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La seduzione femminile in mostra a Roma (fino al 5...

La seduzione femminile in mostra a Roma (fino al 5 ottobre)

Da sempre nel mondo dell’arte il corpo femminile viene utilizzato per proiettare un’immagine di desiderio e fascino, ma anche paura e soggezione. Non v’è quasi nessun autore che almeno per una porzione della sua ricerca artistica, sulla quale poi fonda uno stile ed una carriera, non sia ricorso a quella che per moltissimo tempo è stata considerata la fonte primaria d’ispirazione: la donna, come sineddoche e rappresentante umana della Natura, emblema della vita. Nel corso dei secoli la costante presenza della donna nelle opere d’arte permette un infinito numero di studi della tecnica ed esercizi di stile: dalla resa idealizzata e spersonalizzata di una bellezza atona come la Venere di Botticelli, passando per l’Olympia di Manet per arrivare alla destrutturazione della figura per inseguire un Io più autentico e primitivo con Les demoiselles d’Avignon di Picasso.

Nella mostra La forma della seduzione – Il corpo femminile nell’arte del ‘900 (in esposizione a Roma presso la Galleria Nazionale di Arte Moderna fino al 5 ottobre a cura di Barbara Tomassi), si prende però in esame solo lo scorso secolo. Le opere esposte si ripropongono di mostrare “la crescente ambiguità del fascino esercitato dall’immagine del corpo della donna” in cinque sezioni dedicate ognuna ad un particolare aspetto della seduzione femminile.

La prima sezione, “Le belle apparenze“, si avvale degli esemplari più alti delle avanguardie del primo novecento per illustrare come la relazione tra artista/musa stesse cambiando. Tra questi Amedeo Modigliani è sicuramente uno degli artisti più celebrati, riuscendo a far convivere nella sua opera gli studi classici ed un nuovo tipo di sensualità femminile che demarca il suo stile, conferendogli l’immortalità: l’accentuazione dei tratti del viso (occhi, naso) e del collo conferiscono alla donna di Modigliani, seppur stilizzata nelle forme – tanto da far pensare che l’artista si servisse della donna per la sua ricerca di un’economia del disegno geometrico e non viceversa – una sensualità enigmatica e, seppur perfettamente contenuta, quasi predatrice. La potenza del quadro qui esposto, Nudo sdraiato (1918-19), emerge dal contrasto tra la posa statuaria della modella e la sua carica erotica.

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Presenti anche varie opere fotografiche del surrealista Man Ray, che arricchisce le sue foto modificandole con forti contrasti di chiaroscuro.

Nella seconda sezione, “Seduzione/Sedizione“, entriamo nel vivo delle avanguardie storiche dove, soprattutto nel Cubismo, il corpo della donna viene letteralmente smontato per essere nuovamente caricato di valenza non più esclusivamente erotica, con tecniche artistiche completamente nuove: calato in una dimensione reale e domestica, il nudo femminile non è più mero oggetto del desiderio ma incarna tutta la frustrazione del periodo. In esposizione Donne a Palermo (1940) di Renato Guttuso, vagamente ispirato al sopracitato Demoiselles di Picasso, dove il naturalismo delle forme e colori viene abbandonato per un equilibrio interno dell’opera, conseguito grazie a corpi sproporzionati delineati da spesse linee nere contrastate da colori vibranti dell’ambientazione che arrivano a contagiare una donna (colorata di blu).

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The woman and the lock (1939) di Mary Evans (più vicino alla corrente surrealista che a quella cubista) è stata una delle opere che mi ha colpito di più: il quadro mostra il busto di una donna di schiena e sulla destra una toppa con dentro una chiave. Il tratto del disegno sottile e preciso reinterpreta liberamente l’anatomia umana disegnando muscoli fittizi. Alla base della schiena vi è un cuore con una fessura. Nella mia interpretazione, l’artista sembra suggerire il desiderio di conoscere e mostrare la bellezza interiore di una donna, scegliendo di mostrarcela di schiena e senza accentuare parti del corpo notoriamente sensuali come il sedere o i fianchi, e mostrando una “carnalità inedita” eliminando dall’opera un’altra arma di seduzione femminile ampiamente elogiata nel tempo, la pelle diafana/abbronzata, ma mostrandoci anzi il tessuto muscolare, situato, appunto, sotto la pelle.

