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Il sangue e le viscere nel “nuovo femminismo...

Il sangue e le viscere nel “nuovo femminismo”

Lo avete individuato nell’aria, quel preciso sentore di Nuovo Femminismo, quello sprecarsi di folte sopracciglia e ricerca di donne che facciano da portavoce di non si sa bene cosa?

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Mi è stato detto migliaia di volte, fin da quando ero piccola, che devo essere grata di quello ci è dato e non essere sempre così pronta a sfoderare critiche. In questo caso particolare, dovrei strofinarmi le mani e prendere nuovamente atto di quanto accattivanti siano divenute le espressioni “nuovo femminismo” e “quarta ondata”.
L’aspettativa è che una persona come me, che se ne va in giro con una felpa di Bitch Magazine (acquistata in uno dei tanti momenti in cui la testata sembrava sul punto di collassare per mancanza di fondi), salti sul carro delle vincitrici e si dichiari orgogliosamente parte dell'”avanguardia”.

Ma quale sarebbe questa avanguardia? Voglio che qualcuno mi elenchi le novità vere, che non siano un maldestro riconfezionamento di quanto le nostre zie dicevano negli anni ’70 e ’90 (con l’aggiunta di enfasi sull’uso di internet).
Il lavoro sugli stereotipi di genere non è una novità di questi ultimi anni. Non siamo state noi ad aprire il discorso sulla legittimazione di ogni tipo di corpo. Mi permetto di aggiungere che l’onore non è toccato nemmeno a Caitlin Moran. Le lotte per i diritti con i quali siamo nate sono raccontate da foto in bianco e nero. Il nostro compito è piantare i piedi a terra per non farceli sottrarre e per far sì che vengano estesi anche a chi non ne può ancora godere.

tumblr_n7j2rl7Y6n1qarjnpo4_1280Pare che l’agglomerarsi di numeri consistenti di ragazze attorno ad una testata femminista come questa o la trasposizione delle teorie sul femminicidio in contesto mediatico mainstream siano sufficienti a farci cantare vittoria e celebrare l’avvento della quarta ondata.
Dal mio punto di vista, potrebbe trattarsi al massimo di due indicatori ben distinti, ma non vedo nessi causali. A e B non implicano C. Trovo miope chiunque si accontenti di queste ingenuità, chiunque non senta il bisogno di indagare oltre.

A conti fatti, ciò di cui avremmo bisogno è nuova teoria. Teoria italiana, per la precisione. Teoria che sia sensibile ai nostri ostacoli linguistici e che rifletta i contesti in cui ci troviamo a vivere. Teoria che non si fermi alle dicotomie. Teoria che dia voce e sia frutto del lavoro di persone che sono ancora fortemente marginalizzate negli ambienti accademici italiani (e non solo). Teoria che non venga da persone bianche, cis e eterosessuali come me. Ma soprattutto, teoria che non venga da persone con cattedre in gender studies che hanno la spudoratezza di dirti con apparente tranquillità che non se ne intendono di queer theory e che quindi non hanno riferimenti bibliografici da suggerirti per la tua ricerca.

Il discorso mediatico italiano sulla “quarta ondata” fallisce, dal mio punto di vista, perché fa di tutta l’erba un fascio e ignora le implicazioni del nostro metodico e talvolta disperato informarci all’estero. Noi che l’inglese non lo abbiamo imparato a scuola, ma grazie a internet, non abbiamo interesse ad attendere che certi libri vengano tradotti. Li leggiamo e basta.
Allo stesso modo, guardiamo a dipartimenti di gender studies di altri paesi, se ci interessano gli sviluppi teorici di una data questione. Studiamo scritti sul problema dei neutri nella lingua spagnola per capire quali soluzioni sono state trovate; quali sono i punti cruciali sui quali lavorare. Tra di noi parliamo di femminismo intersezionale, con la consapevolezza che certi blocchi di teoria saranno fondamentali nel nostro futuro, ma che essi vanno adattati alla nostra realtà demografica, che ha poco da spartire con quella degli Stati Uniti.

Il “nuovo femminismo” delle riviste che trovate in questi giorni in edicola non è nuovo. Può essere stimabile sotto un gran numero di punti di vista, può fornirci dell’intrattenimento intelligente, ma non è promotore di idee nuove e non è inclusivo. È una minima parte del tutto.

Forse il cambiamento che c’è stato riguarda allora il contesto, ovvero il fatto che parte del discorso femminista sia tornato a lambire le riviste patinate e qualche dibattito televisivo, con tutte le conseguenze del caso. Sappiamo però che questo accade ciclicamente. La “moda femminista” va e viene, indipendentemente dalle nostre lotte quotidiane.

