andula cerca dapprima di non essere toccata e continua a ripetere che dovrebbe andarsene. Mano a mano che la situazione si fa più complicata, il suo personaggio sembra diventare progressivamente più finto e vacuo. Gli agguati si aggravano, mentre lei appare mano a mano più felice e fiduciosa.

Prima che trovassi la forza di uscire dalla stanza e andarmene a casa, uno dei miei amici ha proposto una pausa. Il film è stato stoppato, con mio enorme sollievo. A quel punto ho tentato di far capire che non ce la facevo più, chiedendo se ero l’unica a trovarlo così irritante. Il mio appello non è stato colto.
In compenso, mi è stato fatto notare che è normale che un film del 1965 sia così facilone e maschilista, perché “bisogna capire il contesto”.

Attenzione: io notoriamente al contesto non ci penso mai, dato che sono una sociologia femminista che scrive, tra le altre cose, di pop culture.

Una volta ricominciato il film, ho sentito che gli arti mi si stava pietrificando e che, se fossi rimasta lì, avrei iniziato a piangere. Me ne sono andata dopo poco e sono rimasta in cucina ad aspettare che finisse, perché le mie scarpe erano nell’altra stanza e non potevo andarmene senza.

Quando ho abbandonato l’edificio, alcuni dei miei amici hanno compreso fino in fondo perché l’avevo fatto, e mi hanno scritto. Io sono tornata verso casa guardando il telefono, con il lettore mp3 scarico, ma le cuffie comunque piazzate sulle orecchie, onde evitare qualsiasi tipo di contatto con gli uomini che periodicamente incontro sulla via di casa, che non mancano mai di invocarmi, fischiarmi dietro e talvolta seguirmi da una certa ambigua distanza, fino a che non mi fiondo dentro casa.

Ad un certo punto mi sono accorta che stavo respirando in modo diverso dal solito. Facevo un sacco di rumore e il ritmo era sempre più rapido. Ho iniziato a piangere quando ero quasi arrivata.
Nel frattempo, mi dicevo: “Non posso avere un attacco di panico stanotte. Domani ho un colloquio di lavoro. Devo dormire e sembrare riposata.”

 

Per approfondire:
Geek Feminist Wiki – Trigger Warning
Disturbo post traumatico da stress – Wikipedia

[Immagini: Graphicspunk, Milos Forman]


RELATED POST

  1. Micol

    22 luglio

    Capisco fin troppo bene il disagio generato da questo genere di situazioni e anch’io cerco di reagire. Fai bene ad arrabbiarti e a far sentire la tua voce! Secondo me sei una ragazza forte e coraggiosa.

  2. F.

    22 luglio

    Hai tutto il diritto di far capire agli altri come certe parole possono fare del male , quella che può essere facilmente scambiata per chiusura, razzismo, femminismo o pignoleria sul pesare le parole ha un vero nome e si chiama CONSAPEVOLEZZA. Ponderare quello che si sta per dire o pensare fa fatica e il fatto che una persona lo faccia notare, spinge l’interlocutore a capire che quello che ha detto potrebbe ferire qualcuno , ma ammettere che è così è molto più difficile che invece dire alla persona che lo ha fatto notare che è esagerata nelle sue esternazioni, dandole facili epiteti. Abbiamo come essere umani il diritto di provare emozioni ma se lo fai notare “non sei normale” o ” socialmente accettabile”, cioè vuol dire che se nn è argomento intellettuale dove esprimere una propria opinione non è una cosa che ci interessa perchè non sei un concetto sei reale. Ascolta le tue emozioni e se le persone non le capiscono vedi quanto purtroppo loro stesse non ascoltano le loro; gli attacchi sono rabbia e dolore repressi, è una risposta ai giudizi che ti dai e che in verità non ti appartengono di natura ma sopratutto sono lì per ricordarti che non devi sopportare ma vivere e accettarti con amore, io l’ho capito dopo tanti anni e anche se sembra strano che io scriva queste parole, solo ora mi rendo conto che è stata una salvezza essere costretta a riniziare a vedere le cose con più attenzione; non è facile , certe volte è pesante, e la gente non comprende sempre ma posso vedere la grazia quando mi compare davanti agli occhi e questo ripaga di tutto.DAJE!!!! anche se credo che tu già sappia perfettamente il fatto tuo! 😉

