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La Sirenetta: omosessualità sul fondo del mare

La Sirenetta: omosessualità sul fondo del mare

di Francesca Fornillo

Diciamolo pure: La Sirenetta, risalente all’ormai lontano 1989, è uno degli esempi più lampanti di quella retorica disneiana che la comunità femminista si è preoccupata di criticare. L’ideale massimo perseguito dalla giovane Ariel è, come da intoccabile tradizione, l’amore eterno di un uomo con cui non ha mai parlato. E come se ciò non fosse sufficiente a farci storcere il naso, per raggiungerlo è disposta a rinunciare al suo più grande talento, il dono che avrebbe potuto fruttarle – facendo un uso inappropriato del termine – una “carriera”: la sua voce, la più bella dei Sette Mari, il vero gioiello dei musical di corte.

Illustrazione di Marianna Coppo

Illustrazione di Marianna Coppo

Chiunque abbia avuto un’infanzia nella norma avrà ascoltato almeno una volta, al caldo delle coperte, una versione ridotta della fiaba originale di Hans Christian Andersen, Den lille havfrue, pubblicata per la prima volta nella raccolta del 1837. Le differenze sono note e innumerevoli, perlopiù eliminate dalla Disney perché troppo macabre per il pubblico infantile: la lingua della Sirenetta viene recisa, in una mutilazione irreversibile; la Strega del Mare si taglia il petto sulla scena per aggiungere il suo sangue alla pozione magica; una volta acquisita la forma umana, la sofferenza nel camminare sarà atroce: “a ogni passo che farai, sarà come se tu camminassi su coltelli appuntiti e tutto il tuo sangue avesse a spiccare goccia a goccia”; la trasformazione in umana è irreversibile, e in caso di fallimento comporta la morte.

Il finale è tutt’altro che idilliaco: il Principe sposa un’altra donna, una principessa che ha tragicamente scambiato per la sua salvatrice. Gli eventi successivi portano, in realtà, ad un lieto fine di consolazione: le sorelle sacrificano le loro chiome per dare alla Sirenetta la possibilità di tornare sirena, uccidendo il Principe con un pugnale; lei non riesce a farlo e va incontro al suo destino, diventando una Figlia dell’Aria, spirito benevolo che, dopo trecento anni di buone azioni, potrà finalmente avere accesso al Paradiso. Da qui la morale educativa: ogni volta che una Figlia dell’Aria incontra un “bambino buono”, le viene scontato un anno di attesa. Bambin*, non fate piangere la Sirenetta, che ne ha già passate tante.

Due sono i fattori principali che vanno tenuti in considerazione, per capire una fiaba così ampiamente rappresentata e rivisitata: la profonda cristianità di Andersen e la leggenda da cui la figura della sirena come la conosciamo oggi attinge, quella germanica dell’ondina, creatura acquatica che, nella sua evoluzione, è arrivata ad essere rappresentata con la ben nota coda di pesce. L’ondina – e, di conseguenza, anche la giovane Sirenetta di Andersen – non ha un’anima: può acquisirne una soltanto sposando un essere umano. Tutte cose che vengono spiegate alla Sirenetta molto prima dell’incontro con il Principe. Resta così turbata dal suo triste destino, “diventare spuma di mare” e dissolversi con tutti i suoi ricordi, che sembra quasi che la spinta ossessiva che da quel momento la porta a una perenne nostalgia romantica della terra sia, più che altro, una conseguenza di questa paura della dissoluzione; è chiaro che c’è una retorica cristiana dell’elevazione al cielo e a Dio, una sorta di “conversione” che dia accesso alla vita eterna.

Ma non è tutto.

Andersen non si sposò mai: l’unica, timida proposta di matrimonio che fece a una donna fu rifiutata. Dai suoi diari giovanili emerge un fermo rifiuto del contatto sessuale, una vera e propria dichiarazione di celibato volontario. E poi scrive all’amico Edvard Collin: “ti desidero come se tu fossi una splendida fanciulla della Calabria”, “i miei sentimenti nei tuoi confronti sono quelli di una donna. La femminilità della mia natura e della nostra amicizia, come i Misteri, non deve essere interpretata”. La corrispondenza epistolare che conferma la tesi è fitta, soprattutto quella con l’ultimo amante, il Granduca ereditario di Weimar: senza spenderci in etichette, Andersen è attratto dagli uomini. Non sappiamo se con o senza problemi di genere annessi, né con quali esiti concreti, e non è il caso di fare gli psicanalisti del nulla; ma ne è attratto, e questo si riversa su una delle sue fiabe più celebri.

Siamo più o meno nel 1836: Collin decide di sposare una donna. Qualche mese dopo, esce la raccolta di fiabe Eventyr, fortalte for Børn III, che contiene proprio La Sirenetta.

Ecco, allora, che il quadro si fa più chiaro. Andersen è la Sirenetta, e la Sirenetta è il suo nucleo più profondo, la donna che ha perso il suo principe per un’altra. Nella lingua tagliata, nella perdita della voce, sta tutta la frustrazione di non potersi esprimere liberamente: l’amore della Sirenetta è il più puro e sincero, è lei la vera salvatrice del Principe, ma non può dirlo, perché dalla sua bocca non esce suono. La Sirenetta è una fiaba di impotenza e dolore. Nella diversa natura delle parti in gioco sta la tragicità dell’amore impossibile. Un gioco drammatico che emerge anche più chiaramente nella struggente fiaba L’Uomo di neve: l’irrealizzabilità dei legami è sublimata nel pupazzo di neve innamorato della stufa, che si scioglie con l’arrivo della primavera e scopre, con immensa malinconia, che per tutto quel tempo una parte di lei – un tubo passante per il giardino – è sempre stata accanto a lui.

Non sapremo mai quali fossero i veri conflitti interiori di Andersen, proprio per la vaghezza delle sue dichiarazioni; ma questo, alla fine, è suo diritto portarlo con sé nella tomba. Quello che a noi importa è che anche uno tra gli idoli più celebri di generazioni di bambin* può essere stato, a suo tempo, un modo come un altro per esorcizzare un dolore, per lasciare una traccia di un problema così personale e profondo di identità sessuale e di genere.

Bibliografia:

• H.C. Andersen, Le fiabe. Introduzione di Kirsten Bech, Newton Compton, Roma 1993
• M. Ciaravolo, Materiali di letterature nordiche I, 2013-2014
• R. Lepage, Bedtime stories, The Guardian, 18/1/2006
The gay love letters of Hans Christian Andersen, rictornorton.co.uk/andersen.htm
Hans Christian Andersen’s correspondence, Frederick Crawford, Londra 1891


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  1. Matteo

    27 maggio

    bell’articolo 🙂

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