Crea sito
READING

Sharon Van Etten, Are We There e non solo

Sharon Van Etten, Are We There e non solo

Le conseguenze dell’amore titola un film del 2004 di Paolo Sorrentino; e non mi vengono in mente parole migliori per descrivere la dinamica con la quale ho scoperto l’esistenza di Sharon Van Etten. Quasi sicuramente stavo perdendo tempo guardando video dei National in rete, studiando la curvatura della schiena di Matt Berninger e le differenze microscopiche fra i gemelli Dessner (e fin qui: l’amore, o una delle sue infinite e insondabili manifestazioni); quando spunta da qualche parte questa ragazza. Sale sul palcoscenico insieme agli altri, si mette dietro l’asta di un microfono e parte a cantare; sta facendo i cori o la seconda voce, o entrambe le cose. Mi sono sempre piaciute le ragazze che cantano, e suonano; questa fortunata però non l’avevo mai vista. Mi affretto quindi a cercarne il nome e leggere qualsiasi cosa riesca a reperire su di lei da internet. Per scoprire tre minuti o forse tre ore dopo che Aaron Dessner (il gemello col ciuffo all’ingiù) sta producendo e registrando (nel suo garage) una songwriter del New Jersey al suo terzo album. Tale Sharon Van Etten, appunto.

sharon van ettenLa ragazza ha già iniziato ad esibirsi dal vivo nei meandri di New York, e ha collaborato con artisti quali The Antlers e gli stessi The National. Il pezzo in cui l’ho vista per la prima volta infatti è Think you can wait, incluso nella colonna sonora del film Win Win, e suonato dal vivo al Beacon Theater nel 2011. Colpita dalla dedizione del gemello per la causa, vado ad ascoltarmi Epic, l’album precedente, uscito nel 2010. Non resto molto impressionata, salvo che per uno o due pezzi. A dire il vero, uno in particolare: si chiama One day e mi ricorda in qualche modo gli Yo La Tengo di My little corner of the world; la traccia verrà salvata con scrupolo e divulgata a terzi a mezzo compilation.

Nel 2012 esce Tramp ed io ho modo di concludere che:
1. Aaron Dessner è, oltretutto, un validissimo produttore e
2. una delle conseguenze dell’amore può essere: altro amore, o perlomeno un ottimo posizionamento nell’Universo Musicale Dei Preferiti.

sharon van etten

La cover di “Tramp”

You say I am genuine
I see your backhand again
I’m a sinner, I have sinned

(Our Love)

Si potrebbe pensare a Sharon Van Etten come ad una ragazza cheta, tranquilla. I grandi occhi fuggevoli già fanno gran parte del lavoro; dopo di che c’è il canto semiangelico, gli abiti semplici, e l’attitudine: quei modi che sembrano in tutto e per tutto disponibili, gentili e riservati. Se poi vi capita di vedere i video di qualche anno fa, in cui fa capolino un viso imbarazzato, lunare, e quasi infantile (solo a me ricorda Christina Ricci?), capite al volo di cosa sto parlando.

Il punto è che se leggi quello che scrive Sharon Van Etten, ti accorgi che la ragazza sta dicendo che ogni volta che sorge il sole, lei si trova nei guai; sta dicendo che è una peccatrice, e che si fa diventare matta da sola per via degli errori commessi; e sta dicendo anche che è smarrita, e che dovrebbe farsi rompere le gambe per smetterla di inseguire la persona sbagliata.

Se ascolti a fondo le sue canzoni, negli accordi di pianoforte o in quelli della chitarra, puoi sentire un vibrare irrequieto di nervi, che a volte vibrano e basta, altre volte crescono e vengono allo scoperto (è più evidente in Tramp, in pezzi come All I can). E altre volte ancora si nascondono in suoni ipnotici, circolari, quasi anestetici, quasi bolle, quasi dei rifugi (Taking chances, Our Love).

Se poi scopri quello che è stato il suo recente passato, riesci in una certa misura a far quadrare i conti, e spiegarti certe righe dei suoi testi; perché vieni a sapere di una relazione, annosa e distruttiva sia sotto il profilo personale che sotto quello professionale. E se abbassi lo sguardo rispetto al suo viso, vedi sulle braccia l’inchiostro dei tatuaggi; che potrebbero anche non significare né indicare nulla, ma messi lì così, su di lei, fanno pensare ad una sorta di contrappunto voluto, ad una segnaletica.