  3. Cris

    22 luglio

    Premetto che io non ho mai subito nessun tipo di violenza sessuale, però leggendo quello che hai scritto, mi sembra di leggere me stessa. Come te soffro terribilmente quando l’argomento viene tirato fuori, spesso rasento attacchi di panico, è una sensazione stranissima e brutta che non so spiegare, ma so che tu capirai. Le persone intorno a me non lo capiscono e questo mi fa stare male, ma devo sopravvivere, così ci sto facendo il callo. Ad ogni modo, ho deciso di commentare perchè mi è capitata una situazione analoga alla tua, uscendo con amici, nella quale c’era un coglione che per fare il simpatico ha fatto una battuta (veramente di cattivo gusto ma NON la ripeterò, anche se la ricordo benissimo a distanza di circa quattro anni, come se l’avessi sentita ieri) su un episodio di una violenza sessuale, e anche io come te non ho detto nulla, ma mi stavo sentendo male e non ce l’ho fatta. Rimpiango ogni giorno di non avergli detto nulla, avrei voluto spaccargli la testa, letteralmente.
    In ogni caso ti sono vicina, amica.

  4. D.

    22 luglio

    Grazie per quest’articolo. Hai espresso alla perfezione quel senso di rabbia e di impotenza, la voglia di sbattere in faccia agli altri la verità. La cosa peggiore, secondo me, è arrivare a capire che se anche gliela raccontassi, la verità, sarebbe la stessa cosa. Le persone che non hanno subito una violenza non possono e non vogliono capirla. E’ un tipo di dolore per cui l’empatia diventa subito insidiosa. Perfino le persone che sanno la verità e che hanno fatto uno sforzo per comprenderla vengono prese da una specie di oblio, in determinate situazioni. Arriva un momento, dopo l’ennesima scena di film, l’ennesima frase letta in un libro al di sopra di ogni sospetto, l’ennesimo episodio raffazzonato di Law&Order SVU, in cui inizi a sentirti impermeabile, invulnerabile. Ma c’è sempre qualcosa di imprevisto che può arrivare a ferirti. In quel caso meglio parlare, infastidire, andarsene, sbattere le porte. Che il disagio ricada (anche) su qualcun altro, per una volta.

  5. Paolo1984

    22 luglio

    ho timore nello scrivere quello che sto per scrivere perchè non vorrei essere banale nè essere tacciato di insensibilità ma davvero non possiamo lasciare che un trauma del passato, per quanto terribile condizioni la nostra vita al punto tale da non riuscire a leggere un romanzo o guardare un film con certi contenuti perchè potrebbe rievocare quella cosa che ci ha fatto male e che continua a farci soffrire, ma la ferita per quanto possa essere profonda non può sanguinare in eterno perchè altrimenti non si va avanti, e non è un problema meno grave della scarsa empatia altrui o della battuta idiota detta dall’idiota di turno ad una festa.
    Tralascio poi la questione del trigger warning, capisco che possano essere ritenuti utili ma mantengo qualche perplessità: la lista di opere artistiche più o meno pop, del passato e del presente (film, libri, fumetti, serie tv che non hanno necessariamente i contenuti “forti” citati nell’articolo) che possono potenzialmente mettere a disagio anche fortemente un fruitore e su cui andrebbe messo il bollino di avvertimento tipo pacchetti di sigarette, potrebbe essere teoricamente infinita, io comunque sono uno che a volte ritiene troppo restrittivi persino i divieti ai minori

  6. F.

    22 luglio

    hai ragione liberarsi dal passato doloroso è la cosa migliore da fare ma è anche vero che il processo non è uguale per tutti; è nel rispetto delle tempistiche che ogni essere umano deve percorrere per liberarsi che risiede l’empatia, almeno è quello che ho imparato io fino ad adesso

  7. Skywalker

    22 luglio

    Ah ecco, abbiamo trovato finalmente la chiave di volta: alzi la mano chi non ha mai avuto – da bambina o adolescente – una molestia o abuso di tipo sessuale (men version: alzi la mano chi non ha mai subito – da bambino o adolescente – atti di bullismo e violenza fisica).