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Ora come ora, questo dibattito – tutto sommato povero – si fa rumore bianco nella mia testa, anche mentre tento di scriverne. Penso al sangue e alle viscere delle teorie che mi hanno aperto gli occhi sulla mia condizione e su quella di persone oppresse in modi diversi da quelli che ho conosciuto sulla mia pelle. Penso ai testi composti svariati anni prima che io nascessi, che mi hanno cambiata come persona e come scrittrice nel momento in cui ho poggiato per la prima volta gli occhi su di essi.

Penso a Blood and Guts in High School di Kathy Acker, ad esempio, un romanzo pubblicato nel 1984 e mai tradotto in italiano. Io lo comprai perché molte delle mie blogger femministe americane predilette lo citavano come influenza. Non sapevo di preciso cosa aspettarmi, quando iniziai a leggerlo, ma mi resi conto ben presto che si trattava di un’opera profondamente radicale e destinata a segnarmi.
Kathy Acker era una delle maestre della narrazione che porta la vulnerabilità a livelli tali per cui il suo mutare forma, il suo farsi spudoratamente estrema, diventa, in ultima analisi, espressione di potere (su chi leggerà i suoi scritti, sui chi ne è oggetto, sulla lingua e i canoni letterari).

Kathy Acker è pressoché sconosciuta in Italia. Ma Kathy Acker fu anche quella persona che suggerì a Kathleen Hanna di abbandonare la performance art e formare una band, per raggiungere un pubblico più vasto. Kathy Acker è stata uno degli appigli delle ragazze della terza ondata; il sangue e le viscere che risalgono in superficie nelle fanzine e nelle canzoni più dure.

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Tutto sembra nuovo quando si ignorano le storie di chi è venuta prima di noi, quando ci si ripete all’infinito senza aggiungere elementi al discorso. I nessi logici e le relazioni tra persone ci sfuggono, fino a che una frase all’interno di un documentario o di un’intervista non fa un poco di chiarezza.
Allora ecco che libri, dischi, performance e lotte politiche che apparivano separate si presentano parte di un quadro più ampio e complesso, molto più arduo da interpretare, a tratti forse anche vagamente disgustoso e incompleto.

Da persona frustrata dico: “Credo che la chiave sia lavorare su questo punto.”

 

(Immagini: Embodiment: A Portrait of Queer Life in America di Molly Landreth, una pagina di Blood and Guts in High School. In copertina: Kathy Acker)


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  1. Paolo

    1 ottobre

    per me legittimità di ogni tipo di corpo significa accettare il fatto che jude law è in media più attraente di danny de vito (faccio un esempio al maschile ma vale per tutti/e) ma non è giusto disprezzare chi ha un fisico alla de vito nè vuol dire che soggettivamente non possa piacere a qualcuno.

  2. Skywalker

    3 ottobre

    Teoria? Partiamo allora dai fenomeni.
    Tutto l’inverno avete rotto le balls con questa storia della depilazione e dell’oversize (per riassumere: chiatte, pelose e baffute è ok) raggiungendo livelli impagabili con lo slogan “nelle pubblicità degli assorbenti vogliamo vedere il sangue!”. Ecco io ho notato che mentre le femmine (si, parlo di mammiferi placentati) cercano di associare alla sciatteria e alla depressione la tara di “femminismo” i maschi se ne vanno in giro palestrati e depilati. In media. O sono Hipster del tipo Joaquin Phoenix in Lei.
    Come la mettiamo?

    Cioè, mentre le femministe sono concentrate su di sé e non ne vengono a capo, i maschi si sanno femminilizzando (grazie Kurt e Ian!). Come leggiamo tutto questo?

  3. charlotte

    4 ottobre

    Sono d’accordo sul fatto che di fatto in Italia la “quarta ondata” non sia arrivata. Negli Stati Uniti quarta ondata significa sì la diffusione delle idee femministe grazie a internet, ma si distingue dalle precedenti per l’intersezionalità. Qui l’intersezionalità l’ho vista solo in ambienti non “mainstream” (non mi piace come parola ma vediamo il concetto) come nei collettivi anarchici (es cagne sciolte). Le femministe che si vedono nei media (es la Marzano o la Zanardo appunto) di intersezionalità hanno ben poco. In realtà di questo si lamentano anche in America, ma diciamo che là mi pare che l’intersezionalità sia più diffusa e che il problema sia la trasposizione del femminismo in un contesto di massa,che comporta inevitabilmente un impoverimento dei contenuti.
    Comunque sebbene il discorso razziale sia certamente diverso da quello americano (non abbiamo una storia di schiavitù alle spalle ecc) comunque questo non esclude che il femminismo debba a mio parere occuparsi di antirazzismo.

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