La cover di "Are we there"

La cover di “Are we there”

You see me turn around and try to hide my sigh
I know the ancient melodies will come at night
I sing about my fear and love and what it brings
I know, I know

(I know)

Quando è uscito Are we there per un po’ ho fatto finta di nulla, perché volevo trovare il tempo e lo spazio per ascoltarlo per bene, come si deve o si dovrebbe, dall’inizio alla fine, possibilmente senza fare altro (o al massimo lavando i piatti o facendo cose pratiche/meccaniche che non distraggono troppo). Soltanto che mentre io cercavo il tempo per l’album, l’album ha trovato il tempo per me; per così dire. Ormai era in promozione. Avevano iniziato ad uscire i singoli, erano iniziati i passaggi in televisione e nelle radio; interviste, recensioni e spezzoni musicali comparivano un po’ dappertutto. Mi sono quindi ritrovata focalizzata su alcuni pezzi, come Your love is killing me, o Tarifa, e mi piacevano. Il marchio Van Etten era già ben riconoscibile. Le atmosfere crepuscolari, un songwriting personale e appetibile, la voce semiangelica di cui sopra, ma anche le aperture vocali più tese e mordenti. Tutto bene, insomma; promettente.

Ad un certo punto però mi sono imbattuta in questa traccia, I Know, che si trova alla fine del disco. Mi è successa quella cosa bellissima che accade quando lasci andare la musica a ruota libera per la casa, e dopo un po’ di tempo non sai più quello che sta suonando. D’un un tratto poi arriva qualcosa che ti fa fermare, e ti fa raddrizzare; e tu lo ascolti chiedendoti cosa sia, e facendo già ipotesi e supposizioni, e rendendoti conto nel frattempo che, qualsiasi cosa sia, hai fatto sicuramente bene a salvarla nella tua playlist (in effetti questo “ascolto alla cieca” mi piace proprio per la sua natura da Test Della Verità).

Quando mi sono seduta per ascoltare il pezzo che ho poi scoperto essere I know, è stato il momento in cui mi è sembrato finalmente di arrivare all’album (anche perché di lì in poi è entrato in heavy rotation su ogni dispositivo disponibile).

I know è un pezzo che senza molti giri di parole, con una trasparenza che fa quasi male, e sembra quasi ingenuità ma non lo è, parla di smarrimento, paure, sentimenti complicati, lacrime e periodi passati e presenti che non dimenticherai tanto facilmente. Di base apprezzo i testi ironici, allusivi, metaforici, e la capacità di dire le cose trasversalmente, senza doverle esplicitare del tutto. Questo caso però è diverso. Qui è come se la Van Etten ci supplicasse, e si mettesse nelle nostre mani. L’ho detto, non è ingenuità, è piuttosto un atto consapevole di fede. Qui ci vengono mostrati centimetri di cuore nudo e carne viva. E fare i sostenuti, non capirlo, sarebbe come ridere in faccia ad un bambino che ci mostra il suo giocattolo preferito o ci svela il suo nascondiglio segreto. Qui bisogna farsi coinvolgere, lasciarsi trascinare, seguire l’incedere maestoso del pezzo, cogliere quel qualcosa di nobile che contiene, quel qualcosa di inafferrabile e incontestabile che puoi solo stare a sentire, perché è tutto quello che chiede.
La struttura del pezzo consiste infatti in pochi accordi di pianoforte che accompagnano la voce in modo essenziale. La voce infatti, o meglio, il testo sembra  avere la priorità su tutto. Sembra emergere una necessità di dire, evocare, spiegarsi, mettere le cose insieme. Forse l’urgenza non è quella di una Give Out ma il genere di bisogno è lo stesso. Un genere di bisogno che per certi versi ricorda la Cat Power di Colors and Kids, non tanto per le sonorità (anche se lo schema musicale è simile), quanto per il tipo di approccio che comunica: un desiderio appunto di sedersi e stare a ripensare/capire/tirar fuori cose.

Non credo che I know sia il pezzo migliore del disco, credo invece che Are we there si attesti per intero su un alto livello. Soprattutto se per alto livello intendiamo un lavoro non solo musicalmente valido, ma anche capace di schiudere un mondo proprio, di ispirare, di far apparire desideri, bisogni, messe a fuoco che prima non c’erano.

A posteriori, penso che se quella sera non mi avesse richiamata I know, sarebbe stata la sera successiva a I love you but I’m lost (pezzo tra l’altro vicinissimo a I know). O la sera ancora dopo il riascolto di Our Love. Una canzone ci colpisce in un dato momento per un insieme di ragioni, parte delle quali sono personali, parte universali. Se si tratta di un disco come Are we there, in ogni caso, non è difficile che succeda.


RELATED POST

  1. MICOL

    25 agosto

    Io l’ho scoperta grazie a Lifegate radio, mandavano “Everytime the sun comes up”. Non mi aveva convinto molto, ma i pezzi che hai recensito sono notevoli, quindi grazie per aver ampliato la mia conoscenza musicale!

  2. martina

    27 agosto

    Non la conoscevo: ora sono qui inebetita con “Are We There” da una mezz’oretta a guardare fuori dalla finestra. Grazie per averne parlato! 🙂

  3. Tarin Nurchis

    6 settembre

    @micol @martina se vi piace provate a recuperare anche tramp, l’album precedente, da non perdere 😀 grazie a voi!

  4. cristina

    13 ottobre

    Grazie per la bellissima scoperta 🙂

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.