    Margherita, te lo dico in modo disinteressato e con affetto: smettila di rifugiarti nell’adolescenza. Esci da questo stramaledetto stato larvale di adolescente-a-tutti-i-costi. Affronta quello che ti è successo adesso, perché poi le cose non miglioreranno, più crescerai (è inevitabile) più sentirai parlare di morte e malattie tra chi hai di più caro.

    Inoltre una cosa del genere ti fotte tutti i rapporti sentimentali presenti, passati e futuri, vissuti “male” a causa di quell’abuso. Non permettere che accada una cosa del genere: se non dai all’umanità marziana una seconda, anche una terza chance non le avrai neanche tu di conseguenza. Indossa quel bikini fluo e buttati a mare, perché se non riesci a fidarti di una cosa così incostante come il mare come puoi solo pensare di uscirne fuori? Se non ti immergi non ne uscirai.

  8. LAURA

    23 luglio

    Io vorrei un trigger warning per i commenti di skywalker…

  9. ita

    23 luglio

    Oh Skywa’, se non c’eri te a dirci di andare avanti nella vita con le frasi a effetto e l’analogia del costume da bagno e del buttarsi in mare MA COME AVREI FATTO A SUPERARE L’ADOLESCENZA.
    Seriamente: la tua concretezza mi rasserena, ma renditi conto che raccontare la propria storia E’ (perdonate l’apostrofo) un modo per affrontare le cose che sono successe, è un modo per crescere, è un modo per non permettere che accada una cosa del genere, è un modo per immergersi. Forse non il tuo modo ma rispetta i modi diversi che hanno le persone di ricapitolare la propria vita. Rispetta anche i modi meno sereni dei tuoi, anche quelli che hanno bisogno di ritornare allo stato larvale per qualche minuto per tornare a respirare.

  10. verdeanita

    23 luglio

    Vedi, caro Skywalker, un modo per affrontare quello che è successo è capire cosa è successo e parlarne. Ed è difficile proprio perchè gente come te minimizza in modo così superficiale. Davvero una cosa del genere mi fotte tutti i rapporti sentimentali? Ah, scusa, non l’avevo capito. Vado subito a mettermi un costume colorato e a farmi un bagno. E pensare che c’è gente che paga fior di quattrini per andare in terapia. Che grulli!

    Ancora più fastidioso è il tuo rivolgerti direttamente a Margherita quando è una cosa che avrebbero potuto dire molte altre persone. Ma è la stessa storia di chi guarda il dito e non il cielo.

  11. Ilaria

    23 luglio

    Skywalker e Paolo mi hanno tolto le parole di bocca. Non voglio passare per insensibile (e neanche loro due lo sono), ma questo post al limite dovrebbe stare sul blog personale di Margherita e non su Soft Revolution, perché in questo come in altri post di Margherita, il tema viene surclassato dai problemi personali (non è un’offesa, tutti abbiamo ovviamente problemi personali) dell’autrice. Ci sarebbero tante cose da dire ma ne dico due perché sono quelle che mi stanno più a cuore in quanto le ritengo utili:
    1. Margherita, non puoi pretendere di avere un mondo nel quale tutti si tappino la bocca o si comportino in modo da non ferire o danneggiare altre persone (questo è davvero un punto di vista adolescenziale da cui non riesci a liberarti); sarebbe bello, ok, e anch’io trovo odiose le barzellette razziste e sessiste… ma siamo 7 miliardi di persone e per quanto i tuoi princìpi siano correttissimi il mondo è SCORRETTO. Questo significa che ognuno di noi deve lavorare su se stesso per essere abbastanza forte da tollerare che a una cavolo di festa un tizio racconti una barzelletta idiota senza farne un dramma, che tu gli risponda o no. Significa che non puoi pretendere di avere trigger che ti tengano alla larga dalle cose ma devi essere in grado di affrontare l’inevitabile fatto che vivendo capita di imbattersi in molte cose spiacevoli che possono evocarne altre ugualmente spiacevoli, e bisogna saperci stare. Tu vivi nella “cultura del piagnisteo”, quella del vittimismo per cui si subisce un “trauma” (che anche se non è tale viene visto come tale, come in quella che tu definisci “violenza sessuale” da parte del tecnico del pc) e si deve restare pervicacemente incollati a questo trauma, con tutto il mondo esterno che deve coccolarci e chiamarci “poverini” (e mettere i trigger prima di raccontare barzellette).
    2. Quella che hai subìto tu la chiami “violenza sessuale”, ok è il tuo vissuto, la tua interpretazione, su questo non entro. Ma non è una violenza sessuale. Quasi tutte e tutti abbiamo vissuto episodi di questo genere, io per es. più di uno, ma mai e poi mai mi sono sentita traumatizzata perché un idiota adulto incrociandomi sul marciapiede (la prima volta avevo 9 anni, l’altra 11, erano due idioti diversi) mi ha toccato il seno o perché un prete che ci confessava quando avevamo otto anni ci accarezzava le cosce e così via. I casi sono due: o tu davvero, per qualche motivo, sei rimasta traumatizzata da quell’episodio (e allora puoi cercare di farti aiutare e ne hai tutto il diritto) oppure stai “ideologizzando” la cosa per portare avanti le tue teorie femministe. Ti confesso che a volte ho davvero questa impressione: come se tu, non con cattiveria ma inconsapevolmente, enfatizzassi certe cose in realtà comunissime per trarne una “morale” per Soft revolution (e consolatoria per te stessa; perché anch’io vedo un grosso problema ad accettare che sei adulta e non più adolescente).

