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Bei documentari: “Ride the balance” (“...

Bei documentari: “Ride the balance” (“En Køn Balance”)

Ottobre 2013. La scuola è chiusa per le vacanze autunnali e Signe, quindicenne di Østerbro (Copenhagen), si sta preparando per andare in campeggio. Prepara il suo zaino, si infila un grazioso giubbotto in denim con un lupo ricamato sulla schiena e sale in macchina con la madre per dirigersi a Køge. Lì si tiene la seconda edizione di Pop Pilot, un camp della durata di una settimana per ragazze tra i 13 e i 16 anni appassionate di musica. Signe studia chitarra da due anni, canto da uno, e non vede l’ora di partire per conoscere persone coi suoi stessi interessi e magari imparare a suonare qualche strumento nuovo.

Pop Pilot non è altro che uno spin off della svedese Popkollo, la versione nordeuropea dell’American Girls Camp Alliance, di cui abbiamo già parlato su queste pagine. Pop Pilot nasce nel 2012, dopo che la società di consulenza Niras aveva diramato i risultati di una ricerca secondo cui nell’industria musicale danese la maggioranza dei musicisti, circa l’80%, sarebbero uomini: la mission che il camp si prefigge è invogliare un numero crescente di ragazze all’utilizzo di strumenti ritmici.

Astrid Dynesen fa partire da qui il suo documentario Ride the balance (“En Køn Balance”), uscito lo scorso maggio.

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Ride the balance (disponibile su Vimeo in versione integrale, con sottotitoli in inglese) è il primo documentario della giornalista e filmmaker danese. In origine, il progetto costituiva parte della sua tesi di laurea in Media Studies all’Università di Copenhagen, ma a seguito dell’accoglienza positiva e l’interesse suscitato, venne poi ampliato fino a diventare un documentario completo.

Ride the balance è un documentario sugli stereotipi di genere che contagiano il mondo musicale. Perché una “donna che suona” deve essere definita così, e non semplicemente “una musicista”? Perché il solo fatto che sia una donna deve fare notizia? Per quale motivo ci sono così poche donne nel mondo musicale danese? L’educazione che impartiamo ai bambini e alle bambine influenza la formazione della loro identità? Stiamo in qualche modo incoraggiando la creatività ed energia dei maschi, mentre reprimiamo quella delle femmine? Come vengono rappresentate le cantanti o le musiciste nei media di oggi? Cosa serve, secondo questi media, per far successo in ambito pop?

Dynesen cerca di sviscerare tutte queste questioni, partendo da un racconto cornice (l’avventura di Signe al camp) e proseguendo con alcune interviste.
Dopo aver visto alcune scene ambientate nelle sale studio del centro dove si tiene Pop Pilot (da leggersi con l’accento sulla o), conosciamo infatti Maria Timm, una delle insegnanti, che sottolinea uno degli aspetti più importanti del documentario: benché la gente tenda a definire questa mancanza di donne nel mondo musicale come un fenomeno che cambierà gradualmente, si evolverà, lei crede che sia giusto parlarne, ora, e che Pop Pilot sia un posto perfetto per divertirsi e introdurre alla musica. Da Maria, la discussione passa poi a Ida Wenoe (dei Boho Dancer), Ling Ly (la rapper Linkoban), Jenny Rossander (Lydmor), Signesignesigne (delle Nelson Can), Soffie Viemose (Nanome), Signe Hoirup Wille-Jorgensen (Jomi Massage), le KVINDEBANDET e poi di nuovo a Maria. Tutte sono musiciste, cantanti, rapper, performer danesi che la regista ha deciso di coinvolgere per discutere sul tema. Per noi italian* saranno forse nomi sconosciuti, ma bastano alcuni videoclip mostrati tra un cambio di inquadratura e l’altro a chiarire le idee e far traboccare le nostre librerie iTunes.

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Fare un documentario che parli delle donne come di una specifica categoria è rischioso, può risultare autoghettizzante. D’altra parte, risulterebbe difficile superare il problema della discriminazione di genere evitando di parlarne o di toccare l’argomento. La regista ha deciso di superare questo scoglio lasciando che le artiste che aveva interpellato parlassero liberamente, delle difficoltà che incontravano non solo sul lavoro, ma anche nel quotidiano: questo, ai fini dell’argomentazione, è risultato importante per dimostrare che c’è ancora molto lavoro da fare per appianare gli squilibri esistenti tra uomini e donne.