Protagonista della terza sezione, “L’oggetto del desiderio”, è il Surrealismo, che ha come cardine della sua poetica il sesso (complice il dilagare degli studi freudiani) situato alla base del vivere comune, dello stare al mondo e dell’interagire con questo. Il movimento surrealista – figlio del movimento Dadaista – si avvale di molteplici mezzi per la creazione di opere d’arte, dalla pittura alla fotografia, utilizzata per immortalare assemblaggi di oggetti, manichini, feticci, tutti decontestualizzati e riproposti in nuovi ambienti, liberi di assumere un nuovo valore semantico. Il privilegio non si estende allo spettatore, però, che guarda questi oggetti calati in contesti da lui percepiti come inopportuni e disturbanti, da qui il valore dello shock così caro alle avanguardie d’inizio secolo. Questo è ciò che si ripropone Hans Bellmer nella sua serie di fotografie Les Saltimbanques. Bellmer sembra cogliere perfettamente tutti i disagi dell’essere una femmina che vede il suo corpo evolvere da quello di una ragazzina a quello di una donna. Calando una sessualità esplicita in contesti surreali–sti, crea immagini sofisticate di un erotismo soft servendosi di corpi di bambole, manichini e giocattoli. L’equilibrio interno delle opere è sapientemente retto tra richiami all’infanzia, grazie ad oggetti totemici, e le immagini in bianco e nero di una crudezza onirica, che restituiscono allo spettatore un senso di disagio intimo e straniante.

null nullLa quarta sezione, “La bella e la bestia“, allude all’incontro e possibile fusione tra la sensualità femminile e tutto ciò che è bestiale, o comunque non umano. Torna quindi ad imporsi l’immagine di donna immersa nella natura e parte integrante di questa, come in Fragrante délices (1987) di Aube Elléouët. Il tema è presente in maniera ancora più esplicita e deformante nell’opera di André Masson, Le peintre et le temps (1938), dove viene ritratto il volto di una donna insediato dal paesaggio: foglie, fiori e piccoli insetti compongono i lineamenti lussuriosi della modella ritratta, riproponendo con forza il binomio donna/creato, fondendole insieme al punto da renderle quasi indistinguibili, la donna capace della stessa forza generatrice.

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La quinta sezione, “La bella addormentata“, chiude la mostra. Questa sezione è dedicata ad un certo tipo di seduzione femminile: quella dove la donna si sottrae al gioco e semplicemente si lascia contemplare, la sua vulnerabilità è anche la sua più convenzionalmente grande arma. Il tema è stato ampliamente trattato sia nella narrativa (la favola dei Grimm su tutti) che nella pittura. In mostra Diana addormentata nel bosco (1933) di Giorgio De Chirico, dove vediamo la dea della caccia (di solito ritratta con arco e frecce in atteggiamento da guerriera) dormiente in un paesaggio bucolico.

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L’intimità della situazione è mostrata dalla serenità sul volto della giovane donna, qui assolutamente inoffensiva. Il quadro la ritrae giovane, innocente ed offerta allo spettatore, affinché possa sfruttare il momento per sperare di cogliere sul volto o sul corpo delle giovani assopite il tanto ricercato segreto che possa svelarne la forza seduttrice. Non l’hanno ancora trovato.

Per chi avesse voglia di approfondire il tema, il critico d’arte John Berger ha realizzato un’ottima serie di documentari per la BBC intitolata Ways of Seeing, dove nel corso delle quattro puntate esplora il ruolo svolto dalla donna nella storia dell’arte ed il suo rapporto con lo spettatore.


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