  12. verdeanita

    24 luglio

    Scusa Ilaria, ma a te pare bello e giusto che la gente ti tocchi le tette per strada e che un prete di tocchi le cosce?
    Il fatto che tu non ne sia rimasta traumatizzata (buon per te) non mi pare un motivo per minimizzare, come il fatto che certe cose siano “comunissime” mi pare disgustoso e non un argomento a loro difesa.

  13. LAURA

    24 luglio

    Io ho dei seri problemi con i commenti che si trasformano, o partono direttamente come, attacchi personali. Detto questo, se non altro ilaria cerca di contestualizzare la sua critica, e io sono anche d’accordo che lavorare su se stessi – come credo tutti cerchino poi di fare – e’ importante, ma allo stesso modo e’ importante cercare di cambiare il mondo che ci circonda, magari partendo dalle piccole cose e/o dal confronto con le persone. Ok, quest’ultima frase suona molto missionaria/ hippie, che non e’ assolutamente il mio stile, ma quel che voglio dire e’ che io non accetto di vivere in un mondo in cui se cammino per strada e vengo palpeggiata o mi vengono rivolti commenti a sproposito, beh, la mia unica opzione e’ di lavorare su me stessa! Cosi’ come non credo che tu voglia veramente dire che se io e te fossimo a una festa, e io raccontassi una barzelletta sui ne(g)ri (!!!) che si arrampicano sugli alberi perche’ ovviamente sono un po’ simili a delle scimmie, la cosa migliore da fare per un interlocutore offeso dalla cosa sia “lavorare su se stessi” invece di esprimere il proprio dissenso con una cagata colossale che e’ stata appena pronunciata. A me preoccupa molto anche il fatto che tu trovi la violenza sessuale, o il “sexual harrassment” (non mi viene la traduzione in italiano, scusate) cosi’ normale che non ci sia mica bisogno di tirarla tanto per le lunghe.. io questa la chiamo “normalizzazione della violenza”, e credo che non faccia bene ne’ sul piano personale ne’ sul cercare di, appunto, eradicare queste pratiche nel mondo che ci circonda! Per capire cosa intendo con sexual harrassment, ecco un triste esempio su yahoo answers:
    https://answers.yahoo.com/question/index?qid=20110302160916AAPamFo

  14. Skywalker

    24 luglio

    Cara Skywalker. Sono una donna…e cmq sti atteggiamenti da robertino “ricomincio da 3” mi stizzano. Una faccia di schiaffi, altro che trigger minchia.
    Ma giusto facciamo così: non parliamo di cose che potrebbero urtare la sensibilità di qualcuno. Nascondiamole sotto il tappeto. Rinunciamo a vivere.

  15. Garnant

    24 luglio

    I trigger warning mi interessano molto. Nella fanfiction si usano da tantissimo tempo, in particolare Rape, Non-con, Dub-con ecc. e io personalmente li ho sempre trovati molto utili, anche banalmente come tagging da archivio. Il fatto è che raccontare un trauma è a suo modo una forma di aggressione, chi ascolta ne uscirà quantomeno un po’ turbato, anche se non ha avuto esperienze personali collegate, figurarsi se le ha avute.