Pur non sentendo le domande che la regista pone loro, è stimolante seguire il ragionamento di ciascuna, constatando che nonostante esita un pensiero condiviso, talvolta le visioni individuali non combacino. Nel 2013 al Roskilde Festival (uno dei più importanti festival europei di musica) di 170 gruppi presenti nella in cartellone, 15 erano gruppi di sole femmine e 32 le band miste. La formula si è ripetuta anche nell’edizione 2014. Esprimendosi in merito a cifre simili, e alla possibilità che sia stato imposto uno sbarramento sulla partecipazione femminile all’evento, alcune di loro si mostrano scettiche; c’è d’altro canto chi racconta di aver vissuto sulla propria pelle questa esclusione. Sull’eventualità di vedere applicate delle “quote rosa”, per la partecipazione di gruppi femminili all’interno di concerti come quello, ancora una volta si mostrano alcune si mostrano a favore, altre riluttanti ad accettare simili imposizioni.

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E poi arriva Amanda Palmer. Perché tutto questo non è un problema soltanto danese, bensì internazionale. E chi meglio della musicista americana, ex Dresden Dolls, per parlarne. Dynesen, fan dichiarata di Palmer, non ha esitato a coinvolgerla nel documentario, consapevole che la sincerità, il carisma e la destabilizzante capacità di andare dritta al punto di Amanda sarebbero state ottime lance al suo arco. Proprio da un’esclamazione di Amanda Palmer deriva il titolo, Ride the balance: letteralmente “stare in equilibrio”, trovare una quadra tra l’essere artisti di successo e non aver svenduto nulla di sé per essere arrivati a quel punto. Perché il sistema in cui ci si trova a lavorare è corrotto, e rischia di corrompere anche noi. Lei lo sa bene: nel 2010 ha chiuso con la sua etichetta discografica, Roadrunner Records, dopo che i dirigenti avevano criticato il modo in cui si presentava nel video di Leeds United. Nel videoclip canta su un palco con la camicia aperta, il reggiseno e l’ombelico bene in vista – loro non la trovavano attraente, e volevano rimuovere o cambiare quelle scene. Non si trattava però di manager bigotti che volevano censurare un lembo di pelle esposto. La questione riguardava piuttosto il fatto che il corpo “esposto” non rispondesse ai loro canoni di bellezza.

Modelli di vita (come Patti Smith o Björk), imperfezioni, conflitti interiori, autenticità, Miley Cyrus, Grimes, Marina Abramović, uso della nudità, performare al massimo delle proprie forze. Amanda Palmer parla di questo e molto altro. Con naturalezza e assoluta onestà.

"It's like anything else in feminism. If you know you have a choice, but you're only making this one choice, because the other choices are too scary... you're not really liberated, you're stuck. You're intellectually free, but you're emotionally fucked."

“It’s like anything else in feminism. If you know you have a choice, but you’re only making this one choice, because the other choices are too scary… you’re not really liberated, you’re stuck. You’re intellectually free, but you’re emotionally fucked.”

Nell’ultima parte del documentario si tirano le somme. Pop Pilot 2013 si conclude con la commovente esibizione delle ragazze partecipanti (c’è anche Signe!) e le artiste danesi riallineano il loro pensiero sostenendo l’importanza di educare in modo appropriato le bambine, facendo loro esperire realtà musicali positive che possano poi invogliarle a scegliere una strada simile. Lasciando perdere la competizione, concentrandosi piuttosto sull’essere in grado di esprimersi e farsi comprendere. Bisogna promuovere “uno spettro più ampio di musiciste donne, così come di modelli di vita in generale, in modo da poter mostrare alle generazioni che verranno tutte le possibilità, tutto ciò che può significare essere donna, uomo, e ciò che sta nel mezzo”, parola di Astrid Dynesen.

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Le partecipanti di Pop Pilot 2013

Per conoscere meglio le musiciste danesi che compaiono nel documentario:

– Maria Timm (Pagina Facebook Ufficiale)
– Boho Dancer (Soundcloud)
– Linkoban (Soundcloud)
– Lydmor (Canale Youtube)
– Nanome (Soundcloud)
– Nelson Can (Bandcamp)
– KVINDEBANDET (Soundcloud)
– Jomi Massage (Soundcloud)


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  1. Paolo

    18 novembre

    Articolo interessante. Amanda Palmer ha tutto il diritto di andare sul palco come vuole.

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