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La solitudine e la tecnologia nel mondo di “...

La solitudine e la tecnologia nel mondo di “The Zero Theorem”

È arrivata, passando un po’ inosservata, la nuova previsione per il futuro firmata Terry Gilliam. Forse il nome non vi dirà niente, ma Monty Python vi dice qualcosa? Lui era quello che creava le strambe animazioni che collegavano uno sketch all’altro. I Monty Python erano pazzi, ma lui ancora di più: basta guardare uno dei suoi film. Il più famoso è lo psichedelico Paura e delirio a Las Vegas, mentre Brazil è il suo capolavoro. Tideland vi assicurerà incubi per molto tempo, e invece Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo dovrebbe essere guardato anche solo perché raduna Heath Ledger, Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell in un solo personaggio. Il suo stile, grottesco ed eccentrico, è inconfondibile, e Gilliam dà sempre l’impressione di aver capito qualcosa che noi ignoriamo.

un artwork di Terry Gilliam per i Monty Python

Un artwork di Terry Gilliam per i Monty Python

Brazil, film del 1985, prevedeva esattamente quello che è stato il mondo fino a pochi anni fa – un luogo in cui la tecnologia è onnipresente, ma non funziona mai come dovrebbe, e in cui per fare qualsiasi cosa servono carte e moduli, e tutto è al servizio della burocrazia. Ah, e in cui tutti abusano della chirurgia plastica.

Ma ora le cose sono cambiate: la tecnologia è diventata (più) affidabile, e internet ha cambiato lo stile di vita di tutte le persone. Era giunta l’ora di un’altra previsione, ed ecco The Zero Theorem (2013), che presenta un futuro distopico (avete notato che nelle recensioni il futuro è sempre distopico?), per la verità non molto lontano. E allora riecco sempre la tecnologia, ma questa volta funziona fin troppo bene.

Il protagonista è Christoph Waltz (sì, il nazista di Bastardi senza gloria), che in un primo momento sembra decisamente fuori parte: il personaggio, borderline autistico, non si addice ai lineamenti vissuti dell’attore, evidentemente più a suo agio in una parte ben piantata come quella del cacciatore di ebrei. In seguito, però, le linee del viso di Qohen (questo l’impronunciabile nome del protagonista) acquisiranno un perché.

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Questo futuro molto prossimo, per l’appunto distopico (adesso che ho guardato il significato sul vocabolario lo userò continuamente), ehm… dicevo, questo futuro prossimo è in realtà molto simile al nostro presente: vestiti eccentrici e colorati, pubblicità invasiva, telecamere ovunque, persone in simbiosi con computer e smartphone.

Come avrete letto su qualche rivista, il lavoro del futuro è quello del data cruncher (analista di dati). I periodici amano parlarne, di questo e di “big data”. Data la grande mole di dati statistici che è disponibile al giorno d’oggi (grazie anche alle informazioni raccolte da internet), in futuro saranno sempre più richieste figure che riescano a maneggiare questi enormi dataset, e a tirarne fuori qualcosa. Nel film, Qohen lavora in una società – la Mancom – che si occupa proprio di questo, solo che a un livello ancora più alto: “esoterico” è la parola giusta. Sì, perché i dati da macinare sono addirittura esoterici, e una volta lavorati vengono immagazzinati sotto forma di un liquido fluorescente, ectoplasmatico quasi. Non si capisce cosa ne faccia esattamente questa Mancom, ma apparentemente tutto ciò serve per “dare un senso alle cose belle della vita”.

In ogni caso, in questo film il lavoro è sempre davanti a uno schermo, con mini-scadenze e classifiche di produttività da scalare, come se fosse un gioco. E allora viene il dubbio che anche i dipendenti non sappiano bene che cosa stanno facendo, correndo (anzi, è il caso di dire “pedalando”) dietro a deadline e graduatorie. Nel frattempo, però, sono da soli davanti a uno schermo. Vi ricorda qualcosa? Non per niente, questo futuro (ricordiamo, distopico) è decisamente prossimo.