    E’ un argomento che mi interessa enormemente in generale in termini di comunicazione. Come fare ad informare le persone che una qualche bruttura esiste, senza farle star male? Alcuni usano il trauma proprio come strategia di comunicazione, ti faccio vedere qualcosa di orrendo così sei costretto a prendere in considerazione che questo succede nel mondo dove vivi, e se ti fa star male peggio per te, basta che fai qualcosa, che fai girare l’informazione, che te ne ricordi quando vai a votare. Altri sostengono che bisogna proteggere tutti, usare metodi di buon gusto, e se succede qualcosa di orrendo non bisogna raccontarlo in giro in modo esplicito perché poi si rovina la giornata alle persone.

    Io mi trovo un po’ nel mezzo e sto cercando di elaborare, perché mi capita spesso di non dire cose perchè temo di turbare le persone, poi le persone non vengono a sapere le cose e rimangono nell’ingenuità, e poi però vanno a votare e ci ritroviamo in una società dove è tutto molto carino, per carità, però dietro le quinte succede il peggio del peggio.

    Una opzione sembrerebbe essere il trigger warning. Si mette il warning, e il lettore deciderà per sé. Però non mi convince. Funziona nelle comunità di fanfiction e di fandom perché sono altamente codificate e c’è un forte concetto di negoziazione.

    Ma nel mondo “generalista” diciamo così? Cioè per strada, a una festa tra amici, o su un blog personale? Il trigger warning a quel punto non diventa una forma di politicamente corretto o addirituttura di paternalismo? Inoltre, non è di per sé allarmante? O al contrario, non ci fa sentire tutti un po’ delicatini e bisognosi di protezione?

    Tra l’altro ultimamente c’è una polemica interessante nel mondo della fan fiction e cioè, mettere un warning per un kink non sarà alla fine una forma di kink shaming?

  16. Veronica Vituzzi

    24 luglio

    Scusate ma io davvero non capisco.
    1)Trovo orripilante la definizione di violenza sessuale, che immagino venga relazionata alla pura penetrazione. Stando così si lasciano fuori le esperienze di tantissime ragazze, compresa io, molestate a vari livelli. In pratica si sta dicendo che visto che non siamo state tecnicamente scopate non abbiamo di che lamentarci. Mi sembra assurdo. Violenza è qualcosa che non vuoi e sei costretta a subire, sessuale riguarda la sfera del sesso. Se uno contro la mia volontà mi ficca le mani sotto la maglietta a chiaro proposito sessuale, è quello l’ambito mi pare. Se volete cambiate nome, chiamatele molestie. Ma questo significa che l’articolo è centrato: abbiamo un problema di linguaggio al riguardo, ancora oggi. Non vedo il senso del discorso sulla gravità, e nel mio cervello si creano paradossi inquietanti. Tu non puoi lamentarti perché ti hanno solo palpata, tu invece non puoi lamentarti perché era solo uno e non una gang, fino al surreale del benaltrismo.
    2)La sensibilità. Io non riesco a giudicare il dolore degli altri perché non lo provo. Ma certo mi lascerei il dubbio, solo il dubbio, che portarsi dietro certi ricordi non debba essere esclusivamente per assolvere le proprie debolezze nel contesto della cosiddetta cultura del piagnisteo. Né credo che un individuo maturo, sano e libero sia colui che arrivato alla maturità guarda alle proprie ferite con serenità. Per quanto cresciuto, certe cose faranno sempre male. Perdite, brutti ricordi, qualcosa di doloroso lo lasciano sempre. E personalmente non riesco a rinfacciare a qualcuno il fatto di non lasciarsi indietro determinate cose. Capisco che ci siano livelli di gravità, che ci siano cose che mi viene naturale definire leggere, ma l’ambito del racconto di Margherita mi sembra fuori discussione (vedi punto1) E trovo quasi crudele la reazione per cui, se stai male ancora per un episodio della tua vita, è perché ti stai compatendo, assolvendo, giustificando etc.
    3)Le molestie non sono normali. Certo che il mondo è scorretto, ma credo che il modo di percepire le cose dipenda proprio da questo atteggiamento: vedi la cattiveria umana e l’accetti come imprescindibile o vedi la cattiveria umana, la riconosci ma tuttavia continua a non andarti bene, Malgrado la sua diffusione capillare. Non è combattere contro i mulini al vento. Si tratta delle cose che decidiamo di accettare o meno.

  17. margherita b

    25 luglio

    n tanti qui dicono di non volere contribuire a una sorta di “cultura del piagnisteo” utilizzando i trigger warning e tutelando le persone debolucce dalle loro paure. Io, onestamente, non voglio contribuire a una “cultura dello schiacciasassi”, nella quale, pur di sentirsi forti, trasgressivi e controcorrente si schiacciano le emozioni e le esperienze delle persone.

    Sapete cos’è un trigger? Lo sapete davvero? Non è un evento che ci fa sentire improvvisamente tristi, e lo specifico perché mi sembra che l’opinione generale sia quella. Un trigger è un elemento scatenante (un suono, una parola, un’immagine, una sensazione…) che fa rivivere un trauma pregresso. RIVIVERE UN TRAUMA. Fare di nuovo l’esperienza di ciò che si teme di più del proprio passato. Sono le mani di un estraneo di nuovo sul proprio corpo, il suono degli spari vicino alle orecchie, la sensazione di soffocare (a volte apnea autoindotta). Quando è molto grave il soggetto può staccarsi dalla realtà e compiere azioni senza esserne cosciente; possono passare giorni senza che il soggetto si “risvegli”. Potrebbe essere all’estero, potrebbe aver speso tutti i propri soldi, essersi fatto del male, aver fatto del male ad altre persone, essersi ucciso.

    Io trovo i trigger warning una questione di rispetto delle esperienze altrui. Non penso che limitino il discorso, anzi, lo alimentano e ci costringono a guardare certi temi per quello che sono: temi complessi e delicati. Ci costringono a guardare male l’imbecille che fa una battuta sulla violenza sessuale alla festa perché sappiamo che sta ferendo una sicura percentuale di persone nella stanza.

    Proprio perché sono una questione di rispetto, non capisco chi dice che limitano la conversazione. Se un mio amico mi dice che ci sono particolari argomenti che lo infastidiscono e di cui non vuole parlare io lo rispetto e parlo di qualcos’altro. Non sono una capra. E sono sicura che lo facciamo tutti, anche con temi meno traumatici come una violenza sessuale; evitiamo di parlare di un esame in università di fronte a qualcuno a cui è andato male; non parliamo del partner di qualcuno se sappiamo che hanno appena rotto.

    Perché, allora, quando si tratta di avere delicatezza riguardo la violenza sessuale, l’abuso psicologico, l’autolesionismo e i disturbi alimentari, immediatamente puntiamo il dito contro chi ci chiede un po’ di tatto e lo accusiamo di limitare la nostra libertà di parola?

    I trigger warning non sono una censura, anzi. Non si mettono al posto di un articolo sull’argomento, si mettono PRIMA di un articolo sull’argomento e servono a tutelare persone che non sono ancora pronte per rivivere il trauma. Da quando si parla di trigger warning io ho visto un proliferare di articoli, saggi e tesi su temi delicati avvallati appunto dalla possibilità di parlare di certi argomenti con le dovute precauzioni.

    Poi, due ultime cose.

    Si accusa l’autrice di essere bloccata nell’adolescenza e di non voler crescere e affrontare i propri traumi. Cosa significa affrontare i propri traumi e crescere? Parlarne. Ed è quello che l’autrice sta facendo. Ho la sensazione che voi intendiate “affrontare il trauma” con “lasciarselo alle spalle e ignorarlo finché non da fastidio a nessuno a parte me”. Mi dispiace ma non funziona così.

    Ultimo punto: qualcuno contesta QUANTO l’autrice sia stata molestata per avere il DIRITTO di parlare di trauma.
    Sono basita.
    Quando in ospedale distribuiranno le spillette “Sono stata violentata abbastanza da poter star male” forse ci faremo qualche domanda.
    Una violazione della nostra sfera privata e della nostra volontà, è una violenza.
    Una violazione della nostra sfera privata intima e della nostra volontà sessuale, è una violenza sessuale.
    Mi fermo a farvi considerare che l’episodio di cui parla l’autrice è pura pedofilia.