E al di fuori del posto di lavoro? Emblematica è la festa cui Qohen (suo malgrado) partecipa: tutti hanno l’aria di divertirsi, ma a ben vedere c’è qualcosa che non va. Ognuno è attaccato al proprio smartphone o tablet: cuffiette indosso, sguardo fisso sullo schermo tra le mani, sorridono e ballano, si scattano foto, ma non sembrano stare, se non fisicamente, insieme.

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Qohen, a disagio con le altre persone, cerca di farsi assegnare a una sorta di telelavoro: tutto, pur di poter stare a casa in solitudine. A questo punto c’è da dire che la sua casa è in realtà una bellissima chiesa mezza diroccata: nella realtà si trova in Romania, dove il film è stato girato.

A questo punto, il protagonista viene accontentato, diventa a sua insaputa uno strumento del “Management” e viene assegnato a macinare dati per un determinato scopo: dimostrare lo Zero Theorem. Non vi voglio anticipare ciò di cui si tratta, ma la modalità di lavoro è sempre la stessa: una specie di videogioco, in cui bisogna incastrare formule matematiche, seguendo una pressante tabella di marcia fatta di scadenze. Non so che cosa facciate voi, ma io mi sento particolarmente presa in causa: dovendo usare spesso software statistico, capisco perfettamente l’ansia e l’alienazione di dover far “incastrare” formule, numeri e dati in tempo per la consegna prefissata.

Il misterioso Management manderà a controllare il lavoro di Qohen, sull’orlo di un esaurimento di nervi, un ragazzino che ha l’aria di saperla lunga. Il giovane stagista (interpretato peraltro benissimo da Lucas Hedges) parla un simpatico slang, fa lo spaccone, riesce a intrufolarsi in qualsiasi computer, ma si ammutolisce quando si trova davanti a una ragazza, e non ha contatti con i coetanei. Sembrerebbe un piccolo genio, ma viene il dubbio che sia semplicemente la sua giovinezza a farlo navigare con tanta grazia in questo mondo tecnologico.

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Che entrano ed escono da questa storia ci sono altri due personaggi molto importanti: il “supervisore” di Qohen, che non ha veri amici, ma che ostenta un rapporto di amicizia con i dipendenti (in modo decisamente diverso dal “capo” di Brazil); e Bainsley.

Bainsley, l’unico personaggio femminile (a parte la bizzarra strizzacervelli telematica interpretata da Tilda Swinton), è piuttosto particolare. Resa incredibilmente affascinante dall’attrice francese Mélanie Thierry, Bainsley si propone in modo molto sexy e innocente al tempo stesso, ma si intravede in lei una certa complessità. Vestita di volta in volta da infermierina sexy, con un bikini infantile, o direttamente svestita, si conforma ai cliché della sensualità, ma si vede che lo fa, per così dire, “per lavoro”. Anche lei in realtà si sente sola, e interagisce con le persone solo tramite la realtà virtuale.

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La società, colorata e rumorosa, cela tante piccole solitudini, nonostante una facciata allegra e festaiola. In una società in cui non c’è nessun oppressore o problema materiale, la preoccupazione maggiore è quella di “dare un senso” alle cose. Per questo, la religione è ancora ben presente: solo, si è adeguata ai nuovi mezzi, e cerca fedeli tramite la pubblicità. Anche la Mancom si preoccupa di trovare un “senso”, usando però i mezzi della scienza (benché si tratti di mezzi quasi esoterici). Qohen, invece, cerca il suo personale “senso” nella solitudine, che però non riuscirà mai a trovare, continuamente disturbato da stimoli esterni. Chiamate, visite, suonerie, lavoro, pubblicità…

Insomma, il regista non è andato molto lontano nel futuro con The Zero Theorem, e molti ne saranno forse delusi, sperando in una visione più lungimirante. Ma se non vi fermate in superficie questo film contiene molti spunti di riflessione sul presente, e sulla direzione in cui stiamo andando. Vi affezionerete ai personaggi, e alla fine vorrete che questo film continui, ma, ahimè, finirà in fretta, e sarete pronti per passare ad altro, in sintonia con i ritmi della nostra epoca. Terry Gilliam non ha perso il suo sguardo lucido, e chissà, magari ci mostra più di quanto sembra.


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  1. Paolo

    28 novembre

    deve essere un film molto interessante. Vedrò di recuperarlo

    (la sensualità è più di un clichè, che sia “per lavoro” o no)

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