  18. stregaguru

    28 luglio

    Stiamo parlando di VIOLENZA in tutte le sue “sfumature”, e dobbiamo parlarne sempre e nei giusti e corretti contesti. I TRIGGER WARNING bene che ci siano, per tutelare l’altro e dare la possibilità a l’altro di poter decidere se si o no…. “il non poter decidere” potrebbe anche questa essere una forma di violenza. La persona che ha subito violenza non deve essere mai banalizzata, ma RISPETTATA, AIUTATA E NON GIUDICATA e… allo stesso modo chi FA VIOLENZA non deve essere banalizzato ma RISPETTATO, AIUTATO E NON GIUDICATO.
    Può sembrare una provocazione, e in parte lo è, ma molte volte chi fa un qualsiasi tipo di violenza, ha subito a sua volta violenza, o ha vissuto in contesti sociali, famigliari “particolari”. Un suono, la scena di un film, una parola un odore, possono far scatenare una reazione… violenta verso qualcuno o se stessi. A volte questo accade in modo irrazionale. Empatia, si usa molto questa parola, ma entrare in empatia in determinate situazion e non è facile, per me non è empatia aver “capito fino in fondo,e scrivere un messaggio, e lasciare che la persona se ne vada “da sola”. Ho capito cosa? hai provato provato la stessa cosa?… no, allora puoi solo immaginare di aver capito in fondo. Qundi che tu abbia subito violenza o abbia fatto violenza di qualsiasi genere devi essere NON BANALIZZATO, AIUTATO E NON GIUDICATO.

  19. Ilaria

    28 luglio

    @Verdeamita: non lo trovo né bello né giusto né normale né in alcun modo giustificabile, tant’è che quel prete è stato da me “denunciato” anche se ero una bambina, così come ho sempre reagito di fronte a qualunque sopruso (non solo di natura sessuale né solo legato al genere). Ed è OVVIO che le molestie e tanto più le violenze (sono due cose comunque molto diverse) vanno condannate e punite, scoraggiate e così via. Non minimizzo la molestia, dico che sarebbe sano che la vittima minimizzasse (o meglio applicasse un salutare – per la vittima – understatement) il vissuto di questa molestia. Non puoi lasciare che la tua vita venga rovinata solo perché un’altra persona ti ha fatto del male. Non volevo neanche commentarlo questo post. L’ho fatto non per attaccare o giudicare Margherita, ma per questo motivo: se lei avesse scritto questo post sul suo blog personale non avrei commentato, perché non mi permetto di giudicare il vissuto di una persona che sta raccontando qualcosa che l’ha ferita; ma qui su SR “il privato è politico” e quindi sono intervenuta perché ho pensato a una ragazza molestata che capitasse qui. Volevo che oltre al messaggio trasmesso dal post (sei una vittima, quello che hai subìto ti impedirà di vivere serenamente un sacco di cose, sei stata espropriata della tua libertà ecc.) trovasse anche il mio: hai subìto una cosa disgustosa e che ti ha spaventata ma è un fatto, vai avanti tranquilla perché un idiota non può rovinarti la vita a meno che tu non lo permetta. Questa è la mia opinione, sicuramente ci sarà chi la pensa come Margherita e come te e chi la pensa come me, ed è giusto così.

  20. I.

    10 agosto

    Solo una cosa – MIlos forman e’ un regista ceco, Gli amori di una bionda e’ un film cecoslovacco.

  21. angela

    1 aprile

    Sinceramente, trovo la violenza sessuale un reato orrendo.
    Ma trovo anche surreale il “non tenere conto” del contesto di un film nell’analisi di un film.
    Insomma, nel 1965 c’era un altro background culturale e non vederlo è una grande idiozia.
    (un esempio di tale delirio è il trasformare Enea in un ominiccolo quando le femministe analizzano l’Eneide)
    Io mi preoccuperei di più del maschilismo di ritorno di romanzi come Cinquanta sfumature di grigio, scritti da donne non dico giovanissime, ma non vecchissime!
    E mi preoccuperei del maschilismo di certe ragazzine, che fanno delle storie dove lo stupro è esaltato (After di Anna Todd!)

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.